Padre Giacinto Franzoi, anima di Remolino, viene indicato fra i collusi con le Farc. La sua difesa
Padre Giacinto Franzoi è da 18
anni l'anima di Remolino del Caguán, luogo sperduto fra la
selva amazzonica, bagnato dal rio Caguán, dove caldo e umidità
si contendono il territorio con guerriglia rivoluzionaria ed esercito
regolare. E dove a farla da padrone sono da decenni distese di
piantagioni di coca, venduta fino a pochi anni fa grazie al totale
controllo che le Farc aveva sull'area.
La sua tenacia e il suo carisma li sono
valsi stima e affetto, fra gente abituata a vivere alla giornata,
senza prospettiva del futuro. E la sua lungimiranza ha portato grandi
cambiamenti. Grazie al suo instancabile lavoro di organizzatore
pignolo e scrupoloso, questa gente ora ha un collegio attrezzatissimo
che forma i figli dei contadini del paese, ha un luogo di ritrovo per
i ragazzi, con giochi, televisore e soprattutto persone disposte ad
ascoltare e aiutare, e ha un progetto alternativo che ha convinto
parte dei coqueros ad abbandonare quella coltivazione illecita
e senza futuro, per abbracciare cacao e caucciù. La sua
iniziativa, conosciuta con lo slogan “No alla coca, si al cacao”
ha fatto il giro del mondo e i cioccolatini del Caguán sono
ormai una prelibatezza ricercata anche all'estero. Nonostante i tanti
ostacoli. Ma soprattutto, per merito di quel padre originale e sopra
le righe, Remolino ha finalmente un acquedotto, efficiente e ben
costruito, che garantisce acqua potabile fra case fatiscenti e strade
sterrate. Ed è proprio quest'ultima opera, terminata sul
finale del 2007 in tempi record, ad aver scatenato contro questo
missionario italiano della Consolata una delle accuse più
pericolose nella Colombia di oggi: la “collusione con la
Organizzazione narcoterrorista Farc”, parola del fiscale incaricato
Ramiro Anturi Larraonda.
Personaggi scomodi. “Mi accusano di aver mal amministrato
dei fondi pubblici, senza però menzionare a quale progetto si
riferiscano. La fonte dell'accusa è ovviamente l'Esercito
regolare presente a Remolino, dove sono appena stati gli agenti
speciali del CTI, mandati da Bogotà per
catturare decine di
cittadini”, racconta padre Giacinto, dalla Casa Regionale dei
Missionari della Consolata di Bogotà. Si tratta dell'Esercito
e della fanteria di marina, da quattro anni insediati in quella che
poco prima era la zona rossa per eccellenza, ad alta presenza
guerrigliera. Nonostante al missionario il Cti abbia spiegato che ad
accusarlo è Accion Social, un organismo nazionale che dipende
dalla presidenza della Repubblica, il padre è molto scettico.
Pensa infatti a una sorta di lezione che l'esercito ha voluto
infliggere a lui e all'intera missione che da oltre cinquant'anni è
presente a Remolino. Per quella gente, sola e oppressa da un governo
prepotente che li crede tutti collusi con le Farc, la Chiesa è
un riferimento insostituibile. E i padri di Remolino, Giacinto e
Angelo Casadei, non si tirano certo indietro nel denunciare
comportamenti sbagliati e soprusi perpetrati da quegli uomini in
divisa.
"Paghi chi mente". Ma Franzoi è riuscito a sapere
quale opera è al centro della polemica, l'acquedotto, promosso
e finanziato solo grazie a lui. La Provincia di Trento, infatti, ha
accettato il progetto del padre e l'ha finanziato in buona parte. Il
resto lo ha pagato la medesima Accion Social, che adesso accuserebbe
il prete italiano. “Ma se nell'ottobre scorso rappresentanti di
Accion in visita a Remolino si dissero meravigliati per la brevità
nella realizzazione e per la professionalità e la tecnica
utilizzata – incalza Franzoi - E non solo. A febbraio, io e un
esponente della Presidenzia abbiamo firmato un documento finale di
termine dei lavori e di consegna dell'opera, con piena soddisfazione
delle parti. La fiducia che ci siamo guadagnati con questo progetto è
molta, tanto che quest'anno verrà inizata la seconda tappa,
con un finanziamento diretto da parte dello Stato. Quindi chiarirò
questo triste equivoco e paghi chi dice bugie!”.
