22/05/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



La Turchia, patria dei fumatori e dell'industria del tabacco, ha introdotto il divieto di fumare in tutti i luoghi pubblici
scritto per noi da
Gabriele Morelli

E' la fine dello stereotipo per eccellenza. Anche in Turchia, uno dei Paesi con il maggior numero di fumatori al mondo, ai primi posti tra i produttori e gli esportatori di sigarette e soprattutto nell'immaginario collettivo quando si parla di tabacco, è in vigore da lunedì 19 maggio, una legge che vieta il fumo nei luoghi pubblici. Dopo averlo impedito 5 anni fa su autobus, taxi e treni, una dura campagna portata avanti dal governo proibisce ora di fumare all'interno di fiere, centri commerciali, impianti sportivi, scuole e ospedali, ma anche in apposite aree all'aperto, come i cortili di tutti gli edifici adibiti ad attività educative, culturali e assistenziali. Via le sigarette dalle pubblicità per strada o in televisione e persino dalle mani del padre della patria Mustafa Kemal Ataturk nelle foto che lo ritraggono. I turchi si apprestano a convivere con questa nuova privazione, un provvedimento rivoluzionario che ha già creato polemiche e avrà forti ripercussioni sulla loro vita sociale.

Una dannosa risorsa. La legge è stata fortemente voluta dal primo ministro Recep Tayyip Erdogan, che ha definito la sigaretta "più pericolosa del terrorismo", ma ha suscitato un diffuso malcontento tra gli stessi parlamentari. I rappresentanti dei collegi elettorali in cui il tabacco rappresenta un'importante fonte di reddito si sono detti contrari e non hanno partecipato, nello scorso mese di gennaio, al voto che ha varato il provvedimento. Dalla Turchia arriva infatti il 4 per cento della produzione mondiale di tabacco e ne viene esportata una quantità pari a circa 560 milioni di dollari ogni anno. Solo 4 Paesi fanno meglio. Anche il consumo di sigarette continua però ad aumentare: secondo la Banca Mondiale, dai 37 milioni di pezzi del 1970 si è passati nel 2000 a 115. Ragionando in termini di pacchetti, i 90 pro capite di 38 anni fa sono diventati 121 nel nuovo millennio. Ormai circa la metà della popolazione adulta, sia tra gli uomini che tra le donne, ha il vizio del fumo e l’età media del primo tiro è scesa a 12 anni. L’università "9 Settembre" di Izmir ha calcolato che il tabagismo fa ogni anno 160.000 vittime nel Paese.

Fumatori di narghilèLa tradizione in pericolo. Quella turca è una delle legislazioni antifumo più rigide del mondo. Chi trasgredirà il divieto dovrà pagare l’equivalente di 25 euro, ma è prevista una multa pari a 10 euro anche per chi verrà sorpreso a gettare mozziconi per strada. Per punire la vendita di tabacco ai minorenni invece c’è il carcere, da uno a 6 anni di detenzione. Rimane da risolvere il problema dei bar, dei ristoranti e dei locali notturni, in cui il provvedimento avrà effetto solo a partire dal 19 luglio 2009. E’ dai gestori del settore che arrivano le proteste più forti, tutti insistono sulla necessità di permettere che vengano riservati degli spazi ai fumatori. Non si può infatti pretendere che i turchi rinuncino a quella che ormai è un’istituzione nazionale, il narghilé. Dopo alcuni anni di oblio, il simbolo della Turchia del passato è diventato di moda anche fra i giovani. La pipa ad acqua si accompagna da sempre ai bicchieri di tè alla menta o di raki, tradizionale bevanda alcolica, e viene fumata a turno da gruppi di amici che si ritrovano per giocare a scacchi o a backgammon.

Il primo ministro turco ErdoganAl di là dei luoghi comuni. Non è per nulla infondato, dunque, lo stereotipo italiano che associa al turco un fumatore incallito. Tutto nasce dal sultano Muradiv, che nel 1600 fu il primo a proibire con la decapitazione il vizio di fumare, talmente radicato nella società del tempo che lo status di una persona corrispondeva in maniera direttamente proporzionale alla lunghezza della sua pipa. Quando però il divieto e la relativa pena terminarono, l’abitudine del fumo per reazione crebbe tantissimo e dalla Turchia si diffuse in tutta Europa. Certo è che il Paese in questi anni sta cambiando e che misure come quella del governo Erdogan, benché meno urgenti di altre questioni, come per esempio il rispetto dei diritti umani, servono per uniformarsi agli Stati membri dell’Unione Europea, di cui la Turchia vorrebbe un giorno fare parte.