Continua la crisi somala, con i clan che controllano Mogadiscio e il resto del Paese

Quando, lo scorso ottobre, Abdullahi Yusuf Ahmed venne eletto nuovo presidente,
furono in molti a credere che per la Somalia si sarebbe riaperto il tanto atteso
processo di pace e riunificazione.
Gli eventi che hanno avuto luogo nelle ultime settimane sembrano andare in tutt’altra
direzione.
Attentati, sparatorie, faide e omicidi restano all’ordine del giorno in un Paese
senza stato, o meglio, con uno stato costretto a soggiornare nel vicino Kenya
per motivi di sicurezza. A tre mesi dalla nascita di un nuovo governo di transizione
la Somalia continua a dare la stessa immagine di sé. Quella cioè di una terra
contesa tra clan rivali e signori della guerra con pochi scrupoli e con il grilletto
facile. Un mosaico di guerra dal quale, da ben 14 anni, non si decifra che una
sola parola: caos.
Cronologia del caos. Lo testimoniano i fatti della settimana scorsa e delle ultime ore. Il 19 gennaio
scorso, nella capitale Mogadiscio, un gruppo di miliziani appartenenti a un gruppo
estremista islamico hanno fatto irruzione nel cimitero coloniale italiano, distruggendo
almeno 700 tombe a picconate.
Le testimonianze giunte da laggiù parlavano di alcuni ragazzi intenti a una macabra
partita di calcio, in cui i teschi dei coloni italiani morti oltre mezzo secolo
fa venivano usati come palloni. Poco importa che nella giornata di ieri almeno
mille persone siano scese in strada in segno di protesta contro l’atto vandalico,
guidate dal governatore Abdullahi Ganey Firinbi.
La città resta sotto il controllo di bande armate che ne controllano strade e
quartieri.
Una di queste, non meglio identificata si è presentata, alle 8 di mattina di
domenica 23 gennaio, alla porta del Generale Yusuf Ahmed Sarinle. Pochi minuti
e sette spari dopo, quattro uomini armati sono fuggiti a bordo di una Toyota,
lasciando il corpo senza vita del Generale riverso tra le carte del suo ufficio.
Pare stesse indagando sui responsabili della distruzione del cimitero italiano.
La sfida di Yusuf Ahmed. Ma i disordini non riguardano solo Mogadiscio. La Regione centrale di Galgadud,
al confine con l’Etiopia, continua a essere una ‘zona calda’, dove i clan di Habr
Gedir e quello di Hawiye danno spesso vita a scontri violenti per questioni legate
alla terra e all’acqua. Le notizie provenienti dalla zona sono vaghe e imprecise,
ma qui in questo mese sarebbero morte già 30 persone, che vanno aggiunte al centinaio
di vittime dello scorso dicembre. “La situazione è momentaneamente tranquilla,
c’è un tentativo di mediazione tra i due clan”, ci conferma dalla capitale regionale
Dhuusamarreeb, Mohammed Elmi, rappresentante della Croce Rossa Internazionale
e dell’associazione
Somali Health Care and Education. “Ma nessuno crede che si giungerà a una soluzione entro breve”.
Il neopresidente Abdullahi Yusuf Ahmed, attualmente residente nella capitale
keniota Nairobi, non è stato accolto nel migliore dei modi. Pochi mesi dopo le
elezioni, l’ex signore della guerra originario della regione semi-autonoma del
Puntland è uscito indenne quasi per miracolo da un attentato compiuto contro la
sua abitazione. Nello stesso Puntland la situazione non è delle migliori, visto
che appena due mesi e mezzo fa si sono registrati scontri tra alcuni guerriglieri
locali e una banda armata della repubblica indipendente del Somaliland.
La prima scommessa di Yusuf è quella di mettere in piedi il governo a Mogadiscio
senza farsi uccidere.
Poi dovrà ricostruire un Paese che da 14 anni brancola nel buio dell’anarchia,
nel quale, oltre alla sicurezza, mancano infrastrutture fondamentali per la popolazione
civile.