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Pugni di farina lanciati nell’aria. Fili di bandiere colorate appesi
ovunque, tra gli alberi. Sono gesti e segni di buon auspicio, in questo
giorno di festa tra le colline toscane, dove un gruppo di monaci
tibetani è venuto a celebrare il Losar, il capodanno tibetano. Alcuni
sono anziani, altri più giovani. Sono fuggiti dalla loro terra diversi
anni fa, dopo l’invasione del Tibet da parte dell’esercito cinese
iniziata nel 1949. Alcuni di loro hanno vissuto nei Paesi confinanti:
India, Bhutan e Nepal, prima di trovare dimora nei centri buddhisti
italiani. Tra questi c’è l’istituto Lama Tzong Khapa, uno dei più
importanti in occidente. Qui monaci residenti e ospiti si sono riuniti
in queste mattine di inverno inoltrato (22 e 23 febbraio) per salutare
il primo giorno del 2131, l’anno nuovo secondo il calendario tibetano.
“Del Tibet ricordo solo la mia piccola casa. Avevo tre anni quando sono
scappato insieme ai miei genitori”, racconta Ghesce Tenzin Tenphel,
maestro dell’istituto. La puja - in sanscrito “pratica dell’offerta” –
si è appena conclusa. I monaci hanno intonato il mantra, preghiere
ripetute senza respiro, fino a produrre un canto che aiuta la
meditazione. Bandiere di cinque colori (ognuna a simboleggiare un
elemento tra vento, terra, acqua, fuoco e spazio) sono state innalzate
al cielo. “Sventolando porteranno l’essenza del mantra in giro per il
mondo, un messaggio di pace”, spiega la monaca Carla, coordinatrice
spirituale del centro. In un camino sono stati bruciati i testi sacri.
Poi i monaci hanno invitato i presenti a prendere una bevanda calda, tè
o acqua soltanto. E hanno formato un cerchio gettando farina: “un
elemento arcaico per un rito di purificazione e pacificazione. Quasi un
gioco dove i monaci sono tornati bambini”, continua Carla.
Tenzin Tenphel si aggiusta la tunica rossa e con un gesto della mano fa
segno di seguirlo nella sua casa di legno chiaro, scendendo la collina.
E’ un uomo robusto di 48 anni. Ha gli occhi neri, che ridono. Scompare
dietro a una tenda disegnata, che fa da porta alla sua stanza. Da
dietro un tavolo aspetta di parlare dei luoghi della sua infanzia:
“Sono nato in Tibet nel 1956, su una montagna nella regione orientale
dell’Amdo. Dove passa la catena dell’Himalaya. Nel 1959 - quando i
tibetani si ribellarono in modo non violento contro gli invasori cinesi
e questi ultimi reagirono uccidendo in pochi mesi migliaia di persone –
fuggii con la mia famiglia nel sud dell’India, dove sono cresciuto”.
Tenzin Tenphel e i genitori hanno camminato per giorni in mezzo alla
neve. Hanno percorso il passo del Kanchenzonga a cinque mila e
cinquecento metri di altitudine e le foreste di rododendri a quattro e
tre mila metri. Poi hanno attraversato il fiume che scende verso lo
stato indiano del Sikkim, alla ricerca di un villaggio. L’hanno trovato
solo a due mila metri: poche case e un gompa, il tempio buddhista. Da
qui per raggiungere la capitale del Sikkim, Gangtok, ci vogliono almeno
24 ore di strada sterrata. Dal Tibet, quello stesso anno, scapparono
85mila profughi.
Tenzin Tenphel è riuscito a tornare nel suo Paese una volta soltanto,
ormai adulto, nell’86. “All’inizio per me era difficile capire come si
viveva lì. Vedevo la mia gente sorridere. Sembrava felice – il
religioso si fa assorto – poi ho trovato un amico che ha iniziato a
raccontare e intanto piangeva”. Il monaco apre le mani come per svelare
la ragione di quelle lacrime: “I tibetani non sono liberi. Centinaia di
loro sono stati incarcerati. Gli altri non possono allontanarsi dal
loro villaggio. Per esempio, se vogliono uscire da Lhasa – la capitale
– devono pagare una tassa”.
I suoi occhi smettono di sorridere, mentre riporta le storie raccontate
dall’amico: “All’inizio degli anni ’60 a Lhasa non c’erano molti
giovani. Alcuni erano fuggiti attraverso le montagne per evitare di
essere uccisi. Altri erano finiti in prigione. Come un uomo a cui le
guardie facevano portare pesi enormi. Le corde che sorreggevano i
carichi gli tagliavano le braccia. Dopo due o tre mesi si vedevano
anche le ossa”.
Il monaco continua nel suo racconto, svelando una delle vicende più
tristi: “Sempre in quegli anni, i cinesi incarcerarono settecento
persone in uno stesso luogo. Questi uomini diventavano ogni giorno più
magri. Era come se stessero perdendo il loro corpo. Non avevano di che
cibarsi e un letto per dormire. Erano tenuti ammassati in un unico
stanzone. Uno, però, dimagriva di meno. Gli altri detenuti pensarono
che fosse una spia dei cinesi. Allora iniziarono a controllarlo. Di
notte lo videro masticare. “Cosa stai mangiando?”, chiesero. “Non posso
dirvelo. Comunque si tratta di qualcosa che voi non potete mangiare”,
rispose lui. I compagni insistettero finché l’uomo aprì le mani
scoprendo vermi e insetti. I carcerati capirono che dovevano imitarlo.
Le poche volte che le guardie li facevano uscire, raccoglievano terra e
rifiuti. Così alcuni sono sopravvissuti”.
Il camino continua a fumare fuori nel giardino. Il vento porta con sé
il profumo delle erbe e degli incensi bruciati insieme ai testi sacri.
“Così questi ultimi non vengono contaminati e possono disperdere la
loro energia nell’aria”, spiega un allievo. Ghesce Tenzin Tenphel
sottolinea che “la celebrazione del Losar vuole diffondere la promessa
che il nuovo anno sia migliore”. Senza guerre? “E’ davvero difficile
arrivare alla pace e fermare le guerre”, risponde il maestro che,
interrogato sul ruolo svolto dagli Stati Uniti, aggiunge: “Gli Usa
cercano di fermare il terrorismo, ma in realtà lo alimentano. Molte
persone stanno soffrendo a causa loro”. Tenzin Tenphel insegna che
“alla pace si arriva educando la mente: la pace è prima di tutto un
fatto interiore”. E ribadisce che il conflitto in Tibet continua senza
alcun segno di miglioramento: “Niente è cambiato in Tibet dal ’59. La
comunità non è in grado di intervenire. Alcuni monaci sono tuttora in
carcere o condannati a morte”. La questione tibetana è anche un
problema ecologico. L’80 per cento delle foreste sono state distrutte
dai cinesi. Il Tibet è stato usato come discarica di scorie nucleari.
Anche il clima è cambiato: “In alcune regioni – dice Tenzin Tenphel –
non nevica più”.
Scende la sera. Il vento fa girare la cosiddetta “ruota delle
preghiere”. Il religioso torna a sorridere spiegando come sia possibile
in Tibet diventare monaco a nove anni: “Vivevo accanto ai monaci. Mi
sembravano delle persone buone. In realtà allora non mi rendevo ben
conto…Adesso, però, sono contento del lavoro che ho svolto”.