L’attentato di Beer Sheva in Israele: si torna alla paura e all’impossibile quotidianità.
Ma dall’altra parte del muro, nei Territori Occupati, il terrore non si è mai
fermato.

Il 31 agosto due autobus sono scoppiati a Beersheva, una città nel sud di Israele
a 40 km da Hebron e 40 km ad est dalla striscia di Gaza, lasciando sul terreno
almeno 15 morti e 84 feriti. Si sono incendiati quasi simultaneamente vicino a
un importante incrocio del centro cittadino, in mezzo ai negozi che, secondo alcuni
testimoni, erano pieni di genitori e bambini che stavano facendo le ultime compere
prima del ritorno a scuola dopo le vacanze.
L'attentato è stato rivendicato dal gruppo militante di Hamas con un volantino
in cui si dichiarava che gli attacchi sono una vendetta per l’assassinio del loro
capo spirituale Ahmed Yassin e del suo successore Abdel Aziz Rantisi, avvenuti
nella primavera scorsa. Il Primo ministro israeliano Ariel Sharon ha dichiarato
che il suo governo non abbasserà la guardia nella “lotta contro il terrorismo”
ma da altri esponenti del suo governo sono venuti attacchi diretti contro il presidente
Arafat, responsabile a loro dire, del perdurare della violenza. Anche il ministro
palestinese Saeb Erekat ha commentato l’attentato, specificando però che: “L’Autorità
Palestinese condanna ogni attacco che colpisce i civili, siano essi israeliani
o palestinesi”.
Ancora, lunedì l’esercito israeliano ha ucciso a Jenin Mahmoud Abu Kalifa, il
vice di Zacaria Zubeidi, sparando un razzo sulla sua automobile e ieri a Kalkilyia
un palestinese in bicicletta ha compiuto un nuovo attentato suicida nei pressi
del muro di separazione. Provocando fortunatamente solo quattro feriti.
Questi tragici episodi hanno risvegliato gli incubi mai davvero sopiti nella
vita di tutti i giorni della popolazione civile israeliana, il ritorno dentro
la spirale degli attacchi e delle ritorsioni. Eppure la stampa israeliana e internazionale
parlavano di Beersheva come del primo attacco suicida palestinese in territorio
israeliano dopo un periodo di relativa calma durato almeno sei mesi: a partire
dall’attentato al porto di Ashdod nel marzo 2004. Va detto, che in questi mesi
le forze di sicurezza israeliane sono state tenute ad un livello di attenzione
altissimo proprio perché si attendevano la vendetta, spesso annunciata, all’assassinio
dei leader di Hamas, e che numerose sono state le segnalazioni di attentati sventati
dall’esercito israeliano.
Sfortunatamente l’idea di una tregua, nel contesto generale del circolo vizioso
di attacchi e ritorsioni, è una semplificazione poco legittima come traspare anche
dalla dichiarazione di Erekat. Entro i territori occupati non v’è stata alcuna
pausa negli attacchi da parte degli occupanti; gli ultimi mesi per gli abitanti
della Striscia di Gaza e Cisgiordania sono stati tutt’altro che un momento di
distensione.
Negli ultimi sei mesi, s
econdo dati raccolti dal Palestine Monitor, entro i territori

occupati sono stati uccisi oltre 400 palestinesi, sono stati compiuti 71 omicidi
extra giudiziari (tra cui i due leader di Hamas ) 23 delle vittime dei quali,
non facevano parte di alcuna formazione di estremisti islamici od organizzazioni
per la liberazione della Palestina. Erano donne, bambini e passanti, innocenti
esattamente come i caduti di Beer Sheva.
Da marzo ad oggi sono 73 i bambini che hanno perso la vita per mano dei soldati
israeliani: come il 13enne Saber Abu Libdeh, colpito al cuore da un proiettile,
la stessa fine dei fratelli Ahmed e Asma al-Mughair, colpiti sul tetto della loro
casa, e di Ruwan Abu Zaid, 5 anni, colpita al viso mentre passeggiava mano nella
mano con la sorella di due anni. O l’assurda morte toccata al 14nne Mazen Majid
al Agnah del campo profughi di Rafah, crivellato da 18 proiettili mentre con la
famiglia lasciava la casa che i militari si apprestavano a demolire. E i casi
più recenti della scorsa settimana, quando lunedì una bimba di 10 anni è stata
colpita alla testa da un proiettile sparato da una postazione israeliana mentre
si trovava in una scuola delle Nazioni Unite, e giovedì, nel campo profughi di
Jabalya, dove tra i quattro sospetti militanti palestinesi uccisi si è conteggiato
anche un bambino di nove anni.
Gli ultimi mesi inoltre hanno visto molte volte l’esercito israeliano impegnato
con mezzi pesanti ed aviazione, specialmente nella Striscia di Gaza, dove sono
state condotte operazioni durate a lungo, il cui impatto sulla popolazione civile
è stato molto simile a quello che può provocare un attentato suicida in Israele.
Ad esempio durante l’Operation Rainbow, nel mese di maggio solo nella striscia
di Gaza sono stati uccisi 75 palestinesi, un episodio per tutti: la sera del 19
maggio, quando tank ed elicotteri hanno aperto il fuoco su una manifestazione
di civili; la stampa parlò nell’immediato di 8 o 15 morti, ma fonti ospedaliere
riferirono di molte persone in fin di vita e corpi ammassati nei refrigeratori.
Gli ultimi mesi, oltre alla suddetta tregua degli attentati, hanno anche visto
una crescita nel numero delle iniziative di resistenza non violenta attuate in
molte zone dei territori occupati, specialmente per protestare contro il muro
dell’apartheid. Le numerose manifestazioni che si sono svolte in seguito al pronunciamento
della Corte di Giustizia Internazionale, hanno visto la partecipazione di palestinesi,
israeliani e cittadini internazionali venuti a portare solidarietà con metodi
basati sulle pratiche di resistenza non violenta, come le marce, i sit-in e i
raccoglimenti di preghiera.
Solo pochi giorni fa Arun Gandhi, nipote del leader indiano, il Mahatma Gandhi,
si è recato a Ramallah per incontrare il presidente Yasser Arafat e per incoraggiare
la società civile palestinese a resistere all’occupazione con mezzi non violenti.
Lo ha fatto partecipando ad una manifestazione in sostegno dei detenuti palestinesi
in sciopero della fame e, assieme al premier Abu Ala e altre duemila persone,
ad una marcia ad Abu Dis, periferia di Gerusalemme, per protestare contro il muro
di separazione. Gandhi ha dichiarato che: ”Se i palestinesi dovessero lanciare
un movimento non violento ciò sicuramente rafforzerebbe le simpatie di cui godono
nel mondo e aumenterebbe le pressioni internazionali su Israele”.

