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Il fulmine all'anestetizzata vita politica guineana è arrivato la scorsa settimana,
quando il presidente Conte, salito al potere nel 1984 grazie a un golpe, ha deciso
di licenziare il premier Lansana Kouyaté, l'uomo “di consenso” scelto assieme
ad opposizione e sindacati a séguito degli incidenti del febbraio 2007, causati
dal carovita ma presto diretti contro l'entourage del presidente, responsabile
della mala gestione del Paese. Al posto di Kouyaté, impegnato nel varo di una
legislazione che avrebbe dovuto regolamentare le prossime elezioni, previste per
il 2009, è stato posto Ahmed Tidiane Souaré, ex-ministro delle Miniere e uomo
vicino al presidente. Il tutto senza consultare l'opposizione che, divisa dopo
le proteste dello scorso anno, ha trovato un motivo per ricementare l'alleanza
con i sindacati e al suo interno. Finora, alcuni partiti hanno risposto freddamente
all'invito fatto da Souaré affinché entrassero nel governo, mentre altri hanno
minacciato di tornare a manifestare per le strade.
Per l'ennesima volta, e a intervalli più o meno regolari, è riemerso il cortocircuito
nella politica guineana: un presidente che governa attraverso i suoi fedelissimi,
estremamente reticente a dividere il potere con l'opposizione, e che ritiene la
sua presidenza una sorta di dono divino, da difendere a tutti i costi. Ai suoi
piedi ha un Paese dalle grandi potenzialità (primo esportatore al mondo di bauxite,
con un terzo delle riserve mondiali, oltre a ferro, oro, diamanti) ma consumato
da una crisi economica che dura da anni, con servizi inesistenti e un'inflazione
che ha reso proibitivo anche l'acquisto dei generi di prima necessità. In parte
tradita da un'opposizione incapace di mobilitarsi se non nei momenti di crisi,
la popolazione ha davanti una difficile scelta: chinare la testa, come ha fatto
per anni, o scendere in piazza. Come l'anno scorso, al prezzo di 186 vittime.Matteo Fagotto