Va in scena a Dakar l'ennesimo sciopero contro i bassi stipendi e gli aumenti del prezzo del riso
Scritto
per noi da
Alessio Antonini
Il
presidente Wade questo lo sa, come sa benissimo che l'aumento dei
prezzi degli alimenti è legato alla crescita di domanda di
materie prime da parte della Cina e dell'India e a causa della
politica estera statunitense che ha mandato alle stelle il prezzo del
petrolio. "Il Senegal è un produttore di greggio e di
materie prime - spiega Andrea Goldstein dell'Organizzazione per la
Cooperazione e lo Sviluppo Economico - ma ormai la regione
dell'Africa Occidentale ha legami più solidi con la Cina e con
il Brasile di quanti ne abbia con l'Europa. I padroni delle
concessioni petrolifere sono gli esponenti politici senegalesi che si
guardano bene dall'additare come un problema l'aumento della domanda
dei mercati asiatici o di criticare la politica di espansione
americana". Questo metterebbe in crisi, da una parte, i rapporti
con le autorità cinesi che fanno affari con il governo e,
dall'altra, i rapporti con l'Africom, il comando unificato
statunitense per l'Africa, che coordina le operazioni militari
statunitensi su tutto il continente nero. "La Fao - aggiunge Bia
- questa volta è il debole tra i forti e il governo è
consapevole che le sue dichiarazioni non avranno conseguenze".

Il
discorso di Wade però mette in luce un problema che è
diventato chiaro negli ultimi anni: "Non c'è più
confine tra l'impianto degli aiuti umanitari, le imprese occidentali
e le politiche di sicurezza - scrive Sesnan - i singoli soggetti
agiscono di concerto e si scambiano favori reciproci". Ne è
prova la facilità di passaggio degli operatori umanitari dalle
organizzazioni alle imprese e il contatto continuo con gli ambienti
militari. "E' nostra intenzione proteggere e aiutare paesi come
il Senegal che hanno gravi problemi di sicurezza sul territorio - ha
detto l'ammiraglio statunitense Anthony Kurta, coordinatore
territoriale del programma Africom - anche contribuendo ai programmi
di sviluppo". La presenza fino all'inizio di maggio della
portaerei USS Fort McHenry nelle acque territoriali senegalesi è
stata letta dal governo come un chiaro segnale dei rapporti che il
Paese deve mantenere con gli alleati americani. L'amministrazione
dakarois è terrorizzata dal finire su una possibile lista nera
dei terroristi perché questo comporterebbe la fine dei
contratti commerciali come sono stati intesi finora. Fino al 2003 il
Senegal infatti intratteneva ottimi rapporti diplomatici con i paesi
del Golfo Persico per scambi di expertise sull'estrazione
petrolifera, rapporti che si sono immediatamente raffreddati in
seguito alla prima visita ufficiale del presidente americano George
Bush a Dakar. "Gli Stati Uniti hanno chiarito al governo
senegalese che è più vantaggioso per il Senegal stare
dalla loro parte - scrive Daniel Volman dell'African Security
Research Project - le conseguenze di una scelta diversa possono
essere immensamente gravi per i gruppi dirigenti del paese".
Basti
pensare che l'allarme terrorismo dell'anno scorso ha spinto a
modificare il percorso della Parigi Dakar che ha sempre portato
turismo e denaro in Senegal. La gara più famosa del mondo
infatti nella sua edizione 2009 non toccherà né Parigi
né tantomeno Dakar: si farà in Sud America, da Buenos
Aires in Argentina a Valparaiso in Cile. "Quello che gli Usa non
possono fare per il momento - prosegue la Yousof - è proporre
qualcosa di più vantaggioso rispetto a quello che già
offre la Cina". In cambio di aiuti per la lotta all'Hiv e alla
povertà erogati dall'organizzazione umanitaria protestante
World Vision gli Usa hanno ottenuto in tutta l'Africa occidentale le
cosiddette lily pad facilities (installazioni a ninfea), luoghi in
cui gli aerei militari statunitensi possono atterrare e ripartire
senza dover avvisare le torri di controllo o le autorità
locali, come gli insetti
sulle piante che galleggiano sull'acqua, appunto. Nel gioco al
rialzo, la Cina però ha offerto di più: la costruzione
di gran parte delle nuove opere edilizie di Dakar in cambio del
petrolio che sarà scoperto in futuro. Di fatto un guadagno
immediato a costo zero che sposta tutto il rischio dalle imprese
senegalesi a quelle cinesi. Una manna per chi governa il Senegal.

La
Fao dunque è l'unico bersaglio rimasto su cui si può
scagliare il presidente senegalese senza creare incidenti gravi. "La
Fao ha dimostrato senza dubbio incompetenza - insiste Bia - ma questa
volta non c'entra nulla con i problemi del Senegal. Le difficoltà
sono ben altre: cioé che noi cittadini non contiamo niente e
le cose ci passano sopra la testa senza che noi possiamo fare nulla".
Il sole infatti splende ancora alto mentre gli aerei militari
statunitensi decollati dalla pista di Kaolak a 200 chilometri dalla
capitale senegalese pattugliano i cieli della penisola dakarois. Ma
la maggior parte dei senegalesi pare non si accorga nemmeno di quello
che succede più in basso. Accanto ai sacchi di iuta vuoti
rimasti sull'asfalto al termine della manifestazione sfrecciano tre
toyota nere appena uscite dal palazzo presidenziale. Stanno andando
nella residenza di rue 18 prolongee: la sede dell'ambasciata cinese.