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"Ho lottato per un solo Paese, la Repubblica Popolare Cinese. Ho
cercato di unire le persone, di migliorare le loro condizioni di vita,
di proteggere l’ambiente. Ma tutto questo è stato considerato un
crimine. L’ufficio degli Affari Religiosi mi disse poi che non potevo
assumere il titolo di lama . Risposi loro che non mi interessava. Non
voglio neppure il titolo di monaco, ma pretendo che mi siano
riconosciuti i diritti di essere umano”. Sono alcune delle ultime
parole di Tenzin Delek Rimpoche da uomo libero.
Il monaco tibetano è stato arrestato nell’aprile 2002 e condannato a
morte otto mesi dopo. Oggi le organizzazioni per i diritti umani, tra
cui Human Rights Watch e, in Italia, l’Associazione Italia Tibet ,
lanciano un appello affinché le autorità cinesi concedano a Tenzin
Delek un nuovo processo, secondo le regole internazionali, e tutto il
mondo si ricordi della sua triste storia.
Non resta molto tempo per liberare il monaco dal braccio della morte.
Tenzin Delken potrebbe essere ucciso il prossimo 7 aprile. L’esecuzione
della sentenza, proclamata nel dicembre 2002, è stata sospesa per due
anni: non è chiaro se a partire dal giorno dell’arresto (7 aprile 2002)
o dalla data di conferma in appello della sentenza (10 gennaio 2003).
In Cina la causa del monaco è sottoposta a segreto di stato e i
famigliari hanno cercato invano di farlo assistere da alcuni avvocati.
Le autorità di Pechino accusano Tenzin Delken di essere responsabile di
un attentato dinamitardo avvenuto il 3 aprile 2002 nella piazza
centrale di Chengdu, capoluogo della provincia sud-occidentale del
Sichuan. Lo ritengono fautore di “scissionismo”, il termine utilizzato
dal governo cinese per condannare tutte le attività e le opinioni
favorevoli all’indipendenza del Tibet.
In realtà, non ci sono elementi che provano la colpevolezza di Tenzin
Delken. L’uomo, 52 anni, ha dedicato più di dieci anni allo sviluppo
sociale delle popolazioni povere e nomadi del Sichuan e per questo era
molto amato dagli abitanti della zona. Tenzin Delken ha fatto costruire
scuole, ospedali e restaurare monasteri. Pechino lo sorvegliava dai
primi anni ’90, da quando cioè il religioso rifiutò di riconoscere
un secondo Panchen Lama imposto da Pechino e cresciuto "nell’amore per
il Partito Comunista e per la madrepatria socialista". Il Panchen La ma
destituito, un bambino di soli nove anni scelto dal Dalai Lama come
reincarnazione della più alta personalità religiosa tibetana, fu rapito
dalle autorità cinesi in quello stesso anno e portato in una località
segreta.
Ma le battaglie per la libertà d’espressione e di credo di Tenzin
Delken non si fermano qui. Per almeno due volte, nel ’97 e nel 2000,
aveva dovuto nascondersi sulle montagne intorno alla sua città (Kardze)
per fuggire alla cattura della polizia cinese. Tenzin aveva aperto un
monastero senza permessi ufficiali e aveva protestato contro la
deforestazione sfrenata e le attività di estrazione mineraria
nell’area. “Ricevetti la chiamata degli ufficiali della Pubblica
Sicurezza. Mi ordinarono di andare alla stazione di polizia senza dirlo
a nessuno. Rifiutai. Il mio arresto doveva essere annunciato
pubblicamente, urlato da un megafono da sopra un’auto. Sarebbero venuti
con delle catene. Se avessi commesso dei crimini, avrebbero dovuto
arrestarmi in questo modo”, disse una volta il religioso.
Anche gli abitanti di Kardze furono minacciati dagli ufficiali. Tra
l’aprile 2002 e il gennaio 2003, dopo la cattura di Tenzin Delken, 60
tibetani vennero interrogati e altri 100 riuscirono a sfuggire alla
polizia. Sei persone, finirono in prigione e due di queste – un monaco
e un uomo d’affari - furono condannati dai cinque ai sette anni di
carcere duro.
La Cina detiene il primato di esecuzioni capitali nel mondo: 1060 solo
nel 2003. La pena di morte continua a essere usata in maniera estensiva
e arbitraria contro gli oppositori politici.
Insieme a Tenzin Delken era stato arrestato un suo allievo di 28 anni,
Lobsang Dhondup. I due uomini vennero processati un anno fa, in
gennaio. Una volta pronunciata la condanna in appello, Tenzin fu
trasferito in una prigione nella provincia settentrionale del Shandong
(lontana 600 chilometri dal Sichuan), mentre Lobsang venne
immediatamente ucciso.
Attualmente sarebbero circa 145 i prigionieri politici tibetani, 136
uomini e 9 donne. Tra loro ci sarebbero anche alcuni bambini. Nel
Tibet, invaso dalle truppe cinesi nel 1950, sono oggi presenti 50mila
soldati della Repubblica Popolare.