scritto per noi da
Cinzia Tarletti
Sono
antichi cacciatori, vivono nell'estremo sud-est del Sénégal,
al confine con la Guinea, in un mondo in cui il tempo sembra essersi
fermato
Per
raggiungere i loro villaggi sono necessari due giorni di viaggio da
Dakar, la capitale del Sénégal. E questo non perché
i chilometri da percorrere siano molti (poco più di
settecento), ma perché le strade, battute incessantemente da
camion sovraccarichi, hanno buche profonde come crateri e spesso i
mezzi pubblici e le auto private sono costretti ad abbandonare la via
principale e a viaggiare lungo piste parallele.

Rufisque,
Mbour, Fatick, Kaolack, Kounghuel, e via ancora verso Tambacounda.
Durante la stagione secca (da novembre fino a maggio), il paesaggio è
desolato: tra una città e l'altra si vedono solo enormi alberi
di baobab senza foglie alternati a piccoli arbusti, distese infinite
di savana, interrotte solo da piccoli villaggi di capanne con capre e
asini che, incuranti delle automobili, cercano di attraversare la
strada. Il caldo diventa soffocante, la brezza dell'oceano è
solo un vago ricordo. Superata Tambacounda, la terra comincia ad
incresparsi ed appaiono le prime colline: stiamo entrando nella
riserva naturale di Nokolo Koba, il più grande parco del
paese, rifugio di scimmie, ippopotami, facoceri, antilopi, cerbiatti,
uccelli dai mille colori e, si dice, di un'ottantina di leoni.

Un
tempo i
Bassari abitavano qui, tra le palme di rônier e gli
alberi del parco. Visitando la riserva si vedono ancora le radure
dove sorgevano le capanne e l'albero di mango sotto le cui fronde si
riunivano giovani e anziani. I Bassari, con le loro lance, cacciavano
gli animali selvatici e cercavano di sopravvivere in questa zona
difficile e poco generosa. Per preservare il delicato equilibrio
della regione, il parco è stato trasformato in una riserva in
cui è vietata la caccia e in cui, tranne i pochi
campement(un luogo di accoglienza per i
turisti fatto di capanne tradizionali in cui lavora la comunità
e i cui benefici vanno alla comunità) autorizzati, non
ci sono tracce di insediamenti umani. I Bassari sono
stati costretti (a volte con la forza) a spostarsi e ad abbandonare
la caccia. Si sono trasferiti oltre i confini del parco ed hanno
cominciato ad allevare animali (capre e polli) e a coltivare il
miglio e il fogno, unici cereali in grado di crescere in questa zona.

Minacciati
spesso dalle forze dell'ordine alla ricerca di bracconieri, raramente
riescono a trattare con il governo e a rivendicare il loro diritto ad
essere aiutati. Sono un popolo solitario; abituati a vivere in spazi
dilatati, ognuno con la propria famiglia, sono forse più
simili alle popolazioni di montagna, riservate e timorose, che ai
commercianti estroversi del resto del Sénégal. Forse
proprio per questo sono riusciti a conservare le loro tradizioni più
di altre etnie. A cominciare dal modo di vestirsi (utilizzano
soprattutto tessuti blu intenso provenienti dalla vicina Guinea e si
adornano il capo con fili di perle colorate), fino ad arrivare alle
danze (ritmate dal battere delle lance sul suolo) e all'architettura
dei loro villaggi, fatti di semplici capanne, pulite, ordinate, in
cui tutto ha un collocazione perfetta dove dopo il tramonto del sole
regnano la pace e la calma. Nei villaggi più piccoli come
Ubadji non c'è elettricità (la notte è
illuminata solo dalla luna), non squillano i telefoni cellulari (il
rumore che si ripete è quello del mortaio utilizzato per i
cereali), non si sentono i motori delle automobili, solo il fruscio
delle ruote delle biciclette.

I
Bassari sono grandi lavoratori. Del resto, la vita in questi villaggi
è dura. Alcuni giovani decidono di andare in città, a
Tambacounda o fino a Dakar, a cercare un lavoro più
redditizio. Altri, invece, decidono di rimanere nella loro regione
d'origine e diventano guide turistiche nel parco oppure costruiscono
un
campement. In questi ultimi anni si è sviluppato
infatti l'ecoturismo. I benefici per i villaggi Bassari, tuttavia,
sono ancora ridotti, spiega Blaise, la nostra guida, soprattutto
perché le famiglie sono troppo lontane l'una dall'altra. Padre
Jean Paul, parroco di Salémata, spiega che non ci sono
associazioni o organizzazioni non governative che lavorano in questa
zona: siamo troppo distanti dal resto del mondo. Lui è un
Bassari, parla la lingua locale, riesce a comunicare con la gente,
soprattutto con i catechisti, quando, una volta al mese, dice la
messa nei vari villaggi.
La
missione cattolica e le suore ospitano i bambini che frequentano la
scuola dell'obbligo e che vengono da villaggi a volte anche molto
lontani (nei villaggi ci sono in genere solo le classi di prima e
seconda elementare).
Forse
perché sono così lontano da tutto e da tutti, forse
perché vivono seguendo il ritmo della natura, forse perché
sanno che per arrivare nei loro villaggi si affronta un viaggio lungo
e faticoso, i Bassari sono sinceri e accoglienti. Offrono quel poco
che hanno: fogno, miele, vino di palma e sciolgono la loro
espressione severa e fiera in un sorriso. Se non fosse per le maglie
delle squadre di calcio che tutti, adulti e bambini, portano,
sembrerebbe di essere tornati nel passato, o, forse, di essere in un
luogo in cui il tempo si è fermato.