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Il giovane, che al momento dell'ultima somministrazione di metadone era febbricitante,
era peggiorato nel corso della notte. Ma i tentativi dei compagni di prigionia
di richiamare l'attenzione, le richieste per avere un medico, per denunciare che
il giovane stava molto male, sono andate tutte a vuoto. Fino al mattino dopo.
Ma Hassan era già morto, la bava alla bocca, la testa sul cuscino madido di sudore.
Il freddo linguaggio burocratico del ministero degli Interni viene dal Dipartimento
per le libertà civili (grottesca l'associazione della sigla a questa vicenda)
e l'immigrazione: “ Ispezione al nuovo centro per accertare le circostanze e i
fatti occorsi nella notte tra il 23 e il 24 maggio, che abbiano rilievo sotto
il profilo amministrativo”. Punto. Le agenzie di stampa, quelle che diramano le
notizie in tute le redazioni dei media, hanno fretta: il giovane non ha un nome,
diventa 'un marocchino' e soprattutto alcuni riescono a scrivere che Hassan Nejl
era un 'ospite del centro'. Ospite?
Le prime notizie dell'autopsia dicono quello che si sapeva già: Hassan faceva
uso di droghe: sono state trovate tracce di cocaina e hashish. Un dato accertato,
anche perché nella ricostruzione delle ultime ore si era già detto della somministrazione
di metadone, nel tardo pomeriggio del 23 maggio. Il sindaco di Torino, Sergio
Chiamparino, ha chiesto che la vicenda non diventi un 'caso politico'. Difficile
richiesta, proprio quando a Bruxelles e in Italia si parla dell'estensione della
permanenza ( forzata) nei centri di detenzione fino a diciotto mesi ( fino ad
oggi in Italia era possibile fino a sessanta giorni) e quando si parla di ampliare
e ribattezzare i centri circondati da filo spinato, con le guardie a controllare
gli 'ospiti', che non possono allontanarsi.
Angelo Miotto