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Come ogni altro giorno, l’altro ieri sera il bazar di Wana era affollato di persone
che mercanteggiavano tra le bancarelle. Uomini scesi a fare spese in città dai
villaggi pashtun sparsi per il Waziristan del Sud, regione pachistana al confine
con l’Afghanistan. Membri della tribù dei waziri ahmadzai e dei mashud, ma anche
molti pashtun afgani fuggiti dal loro paese dopo l’invasione americana. Tutti
con il turbante e la barba lunga tipici di queste genti che vivono a cavallo tra
Pakistan e Afghanistan. Due entità statali che per loro significano poco di fronte
al ‘Pashtunistan’, la patria dei pashtun divisa dai coloni inglesi alla fine dell’ottocento
da un confine che esiste solo sulla carta.
Improvvisamente le contrattazioni e le chiacchiere vengono interrotte dal boato
di un'esplosione. Fuori dal bazar un camion dell’esercito pachistano è saltato
in aria su una mina anticarro. I corpi dilaniati e senza vita di alcuni soldati
giacciono sul terreno, mentre i loro compagni iniziano a sparare alla cieca verso
il bazar. Si scatena l’inferno. La gente scappa, si getta a terra e si nasconde
sot to le bancarelle. I soldati continuano a sparare ad altezza d’uomo fino a quando
non esauriscono le munizioni, poi si dileguano. A terra rimangono i cadaveri di
otto persone e una ventina di feriti, che vengono subito portati in ospedale dalle
persone presenti sulla scena della sparatoria.
Tra i ricoverati c’è Samir Gul. “Subito dopo l’esplosione i soldati hanno iniziato
a sparare contro di noi che stavamo nel mercato”, ha raccontato a un reporter
dell’Associated Press. “Non sappiamo chi abbia attaccato i militari, ma i soldati
hanno ucciso molti nostri fratelli senza nessuna ragione”. La notizia di quanto
accaduto si sparge subito per la città e in tutta la regione. La paura e la rabbia
si diffondono tra i villaggi, in molti dei quali la notte trascorre in assemblee
di anziani che si riuniscono per discutere la situazione.
E’ così anche nel villaggio di Khunkhela, una ventina di chilometri a nord-est
di Wana, nella zona tribale dei mashud. Decine di persone, sembra non solo abitanti
del villaggio (“stranieri” dirà poi il governo), sono riunite in discussione.
Un aereo-spia militare sorvola le case di argilla di Khunkhela e subito dopo un
missile lanciato da un elicottero centra l’assemblea. E’ una strage. Tutti gli
abitati del villaggio accorrono per soccorrere i feriti e proprio in quel momento
i caccia-bombardieri della Paf (Forze aeree pachistane) piombano sulla scena sganciando
alcune bombe sulla folla. Oltre ottanta persone, forse addirittura un centinaio,
rimangono uccise. Decine i feriti.
Alam Khan, un abitante di Ladha, un villaggio poco lontano, ha dichiarato alla
televisione pachistana Geo Tv che anche i villaggi circostanti sono stati bombardati nel corso del raid, che
è durato un paio d’ore e al quale, riferisce il testimone, hanno partecipato almeno
due caccia-bombardieri a reazione e una decina di elicotteri dell’esercito.
Il mattino successivo il generale Shaukat Sultan, portavoce delle forze armate
pachistane, conferma l’uccisione di cinquanta persone, affermando che l’obiettivo
era legittimo poiché si trattava di un campo di addestramento di al-Qaeda e che
la maggior parte dei morti erano terroristi arabi, ceceni e uzbechi pronti a compiere
attacchi in varie zone del paese. Le perdite civili sono state commentate come
“inevitabile prod tto di questa guerra non convenzionale”.
Le decine di morti degli ultimi giorni rappresentano una drammatica escalation
di questa ‘guerra del Wazirisitan’, una guerra che prosegue ormai dall’inizio dell’anno nel più totale silenzio dei media internazionali. Una guerra che sembra non interessi
a nessuno, nonostante abbia già fatto centinaia di morti e nonostante la posta
in ballo sia mediaticamente succulenta: la distruzione delle roccaforti talebane
e la cattura di Osama bin Laden e del mullah Omar.
Una guerra che il regime pachistano del generale Pervez Musharraf sta combattendo
su commissione, cioè per conto degli Stati Uniti che, sul fronte orientale della
‘guerra al terrorismo’, impantanati come sono in Iraq, riescono a mala pena a
difendersi dai crescenti attacchi dei talebani in Afghanistan. Per dar loro la
caccia nelle roccaforti pachistane, e magari per riuscire a catturare bin Laden
in tempo utile per le elezioni presidenziali Usa di novembre, gli strateghi di
Bush si sono affidati al generale Musharraf, convincendolo a inviare settantamila
soldati sulle montagne delle cosiddette ‘aree tribali’ abitate dai pashtun e divenute
da tre anni (con la complicità degli stessi servizi segreti pachistani filo-talebani)
rifugio dei talebani e di al-Qaeda.
Musharraff è stato costretto a obbedire agli ordini di Washington sapendo bene
che altrimenti avrebbe fatto la fine di tanti altri regimi, velocemente passati
dalla condizione di alleato strategico degli Usa a quella di Stato canaglia. Ma
accettando di scatenare una guerra contro il suo stesso popolo, in una regione
storicamente considerata come una zona franca intoccabile, e andando contro quei
settori dei servizi e dell’esercito pachistani tradizionalmente filo-talebani
e legati ai partiti integralisti islamici pachistani, Musharraf rischia grosso.
Gli attentati contro di lui ormai non si contano e il rischio che lo scontento
dei fondamentalisti pachistani si tramuti in rivolta armata, non solo nelle ‘aree
tribali’ ma in tutto il paese, è sempre più concreto. E se il Pakistan, che è
una potenza nucleare, cadesse in mani sbagliate, per Washington non sarebbe un
bel risultato.
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