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Missioni sempre più lunghe. Mentre i militari statunitensi si tolgono la vita in prevalenza per motivi strettamente
legati al loro impiego sul campo di battaglia, i russi si suicidano per le pessime
condizioni di vita nel servizio di leva, nonnismo incluso. Un terzo dei militari
statunitensi è morto in uno dei teatri di guerra in Iraq o Afghanistan, senza
tuttavia essere mai stato impegnato al fronte. Il 26 percento del totale dei militari
suicidi non ha mai visto la guerra.
Missioni sempre più lunghe. "Numerosi fattori contribuiscono alla situazione attuale - ha spiegato Elspeth
Ritchie, consulente psichiatrica dell'Ufficio sanitario generale dell'esercito
Usa -. In guerra, le cause vanno attribuite alle missioni multiple, sempre più
lunghe (i tempi massimi di impiego sono stati estesi dai 12 ai 15 mesi), alla
distanza da casa, all'esposizione a realtà terribili, alla grande disponibilità
di armi cariche". Altri fattori di rischio per coloro che non sono - o non sono
stati - al fronte, includono problemi relazionali con i commilitoni, problemi
di lavoro o difficoltà economiche e legali. L'epidemia silenziosa di suicidi coincide,
tra l'altro, con un allarmante aumento dei casi di disturbi psichici legati allo
stress post-trauma (Ptds), quella che un tempo veniva chiamata la sindrome del
Vietnam: ne soffrono quasi 40 mila militari americani, secondo gli ultimi dati
diffusi due giorni fa dal Pentagono.
Ventimila casi di nonnismo. Il caso del diciannovenne Andrei Sychev – ridotto in fin di vita, con genitali
e gambe amputate dopo le sevizie subite nel 2005 – ha creato grande scalpore.
Secondo i dati del ministero dell’Interno russo, nel 2006 sono stati 20 mila i
casi di nonnismo denunciati; secondo le associazioni non governative questi rappresentano
solo la punta dell’iceberg, poiché la maggior parte dei soprusi non viene denunciata
dalle vittime per paura di ritorsioni e ulteriori violenze. Luca Galassi