31/05/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Sono antichi cacciatori, in un mondo in cui il tempo sembra essersi fermato
scritto per noi da
Cinzia Tarletti
 
Sono antichi cacciatori, vivono nell'estremo sud-est del Sénégal, al confine con la Guinea, in un mondo in cui il tempo sembra essersi fermato
Per raggiungere i loro villaggi sono necessari due giorni di viaggio da Dakar, la capitale del Sénégal. E questo non perché i chilometri da percorrere siano molti (poco più di settecento), ma perché le strade, battute incessantemente da camion sovraccarichi, hanno buche profonde come crateri e spesso i mezzi pubblici e le auto private sono costretti ad abbandonare la via principale e a viaggiare lungo piste parallele.

Rufisque, Mbour, Fatick, Kaolack, Kounghuel, e via ancora verso Tambacounda. Durante la stagione secca (da novembre fino a maggio), il paesaggio è desolato: tra una città e l'altra si vedono solo enormi alberi di baobab senza foglie alternati a piccoli arbusti, distese infinite di savana, interrotte solo da piccoli villaggi di capanne con capre e asini che, incuranti delle automobili, cercano di attraversare la strada. Il caldo diventa soffocante, la brezza dell'oceano è solo un vago ricordo. Superata Tambacounda, la terra comincia ad incresparsi ed appaiono le prime colline: stiamo entrando nella riserva naturale di Nokolo Koba, il più grande parco del paese, rifugio di scimmie, ippopotami, facoceri, antilopi, cerbiatti, uccelli dai mille colori e, si dice, di un'ottantina di leoni.

Un tempo i Bassari abitavano qui, tra le palme di rônier e gli alberi del parco. Visitando la riserva si vedono ancora le radure dove sorgevano le capanne e l'albero di mango sotto le cui fronde si riunivano giovani e anziani. I Bassari, con le loro lance, cacciavano gli animali selvatici e cercavano di sopravvivere in questa zona difficile e poco generosa. Per preservare il delicato equilibrio della regione, il parco è stato trasformato in una riserva in cui è vietata la caccia e in cui, tranne i pochi campement(un luogo di accoglienza per i turisti fatto di capanne tradizionali in cui lavora la comunità e i cui benefici vanno alla comunità) autorizzati, non ci sono tracce di insediamenti umani. I Bassari sono stati costretti (a volte con la forza) a spostarsi e ad abbandonare la caccia. Si sono trasferiti oltre i confini del parco ed hanno cominciato ad allevare animali (capre e polli) e a coltivare il miglio e il fogno, unici cereali in grado di crescere in questa zona.

Minacciati spesso dalle forze dell'ordine alla ricerca di bracconieri, raramente riescono a trattare con il governo e a rivendicare il loro diritto ad essere aiutati. Sono un popolo solitario; abituati a vivere in spazi dilatati, ognuno con la propria famiglia, sono forse più simili alle popolazioni di montagna, riservate e timorose, che ai commercianti estroversi del resto del Sénégal. Forse proprio per questo sono riusciti a conservare le loro tradizioni più di altre etnie. A cominciare dal modo di vestirsi (utilizzano soprattutto tessuti blu intenso provenienti dalla vicina Guinea e si adornano il capo con fili di perle colorate), fino ad arrivare alle danze (ritmate dal battere delle lance sul suolo) e all'architettura dei loro villaggi, fatti di semplici capanne, pulite, ordinate, in cui tutto ha un collocazione perfetta dove dopo il tramonto del sole regnano la pace e la calma. Nei villaggi più piccoli come Ubadji non c'è elettricità (la notte è illuminata solo dalla luna), non squillano i telefoni cellulari (il rumore che si ripete è quello del mortaio utilizzato per i cereali), non si sentono i motori delle automobili, solo il fruscio delle ruote delle biciclette.

I Bassari sono grandi lavoratori. Del resto, la vita in questi villaggi è dura. Alcuni giovani decidono di andare in città, a Tambacounda o fino a Dakar, a cercare un lavoro più redditizio. Altri, invece, decidono di rimanere nella loro regione d'origine e diventano guide turistiche nel parco oppure costruiscono un campement. In questi ultimi anni si è sviluppato infatti l'ecoturismo. I benefici per i villaggi Bassari, tuttavia, sono ancora ridotti, spiega Blaise, la nostra guida, soprattutto perché le famiglie sono troppo lontane l'una dall'altra. Padre Jean Paul, parroco di Salémata, spiega che non ci sono associazioni o organizzazioni non governative che lavorano in questa zona: siamo troppo distanti dal resto del mondo. Lui è un Bassari, parla la lingua locale, riesce a comunicare con la gente, soprattutto con i catechisti, quando, una volta al mese, dice la messa nei vari villaggi.

La missione cattolica e le suore ospitano i bambini che frequentano la scuola dell'obbligo e che vengono da villaggi a volte anche molto lontani (nei villaggi ci sono in genere solo le classi di prima e seconda elementare).
Forse perché sono così lontano da tutto e da tutti, forse perché vivono seguendo il ritmo della natura, forse perché sanno che per arrivare nei loro villaggi si affronta un viaggio lungo e faticoso, i Bassari sono sinceri e accoglienti. Offrono quel poco che hanno: fogno, miele, vino di palma e sciolgono la loro espressione severa e fiera in un sorriso. Se non fosse per le maglie delle squadre di calcio che tutti, adulti e bambini, portano, sembrerebbe di essere tornati nel passato, o, forse, di essere in un luogo in cui il tempo si è fermato.
Categoria: Lingue
Luogo: Senegal