
Sventolano unite, la bandiera francese e quella europea, di fronte al palazzo
del Consiglio di Stato. Parigi, 1° arrondissement, piazza del Palais-Royal. Ma
non è la terra dei diritti dell’uomo, o il continente dell’integrazione che sorge
dalle macerie della Seconda guerra mondiale, ciò che celebrano le circa trecento
persone che mensilmente si raccolgono per il cerchio del silenzio (“l
e cercle de silence”) in una delle piazze del cuore parigino. Il pensiero corre, invece, alla “legge
della vergogna”, la direttiva europea sulla detenzione ed espulsione di stranieri,
oppure ai
centres de rétention administrative, i CPT d’oltralpe. E nei manifesti scritti da questa folla silenziosa si esprime
il sostegno al lungo sciopero che dal 15 aprile vede protagonisti centinaia di
lavoratori dell’
Île-de-France, la regione parigina. Circa 600 sono infatti gli immigrati sans papiers che
da oltre un mese hanno avviato un movimento di protesta unico nella storia francese
Al centro del dibattito pubblico in Francia, passato sotto silenzio in Italia.
Lo scopo della mobilitazione è la regolarizzazione, la concessione dei documenti
che permettano a persone che già lavorano e pagano le tasse di uscire dall’illegalità.
Il mezzo è lo sciopero, sostenuto da diverse associazioni (dalla Rete Istruzione
Senza Frontiere al
Comité Inter-Mouvements Auprès Des Evacués) e dalla CGT (
Confédération Générale du Travail), il sindacato francese che raccoglie il più ampio numero di lavoratori, sans
papiers compresi. E così da metà aprile i lavoratori trascorrono l’intera giornata
(notte inclusa) nei rispettivi cantieri e luoghi di lavoro, con le evidenti difficoltà
di vita e igiene che questa scelta comporta. Un movimento di protesta preparato
da mesi e che si inserisce nel quadro dell’inasprimento delle leggi sull’immigrazione
da parte del governo francese. Nel 2006 la legge Sarkozy (allora ministro degli
Interni) limitava la regolarizzazione ai soli “immigrati qualificati”; nell’ottobre
2007 una nuova stretta, con riferimento specifico al ricongiungimento familiare.
Rispetto a quest’ulteriore ondata di difficoltà, si avviava la proposta di cominciare
una mobilitazione generale dei lavoratori sans papiers.

Ne racconta la genesi Ladji N’diaye, 28 anni, proveniente dalla Mauritania, dal
2000 in Francia. “Abbiamo preparato questo sciopero circa tre mesi prima di cominciarlo.
Nel nostro cantiere siamo passati alle votazioni e tutti eravamo d’accordo. Dopo
ci siamo legati alla CGT”, racconta Ladji. Il suo cantiere si trova in
rue des Xaintrailles, 13°
arrondissement, zona sud di Parigi. Il luogo di lavoro di Ladji è gestito dalla
société Cogedim e si occupa di demolizione e deamiantizzazione, su un sito ove si progetta di
costruire 48 “
logements sociaux” (appartamenti i cui affitti sono ormai tutt’altro che popolari). Ladji descrive
la scarsità del salario e la durezza di un lavoro in cui spesso le condizioni
di sicurezza non sono rispettate. Ora il cantiere è casa sua e dei suoi compagni.
Uomini che, nella fatiscenza di lamiere e terra, hanno appeso foto e fogli che
spiegano la storia e il senso di queste settimane di sciopero. “
On bosse ici! On vit ici! On reste ici!”, si legge su una porta, slogan che riassume lavoro, vita e determinazione nello
sciopero. La frase è stata scelta dal vignettista Jacques Tardi per magliette
la cui vendita andrà a sostenere lo sciopero. Già, perché dal 15 aprile i lavoratori
sans papiers non ricevono più un salario: “All’inizio il padrone ha reagito male.
Alla fine ha ceduto e ha portato i nostri dossier alla Prefettura perché li esamini
e decida la regolarizzazione. Ma non abbiamo salario, chi ci sostiene è la CGT
e le persone del quartiere che ci portano cibo”. All’interno del sindacato, la
crucialità dell’aspetto economico è sottolineata da Alain Pojolat della CGT: “Il
governo pensa che questo sciopero non abbia sostegno e che si spegnerà. È una
prova di forza per persone che col loro salario sfamano anche la famiglia d’origine.
Come sindacato siamo riusciti a garantire un salario minimo di 200 euro per i
lavoratori in sciopero perché possano inviare denaro alle famiglie”, spiega Pojolat.

Intanto la vita quotidiana è fatta di manifestazioni e iniziative. La domenica
il cantiere si anima per un pic-nic di raccolta fondi. Musiche, balli e possibilità
di raccogliere la voce di parigini di angoli diversi della città. Come Claire
Grover, eletta alle municipali dello scorso marzo nelle file dei verdi: “Purtroppo
questo sciopero tocca solo lavoratori sindacalizzati, in genere africani francofoni,
mentre la maggior percentuale di lavoratori irregolari è asiatica e non legata
a un sindacato”, sottolinea Claire. In tanti si chiedono fino a quando potrà resistere
questa mobilitazione. Altre venti imprese sono pronte a cominciare lo sciopero
e c’è chi parla di un avvio anche a Marsiglia. La CGT ha presentato mille dossier
richiedenti la regolarizzazione; le Prefetture hanno risposto accogliendo finora
solo il 10 per cento delle domande. Il primo ministro Fillon ha affermato che
“non ci saranno regolarizzazioni di massa”. Gli risponde indirettamente Ladji:
“Noi restiamo qui. Non abbiamo nulla da perdere”.