26/02/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Un monaco e maestro parla della sua vita da profugo e del Tibet lontano

Bambino tibetanoPugni di farina lanciati nell’aria. Fili di bandiere colorate appesi ovunque, tra gli alberi. Sono gesti e segni di buon auspicio, in questo giorno di festa tra le colline toscane, dove un gruppo di monaci tibetani è venuto a celebrare il Losar, il capodanno tibetano. Alcuni sono anziani, altri più giovani. Sono fuggiti dalla loro terra diversi anni fa, dopo l’invasione del Tibet da parte dell’esercito cinese iniziata nel 1949. Alcuni di loro hanno vissuto nei Paesi confinanti: India, Bhutan e Nepal, prima di trovare dimora nei centri buddhisti italiani. Tra questi c’è l’istituto Lama Tzong Khapa, uno dei più importanti in occidente. Qui monaci residenti e ospiti si sono riuniti in queste mattine di inverno inoltrato (22 e 23 febbraio) per salutare il primo giorno del 2131, l’anno nuovo secondo il calendario tibetano.

“Del Tibet ricordo solo la mia piccola casa. Avevo tre anni quando sono scappato insieme ai miei genitori”, racconta Ghesce Tenzin Tenphel, maestro dell’istituto. La puja - in sanscrito “pratica dell’offerta” – si è appena conclusa. I monaci hanno intonato il mantra, preghiere ripetute senza respiro, fino a produrre un canto che aiuta la meditazione. Bandiere di cinque colori (ognuna a simboleggiare un elemento tra vento, terra, acqua, fuoco e spazio) sono state innalzate al cielo. “Sventolando porteranno l’essenza del mantra in giro per il mondo, un messaggio di pace”, spiega la monaca Carla, coordinatrice spirituale del centro. In un camino sono stati bruciati i testi sacri. Poi i monaci hanno invitato i presenti a prendere una bevanda calda, tè o acqua soltanto. E hanno formato un cerchio gettando farina: “un elemento arcaico per un rito di purificazione e pacificazione. Quasi un gioco dove i monaci sono tornati bambini”, continua Carla.

Tenzin Tenphel si aggiusta la tunica rossa e con un gesto della mano fa segno di seguirlo nella sua casa di legno chiaro, scendendo la collina. E’ un uomo robusto di 48 anni. Ha gli occhi neri, che ridono. Scompare dietro a una tenda disegnata, che fa da porta alla sua stanza. Da dietro un tavolo aspetta di parlare dei luoghi della sua infanzia: “Sono nato in Tibet nel 1956, su una montagna nella regione orientale dell’Amdo. Dove passa la catena dell’Himalaya. Nel 1959 - quando i tibetani si ribellarono in modo non violento contro gli invasori cinesi e questi ultimi reagirono uccidendo in pochi mesi migliaia di persone – fuggii con la mia famiglia nel sud dell’India, dove sono cresciuto”.

Tenzin Tenphel e i genitori hanno camminato per giorni in mezzo alla neve. Hanno percorso il passo del Kanchenzonga a cinque mila e cinquecento metri di altitudine e le foreste di rododendri a quattro e tre mila metri. Poi hanno attraversato il fiume che scende verso lo stato indiano del Sikkim, alla ricerca di un villaggio. L’hanno trovato solo a due mila metri: poche case e un gompa, il tempio buddhista. Da qui per raggiungere la capitale del Sikkim, Gangtok, ci vogliono almeno 24 ore di strada sterrata. Dal Tibet, quello stesso anno, scapparono 85mila profughi.

Tenzin Tenphel è riuscito a tornare nel suo Paese una volta soltanto, ormai adulto, nell’86. “All’inizio per me era difficile capire come si viveva lì. Vedevo la mia gente sorridere. Sembrava felice – il religioso si fa assorto – poi ho trovato un amico che ha iniziato a raccontare e intanto piangeva”. Il monaco apre le mani come per svelare la ragione di quelle lacrime: “I tibetani non sono liberi. Centinaia di loro sono stati incarcerati. Gli altri non possono allontanarsi dal loro villaggio. Per esempio, se vogliono uscire da Lhasa – la capitale – devono pagare una tassa”.

I suoi occhi smettono di sorridere, mentre riporta le storie raccontate dall’amico: “All’inizio degli anni ’60 a Lhasa non c’erano molti giovani. Alcuni erano fuggiti attraverso le montagne per evitare di essere uccisi. Altri erano finiti in prigione. Come un uomo a cui le guardie facevano portare pesi enormi. Le corde che sorreggevano i carichi gli tagliavano le braccia. Dopo due o tre mesi si vedevano anche le ossa”.

Il monaco continua nel suo racconto, svelando una delle vicende più tristi: “Sempre in quegli anni, i cinesi incarcerarono settecento persone in uno stesso luogo. Questi uomini diventavano ogni giorno più magri. Era come se stessero perdendo il loro corpo. Non avevano di che cibarsi e un letto per dormire. Erano tenuti ammassati in un unico stanzone. Uno, però, dimagriva di meno. Gli altri detenuti pensarono che fosse una spia dei cinesi. Allora iniziarono a controllarlo. Di notte lo videro masticare. “Cosa stai mangiando?”, chiesero. “Non posso dirvelo. Comunque si tratta di qualcosa che voi non potete mangiare”, rispose lui. I compagni insistettero finché l’uomo aprì le mani scoprendo vermi e insetti. I carcerati capirono che dovevano imitarlo. Le poche volte che le guardie li facevano uscire, raccoglievano terra e rifiuti. Così alcuni sono sopravvissuti”.

Il camino continua a fumare fuori nel giardino. Il vento porta con sé il profumo delle erbe e degli incensi bruciati insieme ai testi sacri. “Così questi ultimi non vengono contaminati e possono disperdere la loro energia nell’aria”, spiega un allievo. Ghesce Tenzin Tenphel sottolinea che “la celebrazione del Losar vuole diffondere la promessa che il nuovo anno sia migliore”. Senza guerre? “E’ davvero difficile arrivare alla pace e fermare le guerre”, risponde il maestro che, interrogato sul ruolo svolto dagli Stati Uniti, aggiunge: “Gli Usa cercano di fermare il terrorismo, ma in realtà lo alimentano. Molte persone stanno soffrendo a causa loro”. Tenzin Tenphel insegna che “alla pace si arriva educando la mente: la pace è prima di tutto un fatto interiore”. E ribadisce che il conflitto in Tibet continua senza alcun segno di miglioramento: “Niente è cambiato in Tibet dal ’59. La comunità non è in grado di intervenire. Alcuni monaci sono tuttora in carcere o condannati a morte”. La questione tibetana è anche un problema ecologico. L’80 per cento delle foreste sono state distrutte dai cinesi. Il Tibet è stato usato come discarica di scorie nucleari. Anche il clima è cambiato: “In alcune regioni – dice Tenzin Tenphel – non nevica più”.

Scende la sera. Il vento fa girare la cosiddetta “ruota delle preghiere”. Il religioso torna a sorridere spiegando come sia possibile in Tibet diventare monaco a nove anni: “Vivevo accanto ai monaci. Mi sembravano delle persone buone. In realtà allora non mi rendevo ben conto…Adesso, però, sono contento del lavoro che ho svolto”.

Francesca Lancini 
Categoria: Profughi, Popoli
Luogo: Cina