Da nomadi a sfruttati: in Mongolia i bambini pagano un prezzo più alto degli adulti
Un’immagine, l’estate scorsa: due sorelline che trotterellano lungo un marciapiede
dissestato di Ulan Bator, dandosi la mano. La più grande avrà avuto al massimo
quattro anni, la più piccola poteva aver appena imparato a camminare. Tranquilla,
la maggiore fa per attraversare la strada in quello che noi occidentali definiremmo
- senza mezzi termini - un traffico infernale. Niente semafori, nessun guidatore
accenna a fermarsi. Io e il mio compagno ci lanciamo per fare da scudi umani:
a malapena le auto ci schivano e riusciamo a guadagnare con le bimbe l’altro marciapiede,
dove un anziano in abito tradizionale si è goduto la scena. Sorride, non si capisce
se a riconoscimento della gentilezza dell’atto o per averci visto tanto spaventati.
Le sorelle, imperturbabili, continuano la loro passeggiata.
Questione di sopravvivenza. Essere bambino in Mongolia richiede una forza o una svagatezza fuori dell’ordinario.
Basterebbe la rigidità dell’inverno per mettere a dura prova chiunque: Ulan Bator
infatti è la capitale più fredda della terra. In inverno la temperatura si mantiene
per mesi al di sotto dei –25 °C, con picchi che possono arrivare ai – 50 °C. I
primi due inverni del millennio hanno visto l’imperversare dello dzud, quella combinazione di freddo intenso e forte vento che ha ghiacciato troppo
a lungo la terra privando del mangime gli animali. Nel solo inverno 2001-2002
è morto un milione di capi di bestiame, costringendo i loro padroni nomadi a cercare
lavoro in città. Di qui l’incremento del numero dei “poveri”, quelli che per vivere
devono accettare condizioni insopportabili di lavoro, ad esempio nei laboratori
d’abbigliamento messi su dai cinesi, 12-14 ore ininterrotte per pochi soldi. Gli
uomini si rifugiano nella vodka, le donne spesso intraprendono la via della prostituzione.
I bambini invece sopravvivono come possono, molti d’inverno si rifugiano nei tombini
e vivono d’elemosina o di piccoli furti.
Rapporti discordanti. A tirarli fuori dall’indigenza e dalle fogne sono soprattutto le organizzazioni
religiose o non governative (una delle più attive è
Save The Children). Lo Stato, per sua stessa ammissione, riesce a fare poco. Un recente rapporto
ufficiale riconosce che non tutti i bambini beneficiano in misura uguale della
protezione sociale dello Stato. Dopo il varo della legge per la protezione dei
diritti del bambino, nel 1996, la Mongolia ha ratificato accordi internazionali
in materia. Ma nonostante ci siano tutte le premesse legali, l’attuazione di questi
programmi è ancora lontana perchè non sono solo le condizioni economiche a portare
alle violazioni dei diritti dell’infanzia.
Vecchie tradizioni, nuovi abusi. Molti bambini vengono sottoposti a violenze domestiche e sfruttati nel lavoro.
E la superstizione e l'ignoranza danno la stoccata finale. I gemelli, per esempio,
sono considerati segno di sfortuna. “Jargal e Zaya sono talmente identici che
qui nessuno riesce a distinguerli. Sono nati sani, ma la madre li ha portati da
noi perchè temeva che il marito, in uno dei suoi frequenti ascessi di violenza
causati dall’alcool, se la prendesse con loro”, dice Didi, un’insegnante australiana
che ha fondato il
Lotus Children’s Centre appena fuori della capitale. Il centro accoglie dal 1995 i piccoli abbandonati
e aiuta le famiglie più povere. Oggi ospita 150 bambini e bambine, molte delle
quali hanno dovuto sopportare abusi sessuali da parenti e genitori. Il circolo
vizioso stupro-prostituzione-miseria è difficile da rompere: Monko è arrivata
adolescente al Lotus Centre, quando era quasi al termine di una gravidanza. Un
passato da baby prostituta, fuggita da un fratello violento, forse verrà cancellato
dalla prospettiva di potersi occupare del suo bambino e intanto imparare un mestiere
che la renda indipendente.

Progetti di vita. “Vorrei che gli adulti capissero le necessità e i sogni dei bambini. Mi piacerebbe
che ci lasciassero seguire i nostri sogni”, dice Nyamaa, una quindicenne che vende
frutta e verdura al mercato per mantenere tutta la sua famiglia, compresa la sorella
più piccola. Assieme a Chimeg, amica e compagna di bancarella, ha presentato al
Child Initiative Fund Committee di Save the Children un progetto mirato a facilitare
la trasmissione di conoscenze e di esperienze formative tra i minorenni che lavorano.
N. Ganbaatar, responsabile dell’organizzazione, assicura che i sogni di Nyamaa
saranno tenuti in grossa considerazione dal comitato, anche se i fondi assegnati
non bastano per tutti i progetti pervenuti. Uno di questi propone una campagna
d’informazione tra i più giovani sulle misure necessarie per evitare il contagio
dall’AIDS. La malattia, da cui la Mongolia era quasi rimasta indenne fino al 1999,
si sta sempre più diffondendo tra le ragazze, anche a causa dell’aumento del numero
di turisti che non disdegnano le prostitute locali.
Rossella Panuzzo