Dall'ipotesi di tregua a una
recrudescenza dello scontro il passo è breve quando si tratta
della Striscia di Gaza. Così, mentre da un lato si discute di
un possibile cessate il fuoco tra Hamas e il governo israeliano,
dall'altro si minaccia una ripresa dell'escalation militare.
Disaccordi. La trattativa dei
giorni scorsi al cairo, con la mediazione della diplomazia egiziana,
è fallita. In cambio della riaperura dei vailchi della
Striscia, Israele pretendeva che Hamas mettesse fine al lancio di
razzi verso il territorio israeliano e al contrabbando di armi verso
il territorio da loro controllato. Secondo un consigliere del
ministero della Difesa, Amos Gilad, le richieste israeliane
contemplavano anche la liberazione di Gilad Shalit, il caporale
israeliano catturato al confine con la Striscia il 25 giugno del
2006. “Condizioni impossibili” ha dichiarato Ahmed Jusef,
consigliere del leader di Hamas Ismail Haniyeh, che protesta
soprattutto contro il divieto per Hamas di accumulare armi. “Israele
pretende non solo la fine del lancio di razzi e degli attacchi
suicidi, ma anche quella di qualunque tipo di resistenza” ha
spiegato Jamal Abu Hashem, uno dei mediatori palestinesi. “Vogliono
ottenere tutto senza concedere nulla” ha concluso, spiegando che la
concessione di riaprire i valichi da parte di Israele “non è
stata inequivocabile”.
Minacce. Dopo il fallimento
della trattativa Ahmed Jusef, intervistato da radio al Aqsa, ha
dichiarato che “se Israele insisterà sulle sue condizioni
impossibili, offriremo le nostre scuse alle masse e a Dio e diremo
che noi, come movimento nazionale, abbiamo fatto il possibile per
alleviare le sofferenze provocate dall'assedio alle masse”. E ha
concluso minacciando: “il nemico non ci ha lasciato altra scelta
che rompere l'assedio con la forza”. Subito gli ha risposto a tono
il ministro della Difesa Ehud Barak, che ha prospettato una nuova
operazione militare su vasta scala contro il territorio controllato
da Hamas. “Non vale la pena esaurire prima i negoziati” ha
dichiarato lunedì durante una riunione del partito laburista.
“La possibilità di una tregua con Hamas sono molto labili”,
ha fatto sapere il capo del servizio segreto Yuval Diskin, secondo
cui Hamas sarà presto in possesso di missili iraniani con una
gittata capace di raggiungere Ashdod e Kiryat Gat, località
più distanti rispetto a Sderot e Ashkelon. Quello delle
aumentate capacità balistiche del partito islamico è
uno scenario a cui crede anche il ministro dei Trasporti Shaoul
Mofaz, che ha invitato il governo ad “Agire per ritornare alla
deterrenza”.
Speranze. Per il momento,
insomma, la trattativa è fallita. Tuttavia al Cairo continua
il viavai di politici che, con la mediazione del capo della sicurezza
locale, Omar Suleiman, stanno cercando di portare a casa un qualche
risultato diplomatico, che precluda ulteriori sviluppi sanguinosi.
Amos Gilad e i mediatori palestinesi torneranno al Cairo la prossima
settimana, sperando che nel frattempo le pressioni internazionali
sopratutto su Israele, riescano a smuovere il negoziato. Hamas nel
frattempo sembra essere riuscita a rompere l'isolamento
internazionale, almeno sul fronte diplomatico. Lo ha annunciato
lunedì Ahmed Jusuf, secondo cui negli ultimi tempi i
rappresentati del partito islamico hanno incontrato -su loro
richiesta- esponenti dei governi di Francia, Norvegia, Svizzera e
Italia. Colloqui che sarebbero stati molto positivi. Domenica scorsa,
inoltre, dopo l'elezione del presidente libanese Suleiman, il leader
di Hamas in esilio Khaled Meshaal ha telefonato al capo della Lega
Araba, Amr Moussa, per chedergli di intervenire per risolvere la
crisi interpalestinese tra Hamas e Fatah, come è stato fatto
per il Libano.
Naoki Tomasini