29/05/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Manama lavora a un piano per la comnità fuggita dopo la nascita di Israele
Dopo la nascita dello Stato d'Israele, nel 1948, le comunità ebraiche nei paesi arabi e musulmani si sono trovate in difficoltà. A volte per la rabbia delle popolazioni locali, solidali con i palestinesi, a volte per loro stessa scelta, quasi tutti gli ebrei hanno scelto di lasciare paesi dove la loro presenza si perdeva nella notte dei tempi.

In Bahrein, ricca monarchia del Golfo Persico, è accaduta più o meno la stessa cosa, anche se la comunità ebraica aveva cominciato a insediarsi nel piccolo arcipelago solo all'inizio del Novecento, proveniente per lo più dall'odierno Iraq. Dopo la nascita d'Israele, però, la comunità aveva progressivamente abbandonato il Paese, anche se il casato ebraico più importante, i Nonu, sono rimasti e Huda Nonu è deputata al Parlamento di Manama ed è in odore di nomina ad ambasciatrice del Bahrein negli Usa. E proprio la deputata Nonu è stata la mediatrice di un'iniziativa diplomatica che a portato in Bahrein, nei mesi scorsi, una delegazione dell'American Jewish Committee (Ajc), potente lobby ebraica negli Usa. La visita, da quello che si apprende da fonti locali, era una sorta di sondaggio su una eventuale campagna che il governo del Bahrein ha intenzione di lanciare a breve. Incentivi per convincere gli ebrei originari del Bahrein a tornare nel Paese, ottenendo la cittadinanza e il passaporto. L'iniziativa riguarderà tutte le famiglie che risiedevano in Bahrein nel 1948 e della verifica delle credenziali si occuperà la stessa famiglia Nonu.
La proposta susciterà delle polemiche in Bahrein che non ha rapporti diplomatici con Israele e che ha con lo stato ebraico solo rapporti commerciali, caldeggiati dagli Usa, alleati storici di Manama.
Resistenze interne a parte, l'iniziativa è lodevole e rappresenta un passo distensivo tra culture e popoli che, per millenni, avevano convissuto in pace.

red

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