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Nella storia della deportazione politica in Germania c’è una pagina
poco conosciuta di cui sono stati vittime circa dodicimila spagnoli.
Malgrado la posizione ambigua tenuta dalla Spagna durante la Seconda
Guerra Mondiale, prima favorevole all’Asse Roma-Berlino, poi, quando il
vento cambiò, favorevole agli Alleati, alcuni spagnoli pagarono un alto
tributo di sangue alla causa della libertà. I deportati spagnoli erano
una parte dei cinquecentomila repubblicani, anziani, donne, bambini e
militari che tra il gennaio e il febbraio 1939 attraversarono la
frontiera della Catalogna per sfuggire alla persecuzione dei
franchisti, che uccidevano gli avversari politici compiendo quello che
loro chiamavano "limpieza", pulizia. Scapparono per trovare rifugio in
Francia.
Le autorità francesi, però, impreparate a fronteggiare un esodo di tali
dimensioni, trattennero i profughi appena oltre il confine, sui
Pirenei. Poi li trasferirono sulle spiagge del Sud-Est e li rinchiusero
fra il mare e il filo spinato. Per giorni rimasero in umide buche
scavate nella sabbia, con poco cibo e senza assistenza medica. Donne,
bambini e feriti furono quindi trasferiti in strutture più adeguate
mentre sulle spiagge del Roussillon furono costruite baracche di legno
per dare agli uomini un rifugio meno precario.
Con l’aggravarsi della minaccia di guerra, il governo francese costituì
le "Compagnies de Travailleurs Étrangers" (C.T.E.). Ognuna aveva
duecentocinquanta internati agli ordini di un ufficiale della riserva,
per lavorare alla costruzione delle infrastrutture pubbliche nei
dipartimenti e al completamento della linea Maginot. Cinquemila di
questi rifugiati, decisi a combattere contro i tedeschi, si arruolarono
nei "Battallions de Marche" della Legione Straniera.
Entrambi i gruppi si trovarono coinvolti nella disfatta dell’esercito
francese del giugno 1940 e molti caddero prigionieri dei tedeschi.
Dietro sollecitazione di Ramon Serrano Suñer, Ministro degli Esteri
spagnolo e cognato di Franco, fu loro negato lo status di prigionieri
di guerra e furono definiti prigionieri politici.Furono inviati al
campo di Mauthausen in Austria, all’epoca riservato agli antinazisti ed
ai detenuti comuni tedeschi ed austriaci.
Ma i tedeschi negarono loro anche la qualifica di politici. Ai
repubblicani spagnoli, infatti, non fu imposto il triangolo rosso con
l’iniziale della nazionalità al centro. I Rotspainier o Spanischer
Bolschewik furono messi tra gli apolidi e marchiati dal triangolo blu.
Il documento ufficiale del comando del campo, ora in possesso dell’
Amicale nationale des déportés et familles de disparus de Mauthausen et
ses commandos di Parigi elenca 10.350 nominativi internati tra il 6
agosto 1940 ed il 20 dicembre 1941. Altre fonti stimano che gli
internati di nazionalità spagnola furono tra i dodici e i quindicimila,
per cui – tenuto conto dei 2.398 sopravvissuti - i decessi
oscillerebbero tra l’80 e l’84 per cento.
Molti spagnoli furono destinati alla costruzione della recinzione del
campo e delle ville per le SS, ma la maggior parte venne destinata al
lavoro nella cava di pietra (la "cantera"), di proprietà delle SS.
Tra il ‘41 e il ‘42 ne furono uccisi circa 4.200. Le eliminazioni più
feroci avvennero al sottocampo di Gusen, tra il dicembre 1941 ed il
gennaio 1942, quando costituirono la maggioranza delle 1.628 persone
eliminate con operazioni bagno o iniezioni al cuore.
La disciplina militare, la dura esperienza dei campi francesi e la
giovane età media - ventisette anni - consentirono agli spagnoli di
adattarsi alle condizioni di vita del campo di concentramento.
Impararono un po’ di tedesco dai volontari germanici ed austriaci che
avevano militato nelle Brigate Internazionali e organizzarono dei corsi
di lingua. Era importante capire gli ordini urlati dai Kapò, era il
solo modo per ottenere i lavori meno pesanti o per inserirsi
nell’organizzazione amministrativa del campo. Molti di loro, infatti,
divennero interpreti, segretari d’infermeria o dell’intendenza, altri
fecero i barbieri o gli addetti alle cucine e alle pulizie.
Dal 24 giugno 1941 costituirono il Comitato Spagnolo di Resistenza,
prima cellula dell’Apparato Militare Internazionale (A.m.i), organismo
militare dei diversi gruppi nazionali, formatosi con l’intermediazione
di ex soldati delle Brigate Internazionali. Fu questo Comitato a
gestire il campo nel periodo tra la fuga delle SS e l’arrivo delle
truppe alleate, accolte dagli spagnoli con un grande striscione: "Los
españoles antifascistas saludan a las forzas de liberación".
Furono l’unico gruppo nazionale che immediatamente dopo la liberazione
costituì un tribunale straordinario che condannò a morte e fece
giustiziare diversi connazionali che erano diventati Kapò agli ordini
delle SS.
Il 6 maggio 1962 fu eretta nel campo, a cura del Governo della
Repubblica Spagnola in esilio, una stele a ricordo del loro sacrificio,
recante la semplice scritta: "Homenaje a los 7.000 Republicanos
Españoles muertos por la Libertad".