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Lontano dalle gioiellerie di New York, Parigi, Roma, Tokyo o Dubai, a
una manciata di chilometri dal deserto del Kalahari, alcune centinaia
di lavoratori delle miniere diamantifere del Botswana stanno entrando
nel loro undicesimo giorno di sciopero. Chiedono un aumento del
salario, con il quale - sostengono - non riescono più a mantenere le
proprie famiglie. Sono i minatori della Debswana, principale compagnia
diamantifera del Paese, nata dall’unione della DeBeers sudafricana con
la società nazionale del Botswana.
Lo sciopero ha già avuto conseguenze drastiche per 444 minatori,
licenziati in tronco dall’azienda perché "non autorizzati a lasciare il
posto di lavoro". E molti altri potrebbero subire lo stesso
trattamento, se il braccio di ferro dovesse prolungarsi ulteriormente.
Appoggiati dal Botswana Mining Workers Union (Bmwu), il sindacato dei
minatori, i lavoratori manovali chiedono di ricevere un aumento del
dieci per cento sulla loro paga mensile e reclamano il diritto a un
bonus annuale. "La Debswana aveva concordato l’aumento - sostiene il
sindacalista Jack Thagale, appena fuori dal tribunale di Gaborone, dove
i giudici stanno analizzando le dinamiche della disputa - poi si sono
tirati indietro. Non possono farlo. Questi minatori guadagnano ancora
troppo poco. Non ci lamentiamo delle loro condizioni lavorative, che
tutto sommato sono decenti. Ci lamentiamo della miseria che
percepiscono. Ne hanno licenziati quasi cinquecento. Ma continueremo la
nostra battaglia".
Ieri, nella miniera di Jwaneng, 70 chilometri a ovest della capitale
Gaborone, più di mille minatori inneggiavano slogan di protesta tra
canti e urla. "Ho una famiglia, guadagno 1800 pula (l’equivalente di
300 dollari al mese, ndr)", ha detto Peter, uno di loro. La cifra può
sembrare alta, per un paese dell’Africa sub-sahariana. Va tuttavia
ricordato che il Botswana è uno dei paesi con il più alto reddito pro
capite del continente. "E’ una paga da bestie, qui in Botswana -
continua Peter -. E c’è chi prende ancora meno di quello. Sopravvivere
con questa paga è una lotta quotidiana. Valiamo di più. Vogliamo di
più. E’ un nostro diritto. Nessuno sa quanta fatica e quanta sofferenza
ci sono dietro a un singolo diamante".
La Debswana è,con i suoi oltre 6mila impiegati, l’azienda con più
dipendenti di tutto il Botswana. Lo sciopero di questi giorni ha
rallentato le attività produttive, anche se qualche decina di minatori
è tornata a scavare. Tuttavia la compagnia diamantifera non sembra
disposta a cedere. "Il sindacato dei minatori fa solo stupida
propaganda", commenta furioso da Gaborone Jacob Sesiny, rappresentante
della holding. Sono trattati bene e ben pagati. Quelli che abbiamo
licenziato non avevano avuto il permesso di scioperare. Sono andati
contro il regolamento interno dell’azienda. Ci hanno costretti a
cacciarli".
La decisione finale spetterà al tribunale di Gaborone, i cui magistrati
conoscono bene la Debswana. Circa un anno fa, infatti, un gruppo di
Boscimani ha fatto causa al governo del Botswana, denunciando di essere
stati deportati dalle loro terre nella regione occidentale del Kalahari
non appena sotto il suo suolo sono stati rinvenuti giacimenti
diamantiferi. La popolazione boscimana - circa duemila persone - i cui
antenati hanno vissuto in quelle terre dalla notte dei tempi, hanno
denunciato torture e spostamenti forzati. "Abbiamo motivo di credere
che dietro all’atteggiamento tenuto dal governo ci siano state
pressioni della compagnia DeBeers - commenta da Milano Francesca
Casella, rappresentante italiana di Survival, l’organizzazione che
appoggia i Boscimani - il governo del Botswana ha fornito spiegazioni
troppo vaghe per giustificare il loro spostamento. E’ probabile che i
brillanti sotterranei siano molto più importanti delle persone che vi
abitano sopra".