Accuse infondate. “Si tratta di un'accusa
irrispettosa, irresponsabile e indiscriminata. Da incontri fatti con
detenuti, cittadini del Caguán e avvocati difensori dei
prigionieri di Remolino si basa sul fatto che io avrei dato alle Farc
150 milioni di pesos colombiani. Ed è assurdo, perché è
una cifra troppo grande per essere maneggiata ed occultata,
specialmente dato che personalmente non pagavo i contratti, lasciando
ad altri confratelli l'area della contabilità e
dell'amministrazione. Questo sta a indicare che non ci poteva essere
fuga di capitali senza il consenso di altri e ribadisco che nel
febbraio 2008 il contratto è stato chiuso con piena
soddisfazione delle parti, senza intercettare anomalie”.
La dura legge della guerra. “Ma ahimé siamo in
guerra e in guerra ogni mezzo è ammesso pur di vincerla. Nella
strategia usata dagli Organismi di Sicurezza Nazionale esiste quella
di utilizzare vecchi guerriglieri o supposti tali come informatori –
spiega il missionario - Questi percepiscono un stipendio, vengono
protetti e accompagnano le operazioni militari per indicare
eventuali collaboratori della guerriglia. Le 'pesche miracolose' o i
'falsi positivi' si ripetono frequentemente, tanto più quando
ogni Organismo dello Stato garante della Sicurezza e della Giustizia
pressato dallo stesso Stato deve in qualche modo ottenere risultati.
Solo dando dimostrazione di questo un avvocato, un giudice, un
fiscale, un militare, un informatore può continuare a
usufruire degli stessi benefici garantiti dal Governo.
Storie. “Sul palcoscenico
di questa telenovela senza fine si vivono pagine che mai sono state
scritte – racconta - E’ il caso di due uomini, abitanti nel
territorio di Remolino. La vittima é un cittadino del paese
che di professione fa il panettiere. Una domenica mi cerca prima
della messa e nella strada della piazza principale mi informa che ha
paura per la sua vita. Mi chiede se lo aiuto. Trascorre la mattinata
e a mezzogiorno la moglie, per mano ai suoi tre bambini, viene a
supplicarmi di aiutarla perché suo marito è stato
ferito mortalmente. Lo riceviamo nella missione e per tre notti vive
sotto la nostra protezione, fino a quando l' Esercito se ne fa
carico e lo porta via in elicottero.
Nei giorni, nelle settimane
e nei mesi seguenti siamo rimasti sempre in contatto per sapere del
suo stato di salute e di quello della famiglia. Nel mese di aprile
2008 ci incontriamo in una base militare di Bogotá e mi
aggiorna sulla sua situazione di salute e su quella legale per
l'attentato sofferto. È in questa circostanza che la
'vittima' mi informa che tra i giovani presenti in quel momento nel
giardino della base militare c’era pure un guerrigliero reintegrato
al quale a suo tempo la guerriglia aveva dato l' ordine di
ammazzarlo. Per motivi diversi, per ragioni personali, per le stesse
convenienze di circostanza i due ora sono alleati in qualità
di informatori. E proprio quei due facevano parte del drappello di
informatori che accompagnarono l’operazione del Cti l'11 maggio
2008 a Remolino del Caguán. Per le loro informazioni sono
stati catturati 24 cittadini accusati tutti di essere terroristi.
Parallelamente hanno formulato una lista di cittadini sospettati
dello stesso delitto, tra cui ci sono pure io. E questo è
quanto”. Adesso il padre si è mosso contattando l'ambasciata
italiana in Colombia affinché chieda a un rappresentante dello
Stato di confermare o respingere l'accusa a suo carico. Quindi ha
chiesto un incontro con Accion Social e ha informato di tutto l'amica
Provincia di Trento, nonché i legali. “Considero anche
opportuno inoltrare una querela allo Stato Colombiano per
diffamazione. Dalla Colombia non partirò prima di chiarire la
mia situazione legale, di onore e riparazione. Riguardo ai detenuti
di Remolino del Caguan, che oggi sono andato a visitare, uno già
sta ritornando a casa e nei prossimi giorni un bel gruppo farà
lo stesso. Questa è un’ulteriore dimostrazione che le basi
dell'accusa fanno acqua da tutte le parti. E ancora una volta lo
Stato e i suoi Organismi di Sicurezza Nazionale non ne escono bene”.