24/05/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Francesca Borri e il suo libro sul Kosovo. Ma anche su 'noi stessi' e gli 'altri'
Ci sono libri che sorprendono. Se ne aspetta la pubblicazione, lo si rigira tra la mani quando se ne entra in possesso, ci si fa un'idea. Quasi sempre leggi quello che, più o meno, ti immaginavi. Ma qualche volta non va così. Questo è il caso di Non aprire mai, opera prima di Francesca Borri. Un libro sul Kosovo, si potrebbe pensare. E si potrebbe sbagliare, perché non è solo questo.

Questo racconto dell'esperienza di una studentessa universitaria a Pristina, per uno stage presso la locale rappresentanza diplomatica italiana, non è solo un diario, ma anche una polaroid di quel micro-cosmo che è la cosiddetta 'comunità internazionale', entità eterea che s'incarna ai quattro angoli della terra in persone che si trovano di fronte ad altre persone. Ma senza capirsi.
Il tema forte del (bel) libro di Francesca Borri è la riflessione dall'interno del mondo della diplomazia, dove un episodio personale si trasforma, dilatato dal clima kafkiano delle 'imposizioni dall'alto', in una sorta di caso internazionale. L'interesse di un libro del genere sta nell'avere un significato che trascende la singola storia, per renderle un respiro universale. E così un innocuo commento che scappa con un'amica, rispetto alla storia di una persona che dal Kosovo cerca un futuro migliore in Italia, diventa un caso di spionaggio internazionale ai danni dello Stato italiano, con tanto di minacce di rimpatrio.

La capacità di parlarsi, però, non manca solo all'interno del consolato italiano, ma anche tra 'gli internazionali' e 'i locali'. ''Nessuno tra noi che parli albanese, nessuno tra loro che parli inglese. E' l'incomunicazione più totale. A sera ognuno torna nella sua casetta di dragodan, e la corrente poco dopo va via. Rimane illuminata solo la prishtina dei potenti. E' il kosovo che in silenzio, fragile scompare''. Riflessioni personali sull'incontro, raccontate con una punteggiatura fresca ed eclettica, condita di riflessi culturali mai banali, tutto questo è Non aprire mai. E molto di più. E' anche una mappa che non vuole essere esaustiva, ma uno spunto di riflessione per ragionare su un linguaggio, un codice, che apra 'noi' agli 'altri'. Quando una persona smette di essere un 'kosovaro' e diventa Mensur, Valon o Enver si rovesciano le prospettive, viene strappata via la coperta di Linus dei pregiudizi che ci mette al riparo dalle contraddizioni degli stili di vita che ci sono stati preparati. Questo libro rompe l'indugio del pregiudizio e, di questi tempi, si tratta dell'unico vero atto rivoluzionario possibile. 

Christian Elia

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