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Sono migliaia e portano i segni di una guerra terminata trent’anni fa.
Hanno il cancro e i figli malati. Vivono nelle foreste del centro e del
sud del Vietnam, dove per almeno cinque anni (il conflitto è durato dal
’61 al ‘75) un velo misterioso è caduto da grossi bidoni a strisce
arancioni. Si trattava del cosiddetto agente arancio , un defoliante
contenente diossina. Veniva lanciato dagli aerei e a terra
dall’esercito statunitense per bloccare i movimenti nella giungla dei
nemici vietcong.
Oggi le vittime dell' agente arancio sono tornate alle cronache, grazie
al coraggio di due donne e un uomo, gravemente malati, che sono volati
da Hanoi a New York in cerca di giustizia.
Il 30 gennaio scorso i tre vietnamiti si sono presentati alla Corte
federale della Grande Mela , chiedendo alle multinazionali produttrici
dell’erbicida un risarcimento per i danni subiti. Tra queste ci sono la
Dow Chemical e la Monsanto. “Sono venuta qui – dice Pah – in nome
di tutte le vittime dell’ agente arancio ”, circa tre milioni secondo
il governo vietnamita. “Lo facciamo per i nostri figli”, aggiungono i
compagni di Pah.
La diossina può causare diversi tipi di cancro, aborti spontanei,
malformazioni fetali e sviluppo di disabilità entro il primo anno di
vita. Uno studio condotto nel 2000 dal centro di ricerca Cgfed di
Hanoi ha monitorato le gravidanze di trenta donne venute a contatto con
l’ agente arancio . I loro mariti avevano combattuto nelle zone
infestate dal veleno. Di centoquarantotto bambini nati dalle
coppie, quaranta sono morti a seguito di aborti spontanei o di nascite
premature, 18 in età infantile, mentre 60 riportano handicap mentali e
fisici. “Non sono in grado di frequentare una scuola, ma possono
aiutarci nei lavori domestici”, dicono i loro
genitori. Queste famiglie sono tutte molto povere, soffrono la
fame e sopravvivono coltivando un fazzoletto di terra o allevando pochi
animali.
La guerra in Vietnam iniziò quasi mezzo secolo fa, nel 1961. Per almeno
dieci anni furono gettati settantadue milioni di litri di erbicida da
aerei, camion e a mano sulle foreste e sui villaggi del Vietnam
centrale e meridionale. Solo a metà degli anni ’70, constatando che la
diossina provocava morti e malformazioni negli animali, si ipotizzò che
potesse avere effetti devastanti anche sull’uomo. Il ricordo va a
Seveso, la cittadina del nord Italia sede dello stabilimento
chimico Icmesa dal quale, il 10 luglio 1976, fuoriuscì una
nube di diossina. Da allora si iniziò a proibirne l’uso negli Stati
Uniti e in Europa. Ma il componente chimico, tra i più tossici
esistenti, era già penetrato nel suolo, nell’acqua, nella catena
alimentare e nei tessuti umani.
In Vietnam migliaia di ettari di terra e di vegetazione andarono
distrutti e migliaia di uomini iniziarono a morire e ad ammalarsi. Nel
documento del Cgfed si legge: “Studi recenti dimostrano che elevati
livelli di diossina si trovano nel sangue di coloro che vivono presso
le ex basi militari americane. Queste persone potrebbero aver mangiato
pesce contaminato, come nel villaggio di Bien Hoa, uno dei vecchi
presidi americani”. In molti casi, anche il latte materno riporta
livelli incredibili di tossicità. Spiegano i ricercatori del centro:
“La diossina può rimanere nel corpo umano per circa sette anni. Questi
dati provano che le persone hanno continuato a essere esposte
all’agente arancio anche in tempi recenti”.
Solo nel 2002 Stati Uniti e Vietnam si sono impegnati a condurre
ricerche congiunte sugli effetti dell’ agente arancio . Era la prima
volta, dalla fine del conflitto, che i due Paesi si avvicinavano per
attuare un piano comune. Molto c’è ancora da fare. Tra l'altro rimane
in vigore un accordo del ’95 in base al quale Hanoi rinuncia alla
richiesta di compensi. Da parte sua il governo statunitense continua a
sostenere che non esistono prove certe sulle terribili conseguenze
dell’erbicida.
Le tracce della guerra sono indelebili. Al di là dell’oceano centomila
veterani Usa ritengono di aver subito danni dall’uso di sostanze
tossiche. Furono proprio alcuni di loro, ammalati di cancro, a citare
una prima volta in giudizio le multinazionali Monsanto e Dow
Chemical. Queste offrirono ai reduci centottanta milioni di dollari
come risarcimento. Gli ex soldati rifiutarono e proseguono in
un’azione legale che è in corso ancora oggi.