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Dopo cinque giorni di intensi colloqui tra maggioranza
e opposizione riunite a Doha, in Qatar, con la mediazione del
segretario dell Lega Araba, Amr Moussa, le parti hanno raggiunto un
accordo che potrebbe mettere fine alla crisi politica iniziata 18
mesi fa. Gli estremi dell'accordo sono stati annunciati dal premier
del Qatar Hamad bin Jassem al Thani, che ha spiegato che il primo
passo sarà l'elezione del presidente, il maronita capo
dell'esercito Michel Suleiman. La nomina del sostituto di Emile
Lahoud, il cui mandato è scaduto lo scorso mese di novembre, è
stata inizialmente annunciata entro 24 ore, ma è stata poi
rimandata alla seduta parlamentare di domenica prossima.
La novità
principale rispetto ai tentativi di mediazione precedenti, sta nella
concessione alle opposizioni del potere di veto che chiedevano dal
novembre 2006, quando per protesta i deputati sciiti lasciarono il
parlamento di Beirut e diedero inizio al sit-in ad oltranza di piazza
dei martiri. La tendopoli allestita allora, nel pieno centro di
Beirut, si trova ancora lì, e in questi mesi è stata un
sintomo e un simbolo ben visibile della crisi politica libanese. Dopo
il raggiungimento dell'accordo di oggi anche quel presidio verrà
smantellato. Lo ha annunciato il presidente del parlamento e capo di
Amal, Nabih Berri, “E' un grande risultato” ha commentato a caldo
il premier Fouad Siniora. “abbiamo girato pagina per iniziare a
curare profonde ferite” gli ha fatto eco il suo alleato Saad
Hariri. Il raggiungimento dell'accordo è stato subito
benedetto da Siria e Iran, mentre ancora non ci sono state reazioni
da parte delle potenze occidentali che sostengono l'attuale governo
Siniora.
Ora si tratterà di
capire fino a che punto il nuovo esecutivo sarà in grado di
esprimere delle politiche di unità nazionale, e se si porranno
realmente le basi per la fine del settarismo che ha da sempre minato
la strabilità libanese. A questo scopo, la relazione finale
del summit di Doha contiene anche l'accettazione dell'inizio di un
negoziato tra le parti, per “consolidare l'autorità dello
Stato su tutto il territorio libanese e le relazioni con le varie
organizzazioni”. Tradotto, bisognerà affrontare l'annoso
problema delle armi e le milizie di Hezbollah, che non possono più
convivere con le forze armate nazionali come hanno fatto prima degli
scontri delle scorse settimane. Prima di allora Hezbollah
giustificava la presenza delle sue milizie e l'accumulazione di
armamenti con la necessità di difendere il paese da un nuovo
attacco di Israele, ma dopo che i miliziani sciiti hanno aperto il
fuoco contro altri cittadini libanesi, anche quel tabù è
caduto. La questione della sovranità va affrontata e le
milizie tutte sono uno strumento di destabilizzazione manovrabile
dall'estero. Lo sceicco al Thani lo ha detto esplicitamente, parlando
della necessità del “monopolio dello stato sulla sicurezza e
l'attività militare” e spiegando che deve essere vietato
“l'uso delle armi o della violenza per ottenere risultati
politici”. Anche se a questo proposito viene da chiedersi se si
sarebbe mai potuti arrivare ad un accordo come quello raggiunto oggi,
senza l'insurrezione che nelle scorse settimane ha portato il paese a
un passo dal baratro.Naoki Tomasini