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Di
quell'attacco ancora non sono stati forniti resoconti univoci e
coerenti, e la migliore ricostruzione resta quella fornita
dall'inchiesta del giornalista Usa Seymour Hersh sul New Yorker.
Tuttavia, anche questa volta l'amministrazione Bush si mostra
convinta delle sue informazioni di intelligence, che sono state
passate all'Agenzia per l'Energia Atomica delle Nazioni Unite (Aiea).
L'Aiea però non è ancora riuscita ad ottenere l'accesso
nemmeno alla zona di Al Kibar, dove si trovava la sospetta
installazione nucleare. Secondo le informazioni israeliane, la
struttura bombardata ad Al Kibar nel 2006 serviva alla produzione di
armi atomiche, solo che non era affatto chiaro come e dove si
procurasse il combustibile atomico per il funzionamento del reattore.
Anche questa volta le prove non sono state divulgate, e pure il
comportamento di Damasco ricalca quello tenuto dopo l'attacco aereo
su Al Kibar: nessuna conferma o smentita sulla natura dei siti in
questione e chiusura nei confronti dell'Aiea, i cui inviati non
vennero ammessi, nemmeno allora, al sito incriminato. Secondo quanto
emerge dall'inchiesta di Hersh, più che la Siria, nel 2006 gli
obiettivi di Israele e degli Stati Uniti erano Iran e Corea del Nord.
Da un lato fonti siriane confermano che maestranze coreane erano al
lavoro sul sito (Pyongyang ha un accordo di cooperazione militare con
Damasco dal 2001. Ndr), dall'altro pare che lo scopo principale del
raid fosse quello di testare i sistemi di difesa antiaerei, che sono
gli stessi usati da Teheran. Hersh ipotizza infatti che l'attacco del
6 settembre fosse una specie di prova generale per un attacco alle
centrali nucleari iraniane.
Questa
volta la Corea del Nord non è stata citata da nessuno, invece,
giusto mercoledì 29 maggio, alla vigilia delle nuove accuse
contro la Siria, il consigliere Usa per la sicurezza nazionale,
Stephen Hadley, accusava la Siria di avere acquisito nel corso del
2007 diversi equipaggiamenti per missili balistici. A questo
proposito, le ammissioni siriane su cosa fosse realmente
l'installazione colpita nel deserto sono state diverse e incoerenti
tra loro. Alcuni ufficiali citati nell'inchiesta di Hersh sostennero
si trattasse di una fabbrica per armi chimiche, altri che producesse
proprio dei missili. Altri ancora si dissero certi che fosse solo una
ex base militare abbandonata. La sola ipotesi che “valesse” un
raid aereo era che fosse una centrale atomica pronta a entrare in
funzione, visto che la Siria aderisce al trattato di non
proliferazione nucleare. “L'intelligence Usa però -ha un
serio problema di credibilità sul problema delle armi di
distruzione di massa”, ha commentato John Pike di
Globalsecurity.org. Nessuno ha infatti dimenticato le cosiddette
evidenze, che gli Usa mostrarono per giustificare l'invasione
dell'Iraq. Prove che proprio oggi, per chi non crede alle
coincidenze, sono state pubblicamente ricordate e difese da
Condoleezza Rice. Riferendosi al raid del settembre 2006, il
direttore della Cia, Michael Hayden, ha dicharato: “Non crediamo
che con il reattore di Al Kibar si esaurisca la nostra conoscenza
degli sforzi siriani per lo sviluppo di armi nucleari”, e poi ha
previsto che Damasco “cercherà di prendere tempo e di
ingannare l'Aiea”. Sullo stesso argomento, lo scorso anno,
l'ambasciatore siriano negli Stati Uniti aveva invece spiegato perché
Damasco non aveva concesso le ispezioni al sito bombardato, dicendo:
“non staremo al gioco di invitare osservatori stranieri a visitare
un sito ogni volta che Israele sostiene che quella sia una centrale
nucleare”.
Se gli eventi in medio oriente non fossero inestricabilmente intrecciati
alle necessità politiche, la questione del nucleare siriano
potrebbe essere facilmente chiarita, ma già si sa che, anche
questa volta, il mistero rimarrà un mistero e le accuse non
provate finiranno sulle pagine di tutti i giornali. Come detto, però,
lo scopo delle dichiarazioni sostenute da deboli o nulli elementi di
intelligence è quasi sempre politico. Così è
difficile non mettere in relazione le ultime accuse statunitensi
contro Damasco con l'odierna riunione del Proliferation Security
Initiative (Psi). Il Psi è un patto, ideato e guidato dagli
Usa, a cui aderiscono 90 paesi che accettano di scambiarsi
informazioni e cooperare per bloccare il trasferimento di componenti
e materiali che possono essere usati per produrre armi proibite.
Giovedì 29 maggio i membri del Psi hanno deciso di bloccare le
esportazioni di componenti per missili, diretti proprio verso la
Siria e l'Iran. Naoki Tomasini