15/09/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



L’attentato di Beer Sheva in Israele: si torna alla paura e all’impossibile quotidianità.
Ma dall’altra parte del muro, nei Territori Occupati, il terrore non si è mai fermato.
 
Il 31 agosto due autobus sono scoppiati a Beersheva, una città nel sud di Israele a 40 km da Hebron e 40 km ad est dalla striscia di Gaza, lasciando sul terreno almeno 15 morti e 84 feriti. Si sono incendiati quasi simultaneamente vicino a un importante incrocio del centro cittadino, in mezzo ai negozi che, secondo alcuni testimoni, erano pieni di genitori e bambini che stavano facendo le ultime compere prima del ritorno a scuola dopo le vacanze.
L'attentato è stato rivendicato dal gruppo militante di Hamas con un volantino in cui si dichiarava che gli attacchi sono una vendetta per l’assassinio del loro capo spirituale Ahmed Yassin e del suo successore Abdel Aziz Rantisi, avvenuti nella primavera scorsa. Il Primo ministro israeliano Ariel Sharon ha dichiarato che il suo governo non abbasserà la guardia nella “lotta contro il terrorismo” ma da altri esponenti del suo governo sono venuti attacchi diretti contro il presidente Arafat, responsabile a loro dire, del perdurare della violenza. Anche il ministro palestinese Saeb Erekat ha commentato l’attentato, specificando però che: “L’Autorità Palestinese condanna ogni attacco che colpisce i civili, siano essi israeliani o palestinesi”.

Ancora, lunedì l’esercito israeliano ha ucciso a Jenin Mahmoud Abu Kalifa, il vice di Zacaria Zubeidi, sparando un razzo sulla sua automobile e ieri a Kalkilyia un palestinese in bicicletta ha compiuto un nuovo attentato suicida nei pressi del muro di separazione. Provocando fortunatamente solo quattro feriti.
Questi tragici episodi hanno risvegliato gli incubi mai davvero sopiti nella vita di tutti i giorni della popolazione civile israeliana, il ritorno dentro la spirale degli attacchi e delle ritorsioni. Eppure la stampa israeliana e internazionale parlavano di Beersheva come del primo attacco suicida palestinese in territorio israeliano dopo un periodo di relativa calma durato almeno sei mesi: a partire dall’attentato al porto di Ashdod nel marzo 2004. Va detto, che in questi mesi le forze di sicurezza israeliane sono state tenute ad un livello di attenzione altissimo proprio perché si attendevano la vendetta, spesso annunciata, all’assassinio dei leader di Hamas, e che numerose sono state le segnalazioni di attentati sventati dall’esercito israeliano.

Sfortunatamente l’idea di una tregua, nel contesto generale del circolo vizioso di attacchi e ritorsioni, è una semplificazione poco legittima come traspare anche dalla dichiarazione di Erekat. Entro i territori occupati non v’è stata alcuna pausa negli attacchi da parte degli occupanti; gli ultimi mesi per gli abitanti della Striscia di Gaza e Cisgiordania sono stati tutt’altro che un momento di distensione.
Negli ultimi sei mesi, s econdo dati raccolti dal Palestine Monitor, entro i territori Arun Gandhioccupati sono stati uccisi oltre 400 palestinesi, sono stati compiuti 71 omicidi extra giudiziari (tra cui i due leader di Hamas ) 23 delle vittime dei quali, non facevano parte di alcuna formazione di estremisti islamici od organizzazioni per la liberazione della Palestina. Erano donne, bambini e passanti, innocenti esattamente come i caduti di Beer Sheva.
Da marzo ad oggi sono 73 i bambini che hanno perso la vita per mano dei soldati israeliani: come il 13enne Saber Abu Libdeh, colpito al cuore da un proiettile, la stessa fine dei fratelli Ahmed e Asma al-Mughair, colpiti sul tetto della loro casa, e di Ruwan Abu Zaid, 5 anni, colpita al viso mentre passeggiava mano nella mano con la sorella di due anni. O l’assurda morte toccata al 14nne Mazen Majid al Agnah del campo profughi di Rafah, crivellato da 18 proiettili mentre con la famiglia lasciava la casa che i militari si apprestavano a demolire. E i casi più recenti della scorsa settimana, quando lunedì una bimba di 10 anni è stata colpita alla testa da un proiettile sparato da una postazione israeliana mentre si trovava in una scuola delle Nazioni Unite, e giovedì, nel campo profughi di Jabalya, dove tra i quattro sospetti militanti palestinesi uccisi si è conteggiato anche un bambino di nove anni.

Gli ultimi mesi inoltre hanno visto molte volte l’esercito israeliano impegnato con mezzi pesanti ed aviazione, specialmente nella Striscia di Gaza, dove sono state condotte operazioni durate a lungo, il cui impatto sulla popolazione civile è stato molto simile a quello che può provocare un attentato suicida in Israele. Ad esempio durante l’Operation Rainbow, nel mese di maggio solo nella striscia di Gaza sono stati uccisi 75 palestinesi, un episodio per tutti: la sera del 19 maggio, quando tank ed elicotteri hanno aperto il fuoco su una manifestazione di civili; la stampa parlò nell’immediato di 8 o 15 morti, ma fonti ospedaliere riferirono di molte persone in fin di vita e corpi ammassati nei refrigeratori.

