La Confederazione della nazionalità indigine dell'Ecuador rompe con il presidente Rafael Correa
Scritto per noi da
Paola Colleoni*
Lo scorso
12 maggio, in un graffiante comunicato, Conaie (la Confederazione
delle nazionalità Indigene dell’Ecuador) ha sancito la sua
rottura politica con il partito di governo Alianza Pais, ritirando
l’appoggio al presidente Rafael Correa. Il motivo, il rifiuto da
parte dell’Assemblea Costituente riunita da cinque mesi a
Montecristi di inserire nella nuova Costituzione la richiesta
dell’agenda politica del movimento indigeno ecuadoriano: il
riconoscimento della “plurinazionalità” dello Stato
ecuadoriano e l’introduzione di un meccanismo di consulta basata
sulle nazionalità indigene in materia di sfruttamento delle
risorse nei loro territori ancestrali.
I tempi
in cui l’allora presidente di Conaie Luis Macas salutava nel
novembre del 2006 l’elezione di Correa riconoscendolo come
rappresentante e portavoce delle istanze indigene sembrano lontani
anni luce. Ma cosa è successo in quest’anno e mezzo di
governo e perché le cose sono precipitate? Innanzitutto, manca
una rappresentanza indigena nel governo e nell’assemblea, dato che
a Montecristi sono presenti solo 4 rappresentanti del partito
Pachacutick, il “braccio politico” di Conaie. Questa assenza,
che adesso Correa interpreta come mancanza di peso politico della
proposta indigena nel paese, per il presidente di Conaie, Marlon
Santi vuol dire che il movimento indigeno, che ha dato il suo voto a
Correa, adesso potrebbe ritirarlo, provocando conseguenze serie alla
stabilità politica del paese.
Le intenzioni di Correa. Nonostante
i torni rassicuranti di Rafael Acosta, presidente della Costituente,
Correa aveva più volte dichiarato la sua volontà di
aprire il paese agli investimenti nel settore minerario: più
di trecento concessioni, che coinvolgono per la maggior parte
territori indigeni della sierra e della zona amazzonica di Zamora e
Morona Santiago. Si era pronunciato a favore del corridoio amazzonico
Manaus-Manta nel piano di integrazione infrastrutturale dell’IIRSA
e stava facendo ben poco per appoggiare la moratoria petrolifera
nell’Amazzonia e nel parco Yasuni (la proposta ITT di lasciare il
petrolio sottoterra nel parco Yasuni in cambio di buoni monetari
internazionali che “inspiegabilmente” non decolla nonostante
l’appoggio del governo). Tutti temi controversi e motivo di scontro
latente con il movimento indigeno e all’interno del governo stesso,
dato che attualmente l’ex ministro dell’ambiente Acosta è
in rotta di collisione col presidente e la sua consigliera Esperanza
Martinez, della potente Ong Accion Eologica si è dimessa dal
suo incarico a Montecristi. Lo scorso marzo, Marlon Santi, leader
amazzonico dei Kichwa di Sarayacu, (la cui lotta contro l’estrazione
petrolifera è una tra le più riconosciute localmente ed
internazionalmente), avvertiva che il movimento indigeno rinnovava il
suo appoggio al presidente Correa, ma non a discapito della fedeltà
al volere delle comunità indigene di base, contrarie al
progetto di sviluppo minerario su larga scala, alla privatizzazione
dell’acqua e all’ampliamento della frontiera petrolifera.
Lontani mille miglia. Se la
Costituzione del 1998 riconobbe l’Ecuador come paese
“multiculturale”, ciò a cui aspira oggi il movimento
indigeno, la “plurinazionalità”, darebbe un passo
ulteriore al riconoscimento dell’autodeterminazione delle
popolazioni indigene sulle loro terre e risorse. Più
precisamente, implicherebbe il diritto delle nazionalità
indigene di autodeterminarsi nei propri territori. E ciò
implicherebbe un controllo sulla politica economica del paese. Niente
di più lontano rispetto all’idea di popolo e nazione
proposta da Correa. Il diniego degli assembleisti di inserire la
plurinazionalità e il diritto alla “consulta previa” come
articoli costituzionali segnala la volontà di frenare e
limitare l’autonomia decisionale delle popolazioni indigene e
significa che la proposta politica di Correa si basa su un’ideologia
criolla di “popolo e nazione” che disconosce la realtà
sociale e culturale dell’Ecuador, costituita in maggioranza da
popolazioni indigene che esprimono realtà sociali e culturali
composite.
E mentre
il presidente di Conaie annuncia che farà appello
all’Organizzazione degli Stati Americani e al convegno 169 affinché
vigilino sull’assemblea costituente e sul rispetto dei trattati
internazionali che proteggono i diritti delle popolazioni indigene,
si annunciano nel paese nuovi e imminenti scontri politici.