Va in scena a Dakar l'ennesimo sciopero contro i bassi stipendi e gli aumenti del prezzo del riso
Scritto
per noi da
Alessio Antonini
I
taxi gialli e gli autobus che dalla periferia vanno verso il centro
della città rallentano all'improvviso e un coro stonato di
clacson scuote Dakar. Gli autisti dei car rapide, i furgoni colorati
che garantiscono il servizio pubblico di trasporti nella capitale
senegalese, si sporgono dai finestrini e cominciano a gridare in
wolof, la lingua nazionale. Altri saltano giù dalle vetture
agitando le braccia in gesti e balletti incomprensibili ai pochi
bianchi incastrati nel traffico delle prime ore della mattina. "E'
l'ennesimo sciopero per l'aumento del prezzo del riso - dice Jerome,
tassista maliano immigrato in Senegal a cercar fortuna - in questo
periodo ce n'è uno alla settimana".

Un
chilometro più avanti in direzione dell'enorme mercato di
Sandaga, cuore pulsante dell'economia dakarois, un migliaio di
manifestanti ha bloccato il traffico: alcuni sventolano sacchi di
iuta vuoti, in cui una volta c'era riso, altri si limitano a stare
fermi in mezzo alla strada. Un uomo sul tetto di un furgoncino
Renault giallo e blu parcheggiato di traverso rispetto alla direzione
di marcia grida in un megafono e incita la folla. "La gente è
arrabbiata sul serio - spiega Alistair Thomson, corrispondente della
Reuters da Dakar - la spesa quotidiana per mantenere una famiglia è
passata da poco meno di tre dollari al giorno di gennaio ai quasi
cinque di oggi e non ci sono stati aumenti di stipendio per i
dipendenti pubblici negli ultimi dodici mesi". Il riso infatti
costa quasi il doppio rispetto all'anno scorso e, in un paese dove i
piatti nazionali sono lo yassa poulet con riso, la djeboudjenne con
riso o il riso e basta per i più poveri, l'aumento dei prezzi
si sente più che da altre parti.
Il
Senegal importa circa l'80% del riso che consuma ed è
particolarmente esposto alla crisi dei prezzi. "Nonostante
l'economia senegalese stia crescendo a un ritmo del 6% annuo, è
chiaro che il governo
non ha applicato nessuna politica di ridistribuzione della
ricchezza", commenta Alex Segura, rappresentante per il Fondo
Monetario Internazionale a Dakar. "In tutto il paese sta
bollendo la pentola della pressione sociale e per il momento il
governo si è limitato ad accusare le organizzazioni umanitarie
e i francesi di tutti i mali del mondo". Non a caso
l'ottantunenne presidente Abdoulaye Wade, ben saldo al timone del
palazzo presidenziale dal 2000, è apparso di recente alla
televisione nazionale, incolpando la Fao di totale inefficienza e
proponendo di sopprimerla. "Dare la colpa agli stranieri è
l'arma segreta dei politici di tutto il mondo: in questo caso la Fao
e le Nazioni Unite sono un bersaglio perfetto perché tutti in
Africa sanno che non servono a niente". Mamadou Bia,
sindacalista senegalese, non ha dubbi: "La Fao è
colpevole di inefficienza, ma non bisogna pensare che Wade abbia
all'improvviso a cuore le sorti dei suoi cittadini, l'attacco alla
Fao è un modo per tenere buona la gente. Punto e basta".

Le
dichiarazioni di Wade contro la Fao sono un problema prevalentemente
interno, ma va aggiunto che le organizzazioni internazionali negli
ultimi mesi si sono messe d'impegno per entrare nel mirino: il
quotidiano senegalese l'Observateur avanza l'ipotesi che il Programma
Alimentare Mondiale (Pam) delle Nazioni Unite stia manipolando la
crisi alimentare per riuscire a piazzare in Senegal varie tonnellate
di riso thailandese prossimo alla scadenza che il Pam aveva già
acquistato e stoccato, mentre il giornale filogovernativo Le Soleil
attacca i progetti di partenariato europei tacciandoli di essere
nient'altro che operazioni finanziarie per il rilancio dell'economia
del vecchio continente a scapito dei produttori di materie prime
senegalesi. "E' vero che la gente soffre, ma l'ingresso di aiuti
alimentari in grandi quantità in un paese come il Senegal
rischia di fare più danni di quanti ne potrebbe risolvere: la
distribuzione gratuita di riso in questo momento metterebbe in crisi
gli imprenditori della zona che il riso lo importano e lo vendono al
mercato". Alia Yousof, della Standard Asset Management, rincara
la dose: "le aziende stanno creando maggiori opportunità
di distribuzione di ricchezza in Africa con l'assunzione di
lavoratori di quanto non stanno faccendo le istituzioni umanitarie
distribuendo elemosina".
L'intervento
delle organizzazioni internazionali e umanitarie viene visto dagli
investitori non occidentali, prevalentemente arabi o cinesi, come uno
strumento di concorrenza sleale nei confronti delle attività
produttive. "Non è la prima volta che le organizzazioni
internazionali dipingono una situazione peggiore di quanto non sia in
realtà per attirare fondi - scriveva due anni fa a proposito
del Congo Barry Sesnan, ex dirigente dell'Unicef e oggi a capo di un
Think Tank per lo sviluppo - gli interventi umanitari in mancanza di
un coordinamento serio con lo Stato e con le imprese locali si
rivelano un tifone che spazza via il fragile impianto economico dei
paesi emergenti". Il Senegal come tutta l'Africa è un
produttore di materie prime: l'aumento del prezzo del riso è
accompagnato anche da un aumento dei fatturati delle imprese locali
che sfruttano le concessioni petrolifere sulle coste dell'Africa
Occidentale, aumentando non tanto la forbice tra paesi in via di
sviluppo e paesi sviluppati quanto tra senegalesi ricchi e poveri.
"Non c'è bisogno di regali - continua Bia - basterebbe
rivedere i salari dei lavoratori e i senegalesi tornerebbero ad avere
accesso ai beni di consumo come l'anno scorso. Non bisogna confondere
un problema di contratti collettivi con un emergenza umanitaria".