Gli ultimi mesi, oltre alla suddetta tregua degli attentati, hanno anche visto una crescita nel numero delle iniziative di resistenza non violenta attuate in molte zone dei territori occupati, specialmente per protestare contro il muro dell’apartheid. Le numerose manifestazioni che si sono svolte in seguito al pronunciamento della Corte di Giustizia Internazionale, hanno visto la partecipazione di palestinesi, israeliani e cittadini internazionali venuti a portare solidarietà con metodi basati sulle pratiche di resistenza non violenta, come le marce, i sit-in e i raccoglimenti di preghiera.
Solo pochi giorni fa Arun Gandhi, nipote del leader indiano, il Mahatma Gandhi, si è recato a Ramallah per incontrare il presidente Yasser Arafat e per incoraggiare la società civile palestinese a resistere all’occupazione con mezzi non violenti. Lo ha fatto partecipando ad una manifestazione in sostegno dei detenuti palestinesi in sciopero della fame e, assieme al premier Abu Ala e altre duemila persone, ad una marcia ad Abu Dis, periferia di Gerusalemme, per protestare contro il muro di separazione. Gandhi ha dichiarato che: ”Se i palestinesi dovessero lanciare un movimento non violento ciò sicuramente rafforzerebbe le simpatie di cui godono nel mondo e aumenterebbe le pressioni internazionali su Israele”.

Alla marcia di Abu Dis partecipavano anche alc uni gruppi pacifisti israeliani da tempo attivi nella sperimentazione di sistemi di protesta e pressione non violenti, come Gush Shalom e Taayush, ma anche da parte palestinese stanno nascendo associazioni basate sui medesimi principi, e i ponti tra pacifisti israeliani e quelli palestinesi si vanno rinsaldando, come dimostra l’appello lanciato nel marzo 2004 da un nutrito gruppo di intellettuali palestinesi che invitavano l’opinione pubblica a “sollevarsi nuovamente, ma stavolta dando vita a una intifada nonviolenta e saggia” .
Non tutti però da parte palestinese la pensano allo stesso modo, sono in molti, anche al di fuori dai gruppi estremisti, ad aver perduto la fiducia nella protesta non violenta e credono ormai che le manifestazioni di dissenso siano destinate ad infrangersi contro l’intransigenza degli apparati di sicurezza israeliani e il silenzio della comunità internazionale. Ogni volta, queste pacifiche manifestazioni sono state violentemente represse dall’esercito e la polizia israeliani: utilizzando i gas lacrimogeni e proiettili veri (mentre fino a pochi anni fa era consuetudine dell’esercito israeliano sparare proiettili di gomma in presenza di civili, in particolare israeliani ed internazionali). Sistematicamente i bilanci di quelle manifestazioni sono stati di varie persone ferite, arrestate e ancora, morti.
Il primo ministro Sharon subito dopo l’attentato di martedì ha riunito il gabinetto di emergenza della sicurezza per pianificare la risposta militare israeliana, che in parte ha già avuto luogo nel campo profughi di Jabalya, il più popoloso della Striscia dove mercoledì, mezzi blindati ed elicotteri Apache hanno isolato il campo e sparato missili sulle abitazioni uccidendo almeno quattro persone e ferendone 32. In realtà però l’incursione a Jabalya è stata motivata dall’esercito come il tentativo di interrompere il lancio di razzi artigianali Kassam, o come una ritorsione per quelli che, ormai da un paio di anni cadono impunemente -perlopiù senza fare danni - sul villaggio di Sderot, nel deserto del Negev.

Certamente gli attentati di Beersheva, di Qalandia e l’ultimo, di Kalkilyia, saranno presto chiamati in causa dall’esercito israeliano come motivo di ritorsione per giustificare nuove incursioni nei Territori, prolungando così il circolo delle punizioni collettive, degli omicidi mirati e delle relative vendette palestinesi che a loro volta permetteranno ad Ariel Sharon di insistere sulla necessità del muro di separazione tra i due popoli.
Il muro da solo è probabilmente una misura inefficace alla distensione in un contesto in cui rabbia e sofferenza minacciano di esplodere ogni giorno, ma meno che mai possono dirsi utili alla causa palestinese gli attentati contro civili.
Gli eventi degli ultimi anni in terra santa hanno mostrato che non è possibile di sigillare dietro ad un muro il disappunto e la frustrazione delle persone cui è negata la possibilità di una esistenza normale, forse è questo che intendeva Arun Gandhi a Ramallah, durante il suo invito ad una resistenza non violenta, quando si era spinto fino a sostenere che se l’intifada fosse stata condotta sin da principio in modo non violento, invece di costare la vita a 943 israeliani e 3250 palestinesi, il conflitto si sarebbe già risolto.

Naoki Tomasini

 

 

 



Administrator SlampDesk

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità