Dopo i combattimenti delle
scorse settimane, che hanno acceso le strade di Beirut e del Libano
portando il Paese indietro di vent’anni, tutto sta tornando
lentamente alla normalità. A Doha, nel Qatar, le varie fazioni
hanno trovato un accordo che porterà all’elezione di Michel
Suleiman, capo di Stato Maggiore dell’esercito libanese, alla
carica presidenziale.

Downtown, il quartiere-vetrina della
capitale, ha riaperto i suoi locali e i suoi negozi di lusso. La
persone sono tornate alla loro quotidianità, anche se i segni
degli scontri rimangono evidenti. I fori delle pallottole nelle
vetrine dei negozi di Hamra, e la presenza dei militari ad ogni
incrocio lasciano la città in uno stato di ovattata attesa.
Domenica è il giorno in cui il Libano si è lasciato
alle spalle mesi di agonia politica e di conflitti
interconfessionali. Non tutti sono comunque ottimisti. “Non mi fido
più di nessuno”, dice Seoud Labban, sunnita. “La politica
nel nostro Paese è sempre stata manovrata dall’estero, anche
noi sunniti siamo stati usati dagli americani come i cristiani prima
da Israele”.

Giovedì sera le
strade che costeggiano piazza dei Martiri erano percorse da una
carovana di macchine addobbate con manifesti dello sceicco Hamad bin
Khalifa al Tani e bandiere del Qatar, quasi fossero caroselli da
finale dei mondiali di calcio. I quartieri cristiani di Ashrafiyeh,
Rmeil e Saif, sono vestiti a festa, ricoperti di gigantografie del
generale Suleiman ‘presidente di tutto il Libano’. “Vogliamo
tornare a lavorare. A casa non riesco a portare che una ventina di
dollari al giorno, dai quali devo togliere il costo della benzina che
continua ad aumentare. Riusciamo a malapena a mangiare con quei
soldi. Senza turisti Beirut è morta” si sfoga un tassista.
Intanto ai moli della Corniche, splendido lungomare della città,
sono attraccati decine e decine di yacht. Giovani donne prendono il
sole protette dal filo spinato.

Davanti all’Università
Americana di Rue Bliss, gli studenti sembrano non preoccuparsi
particolarmente. “Non importa come, ma noi vogliamo essere
governati da gente capace che voglia solamente il bene del Libano”,
dice la gentile proprietaria di una libreria. “Non mi piacciono i
militari, ma se il nuovo presidente non si farà condizionare
dal suo entourage e sarà un uomo pragmatico, allora le cose
potranno sistemarsi”. La memoria ritorna al generale Fuad Chehab,
comandante delle Forze Armate e presidente del Libano dal 1958 al
1964. “Sì, forse farà come lui, non lo so,
l’importante è che rappresenti la nazione”, conclude la
libraia sorridendo serena dietro al bancone, mentre legge una rivista
di moda. Fuori dal negozio, lungo la strada in una delle centinaia di
guardiole militari, Hassan, 27 anni, mitra in mano, chiede di essere
fotografato. “Welcome to Lebanon”. Ride anche lui, aspettando il
presidente.