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Al Qaeda. Le fonti, interne al Pentagono
rimaste anonime, sostengono che difficilmente Teheran li potrebbe
liberare, ma si dicono preoccupate perché non conoscono la
ragione di tali colloqui. Da tempo il governo statunitense preme
affinché le autorità iraniane consentano l'estradizione
dei militanti di Al Qaeda verso i paesi di origine, ma Teheran si è
finora opposta. Gli esperti militari Usa sostengono che i miliziani
qaedisti sono “congelati”, nel senso che vengono strettamente
controllati nelle comunicazioni e negli spostamenti. L'Iran,
tuttavia, potrebbe usarli come merce di scambio o come assicurazione:
potrebbe minacciare di rilasciarli in caso di azioni ostili da parte
statunitense, oppure, in caso di attacco da parte della stessa rete
di al Qaeda, usarli come ostaggi. Di fatto, però, nelle
ultime settimane la campagna mediatica attorno all'Iran e alla sua
pericolosità si è fatta più pressante. Da un
lato si accusa Teheran di sostenere le milizie sciite in Iraq,
dall'altro, di stare ancora tentando di sviluppare armi atomiche. In
entrambi i casi le accuse hanno destato il sospetto di essere
gonfiate, o comunque divulgate secondo una tempistica precisa, il cui
fine potrebbe essere quello di creare le basi di consenso per un
attacco all'Iran. Ora al ventaglio delle accuse contro Teheran se n'è
aggiunta un'altra, che nella vulgata dei titoli dei quotidiani
potrebbe facilmente diventare un equazione: l'Iran tratta con Al
Qaeda, duqne la rete del terrore trova asilo in Persia. Cinque anni
fa la campagna in Iraq venne lanciata per il sospetto che Saddam
Hussein possedesse armi di distruzione di massa e avesse rapporti con
Al Qaeda.
Aiea.
Venerdì 30 maggio, dopo la discussione al Consiglio di
Sicurezza delle Nazioni Unite sul nuovo rapporto dell'agenzia atomica
dell'Onu, Aiea, l'ex presidente iraniano Rafsanjani commentava
indignato: “L'Aiea ci ha teso una trappola”. Il rapporto in cui
l'Aiea chiede sostanziali chiarimenti a Teheran sul suo piano
nucleare, sostiene, “rinnova passate denunce prive di fondamento e
rappresenta una nuova trappola, perché l'Iran ha già
risposto a tutte le questioni ancora aperte”. Anche l'ex
negoziatore iraniano sul nucleare, Ali Larijani, ha commentato
sfavorevolmente il rapporto, sostenendo che “se l'Aiea continua per
questa strada, il Majlis (il parlamento, ndr) afrronterà la
questione del nucleare delineando un nuovo limite alla cooperazione
con l'agenzia”. La reazione iraniana è certamente legata al
fatto che, non più tardi di una settimana fa, al vertice
economico di Sharl el Sheik, il direttore dell'agenzia per il
nucleare Mohamed El Baradei dichiarava: “non abbiamo visto
indicazioni né concrete evidenze che l'Iran stia costruendo
armi nucleari”. E ancora due mesi fa, nel precedente rapporto
dell'Aiea, si sosteneva che “tutte le questioni in sospeso sono
state chiarite con successo”. Il rapporto presentato oggi al
Consiglio di Sicurezza dell'Onu, invece, era di tutt'altro registro,
e le maggiori agenzie stampa internazionali hanno titolato: “Il
rapporto Aiea aumenta le preoccupazioni sull'Iran”. “Il rapporto
di El Baradei esprime seria preoccupazione circa le prove che l'Iran
sta lavorando a programmi con chiare applicazioni militari”, si
legge nell'editoriale del New York Times del 28 maggio.
Reazioni.
Il rapporto Aiea, secondo Gregory Schulte, delegato Usa alle
Nazioni Unite “mostra forti motivi per sospettare che l'Iran abbia
lavorato sottobanco, almeno fino a tempi recenti, per costruire una
bomba”. Probabilmente l'espressione “recenti” stava ad indicare
alcune scoperte di applicazioni militari iraniane, risalenti al 2004,
ma non è stata chiarita. La controparte iraniana, Ali Ashgar
Soltanieh, ha replicato che si tratta di accuse “senza fondamento e
con prove fabbricate ad arte”. Così, mentre da Teheran si
sostiene che “le accuse sono state smentite”, e si insiste perché
l'agenzia atomica declassi il nucleare iraniano a un livello di
“normale routine”, i maggiori media mondiali parlano di
preoccupazioni e nuove ispezioni da svolgere.
Naoki Tomasini