Alla marcia di Abu Dis partecipavano anche alc
uni gruppi pacifisti israeliani da tempo attivi nella sperimentazione di sistemi
di protesta e pressione non violenti, come Gush Shalom e Taayush, ma anche da
parte palestinese stanno nascendo associazioni basate sui medesimi principi, e
i ponti tra pacifisti israeliani e quelli palestinesi si vanno rinsaldando, come
dimostra
l’appello lanciato nel marzo 2004 da un nutrito gruppo di intellettuali palestinesi che
invitavano l’opinione pubblica a “sollevarsi nuovamente, ma stavolta dando vita
a una intifada nonviolenta e saggia” .
Non tutti però da parte palestinese la pensano allo stesso modo, sono in molti,
anche al di fuori dai gruppi estremisti, ad aver perduto la fiducia nella protesta
non violenta e credono ormai che le manifestazioni di dissenso siano destinate
ad infrangersi contro l’intransigenza degli apparati di sicurezza israeliani e
il silenzio della comunità internazionale. Ogni volta, queste pacifiche manifestazioni
sono state violentemente represse dall’esercito e la polizia israeliani: utilizzando
i gas lacrimogeni e proiettili veri (mentre fino a pochi anni fa era consuetudine
dell’esercito israeliano sparare proiettili di gomma in presenza di civili, in
particolare israeliani ed internazionali). Sistematicamente i bilanci di quelle
manifestazioni sono stati di varie persone ferite, arrestate e ancora, morti.
Il primo ministro Sharon subito dopo l’attentato di martedì ha riunito il gabinetto
di emergenza della sicurezza per pianificare la risposta militare israeliana,
che in parte ha già avuto luogo nel campo profughi di Jabalya, il più popoloso
della Striscia dove mercoledì, mezzi blindati ed elicotteri Apache hanno isolato
il campo e sparato missili sulle abitazioni uccidendo almeno quattro persone e
ferendone 32. In realtà però l’incursione a Jabalya è stata motivata dall’esercito
come il tentativo di interrompere il lancio di razzi artigianali Kassam, o come
una ritorsione per quelli che, ormai da un paio di anni cadono impunemente -perlopiù
senza fare danni - sul villaggio di Sderot, nel deserto del Negev.
Certamente gli attentati di Beersheva, di Qalandia e l’ultimo, di Kalkilyia,
saranno presto chiamati in causa dall’esercito israeliano come motivo di ritorsione
per giustificare nuove incursioni nei Territori, prolungando così il circolo delle
punizioni collettive, degli omicidi mirati e delle relative vendette palestinesi
che a loro volta permetteranno ad Ariel Sharon di insistere sulla necessità del
muro di separazione tra i due popoli.
Il muro da solo è probabilmente una misura inefficace alla distensione in un
contesto in cui rabbia e sofferenza minacciano di esplodere ogni giorno, ma meno
che mai possono dirsi utili alla causa palestinese gli attentati contro civili.
Gli eventi degli ultimi anni in terra santa hanno mostrato che non è possibile
di sigillare dietro ad un muro il disappunto e la frustrazione delle persone cui
è negata la possibilità di una esistenza normale, forse è questo che intendeva
Arun Gandhi a Ramallah, durante il suo invito ad una resistenza non violenta,
quando si era spinto fino a sostenere che se l’intifada fosse stata condotta sin
da principio in modo non violento, invece di costare la vita a 943 israeliani
e 3250 palestinesi, il conflitto si sarebbe già risolto.
Naoki Tomasini