26/05/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Va in scena a Dakar l'ennesimo sciopero contro i bassi stipendi e gli aumenti del prezzo del riso
Scritto per noi da
Alessio Antonini
 
I taxi gialli e gli autobus che dalla periferia vanno verso il centro della città rallentano all'improvviso e un coro stonato di clacson scuote Dakar. Gli autisti dei car rapide, i furgoni colorati che garantiscono il servizio pubblico di trasporti nella capitale senegalese, si sporgono dai finestrini e cominciano a gridare in wolof, la lingua nazionale. Altri saltano giù dalle vetture agitando le braccia in gesti e balletti incomprensibili ai pochi bianchi incastrati nel traffico delle prime ore della mattina. "E' l'ennesimo sciopero per l'aumento del prezzo del riso - dice Jerome, tassista maliano immigrato in Senegal a cercar fortuna - in questo periodo ce n'è uno alla settimana".

Foto di Alessio AntoniniUn chilometro più avanti in direzione dell'enorme mercato di Sandaga, cuore pulsante dell'economia dakarois, un migliaio di manifestanti ha bloccato il traffico: alcuni sventolano sacchi di iuta vuoti, in cui una volta c'era riso, altri si limitano a stare fermi in mezzo alla strada. Un uomo sul tetto di un furgoncino Renault giallo e blu parcheggiato di traverso rispetto alla direzione di marcia grida in un megafono e incita la folla. "La gente è arrabbiata sul serio - spiega Alistair Thomson, corrispondente della Reuters da Dakar - la spesa quotidiana per mantenere una famiglia è passata da poco meno di tre dollari al giorno di gennaio ai quasi cinque di oggi e non ci sono stati aumenti di stipendio per i dipendenti pubblici negli ultimi dodici mesi". Il riso infatti costa quasi il doppio rispetto all'anno scorso e, in un paese dove i piatti nazionali sono lo yassa poulet con riso, la djeboudjenne con riso o il riso e basta per i più poveri, l'aumento dei prezzi si sente più che da altre parti.

Il Senegal importa circa l'80% del riso che consuma ed è particolarmente esposto alla crisi dei prezzi. "Nonostante l'economia senegalese stia crescendo a un ritmo del 6% annuo, è chiaro che il governo non ha applicato nessuna politica di ridistribuzione della ricchezza", commenta Alex Segura, rappresentante per il Fondo Monetario Internazionale a Dakar. "In tutto il paese sta bollendo la pentola della pressione sociale e per il momento il governo si è limitato ad accusare le organizzazioni umanitarie e i francesi di tutti i mali del mondo". Non a caso l'ottantunenne presidente Abdoulaye Wade, ben saldo al timone del palazzo presidenziale dal 2000, è apparso di recente alla televisione nazionale, incolpando la Fao di totale inefficienza e proponendo di sopprimerla. "Dare la colpa agli stranieri è l'arma segreta dei politici di tutto il mondo: in questo caso la Fao e le Nazioni Unite sono un bersaglio perfetto perché tutti in Africa sanno che non servono a niente". Mamadou Bia, sindacalista senegalese, non ha dubbi: "La Fao è colpevole di inefficienza, ma non bisogna pensare che Wade abbia all'improvviso a cuore le sorti dei suoi cittadini, l'attacco alla Fao è un modo per tenere buona la gente. Punto e basta".

Foto di Alessio AntoniniLe dichiarazioni di Wade contro la Fao sono un problema prevalentemente interno, ma va aggiunto che le organizzazioni internazionali negli ultimi mesi si sono messe d'impegno per entrare nel mirino: il quotidiano senegalese l'Observateur avanza l'ipotesi che il Programma Alimentare Mondiale (Pam) delle Nazioni Unite stia manipolando la crisi alimentare per riuscire a piazzare in Senegal varie tonnellate di riso thailandese prossimo alla scadenza che il Pam aveva già acquistato e stoccato, mentre il giornale filogovernativo Le Soleil attacca i progetti di partenariato europei tacciandoli di essere nient'altro che operazioni finanziarie per il rilancio dell'economia del vecchio continente a scapito dei produttori di materie prime senegalesi. "E' vero che la gente soffre, ma l'ingresso di aiuti alimentari in grandi quantità in un paese come il Senegal rischia di fare più danni di quanti ne potrebbe risolvere: la distribuzione gratuita di riso in questo momento metterebbe in crisi gli imprenditori della zona che il riso lo importano e lo vendono al mercato". Alia Yousof, della Standard Asset Management, rincara la dose: "le aziende stanno creando maggiori opportunità di distribuzione di ricchezza in Africa con l'assunzione di lavoratori di quanto non stanno faccendo le istituzioni umanitarie distribuendo elemosina".

L'intervento delle organizzazioni internazionali e umanitarie viene visto dagli investitori non occidentali, prevalentemente arabi o cinesi, come uno strumento di concorrenza sleale nei confronti delle attività produttive. "Non è la prima volta che le organizzazioni internazionali dipingono una situazione peggiore di quanto non sia in realtà per attirare fondi - scriveva due anni fa a proposito del Congo Barry Sesnan, ex dirigente dell'Unicef e oggi a capo di un Think Tank per lo sviluppo - gli interventi umanitari in mancanza di un coordinamento serio con lo Stato e con le imprese locali si rivelano un tifone che spazza via il fragile impianto economico dei paesi emergenti". Il Senegal come tutta l'Africa è un produttore di materie prime: l'aumento del prezzo del riso è accompagnato anche da un aumento dei fatturati delle imprese locali che sfruttano le concessioni petrolifere sulle coste dell'Africa Occidentale, aumentando non tanto la forbice tra paesi in via di sviluppo e paesi sviluppati quanto tra senegalesi ricchi e poveri. "Non c'è bisogno di regali - continua Bia - basterebbe rivedere i salari dei lavoratori e i senegalesi tornerebbero ad avere accesso ai beni di consumo come l'anno scorso. Non bisogna confondere un problema di contratti collettivi con un emergenza umanitaria".
 
Categoria: Risorse, Economia
Luogo: Senegal