21/05/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Raggiuto a Doha un accordo che mette fine a 18 mesi di crisi politica in Libano
Le cupe nuvole si squarciano e un raggio di sole torna a illuminare le speranze dei Libanesi. Sarà solo una temporanea illusione o è davvero l'inizio di una nuova fase per il travagliato paese dei Cedri?

Dopo cinque giorni di intensi colloqui tra maggioranza e opposizione riunite a Doha, in Qatar, con la mediazione del segretario dell Lega Araba, Amr Moussa, le parti hanno raggiunto un accordo che potrebbe mettere fine alla crisi politica iniziata 18 mesi fa. Gli estremi dell'accordo sono stati annunciati dal premier del Qatar Hamad bin Jassem al Thani, che ha spiegato che il primo passo sarà l'elezione del presidente, il maronita capo dell'esercito Michel Suleiman. La nomina del sostituto di Emile Lahoud, il cui mandato è scaduto lo scorso mese di novembre, è stata inizialmente annunciata entro 24 ore, ma è stata poi rimandata alla seduta parlamentare di domenica prossima.

Una volta che il Libano avrà di nuovo un capo dello stato, Suleiman avvierà le consultazioni per la formazione di un governo di unità nazionale, che prenda il posto dell'attuale esecutivo, considerato illegittimo dalle opposizioni. All'interno del nuovo esecutivo, che dovrà essere legittimato con elezioni che si terranno in via eccezionale con il sistema elettorale del 1960 (che divide Beirut in tre circoscrizioni), è stata già stabilita anche la divisione del potere tra le confessioni. 16 posti ministeriali andranno a quella che è l'attuale maggiornaza, composta dal partito di Saad Hariri, insieme ai maroniti di Gemayel e ai drusi di Jumblatt. Altri 11 ministeri saranno assegnati alle opposizioni guidate dai partiti sciiti, Amal e Hezbollah, più i cristiani del generale Michel Aoun, e altri tre saranno assegnati dallo stesso presidente.

La novità principale rispetto ai tentativi di mediazione precedenti, sta nella concessione alle opposizioni del potere di veto che chiedevano dal novembre 2006, quando per protesta i deputati sciiti lasciarono il parlamento di Beirut e diedero inizio al sit-in ad oltranza di piazza dei martiri. La tendopoli allestita allora, nel pieno centro di Beirut, si trova ancora lì, e in questi mesi è stata un sintomo e un simbolo ben visibile della crisi politica libanese. Dopo il raggiungimento dell'accordo di oggi anche quel presidio verrà smantellato. Lo ha annunciato il presidente del parlamento e capo di Amal, Nabih Berri, “E' un grande risultato” ha commentato a caldo il premier Fouad Siniora. “abbiamo girato pagina per iniziare a curare profonde ferite” gli ha fatto eco il suo alleato Saad Hariri. Il raggiungimento dell'accordo è stato subito benedetto da Siria e Iran, mentre ancora non ci sono state reazioni da parte delle potenze occidentali che sostengono l'attuale governo Siniora.

Ora si tratterà di capire fino a che punto il nuovo esecutivo sarà in grado di esprimere delle politiche di unità nazionale, e se si porranno realmente le basi per la fine del settarismo che ha da sempre minato la strabilità libanese. A questo scopo, la relazione finale del summit di Doha contiene anche l'accettazione dell'inizio di un negoziato tra le parti, per “consolidare l'autorità dello Stato su tutto il territorio libanese e le relazioni con le varie organizzazioni”. Tradotto, bisognerà affrontare l'annoso problema delle armi e le milizie di Hezbollah, che non possono più convivere con le forze armate nazionali come hanno fatto prima degli scontri delle scorse settimane. Prima di allora Hezbollah giustificava la presenza delle sue milizie e l'accumulazione di armamenti con la necessità di difendere il paese da un nuovo attacco di Israele, ma dopo che i miliziani sciiti hanno aperto il fuoco contro altri cittadini libanesi, anche quel tabù è caduto. La questione della sovranità va affrontata e le milizie tutte sono uno strumento di destabilizzazione manovrabile dall'estero. Lo sceicco al Thani lo ha detto esplicitamente, parlando della necessità del “monopolio dello stato sulla sicurezza e l'attività militare” e spiegando che deve essere vietato “l'uso delle armi o della violenza per ottenere risultati politici”. Anche se a questo proposito viene da chiedersi se si sarebbe mai potuti arrivare ad un accordo come quello raggiunto oggi, senza l'insurrezione che nelle scorse settimane ha portato il paese a un passo dal baratro.
 

Naoki Tomasini

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