
Al termine di una missione investigativa in Afghanistan, l’australiano Philip
Alston, inviato speciale delle Nazioni Unite sulle esecuzioni sommarie, arbitrarie
ed extragiudiziali, ha denunciato il ricorso, da parte delle forze d’occupazione
straniere, a “squadroni della morte” composti da “milizie irregolari afgane” per
combattere una guerra sporca contro la guerriglia talebana.
“Ho raccolto molte testimonianze di violenti raid contro presunti insorti condotti
da milizie afgane pesantemente armate agli ordini di militari stranieri”, ha dichiarato
Alston a Kabul. “Azioni che spesso si concludono con l’uccisione dei sospetti,
senza che nessun esercito o istituzione se ne prenda la responsabilità. Queste
unità segrete, chiamate Campaign Forces, pur essendo sottoposte a una regolare catena di comando, operano al di fuori
di ogni legge e nella più totale impunità. E’ una situazione assolutamente inaccettabile”.
L’inviato speciale dell’Onu ha spiegato che queste milizie operano in tutte le
zone ‘calde’ del Paese, dalle province di Helmand e Kandahar nel sud a quella
di Nangarhar nell’est.
Faccia a faccia con i mercenari. Due anni fa, nel maggio 2006,
PeaceReporter aveva indagato su questo argomento nell’ambito di
un reportage dalla provincia di Helmand. Ne ripubblichiamo un estratto.
Provincia di Helmand, Afghanistan meridionale. Appena fuori Grishk c’è la base
militare statunitense: un fortino in mezzo al deserto, dominato da una torre di
legno su cui sventola la bandiera stelle e strisce. La base ospita una delle tante
prigioni Usa ‘non ufficiali’ dove vengono interrogati, e torturati, i sospetti
membri dei talebani o di Al-Qaeda, prima di essere spediti a Kandahar, Bagram
e poi a Guantanamo.
A difendere la base non ci sono militari americani, ma mercenari afgani. La gente
del posto li chiama khakhprush, venduti al nemico. Sono ragazzi dei villaggi vicini.
Non indossano nessuna divisa. Quando non escono in missione per o con gli statunitensi,
se ne stanno sui tappeti stesi davanti alle baracche che circondano le mura della
base. Passano la giornata bevendo tè, fumando hashish e facendo manutenzione del
loro arsenale: fucili, mitragliatrici e lanciarazzi.
Il loro comandante è mullah Daud. Ci riceve nella sua piccola e buia baracca.
Se ne sta seduto a terra a parlare con uno dei suoi ufficiali. Dietro a lui, appoggiato
al muro, il suo Ak-47; accanto a lui un frasario d’inglese. “Gli americani ci
pagano bene, ma non è per quello che lavoriamo per loro: lo facciamo perché sono
gli unici che possono salvare questo Paese. Il governo afgano, l’esercito afgano,
la polizia, sono tutti corrotti. Pensano solo ai soldi e per farli non esitano
ad allearsi con talebani e trafficanti d’oppio. Loro non fanno nulla, mentre noi
combattiamo i talebani: i miei centocinquanta uomini ne hanno uccisi e arrestati
a decine”. Torniamo a Grishk e andiamo a casa del governatore distrettuale. Haji Mohammed
Ibrahim vive con il suo assistente Farid in una vecchia casa appena fuori dal
bazar. E’ una persona colta e dai modi eleganti. “La gente di qui odia i mercenari
di Daud più degli stessi americani. Con la scusa della lotta ai talebani e con
le spalle coperte dai loro padroni, questi criminali vanno in giro a uccidere
e derubare la gente facendo irruzione nelle case, terrorizzando le persone per
farsi dare soldi. Chi non paga viene rapito, portato agli americani e spacciato
per talebano, terrorista di Al-Qaeda”.