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Quattro mesi e non sentirli. L'accordo di pace, siglato a gennaio tra il governo della Repubblica Democratica del Congo e i gruppi armati attivi nelle regioni orientali del Kivu, tarda a dare risultati. Se infatti gli scontri nella regione si sono sensibilmente ridotti, secondo i caschi blu della Monuc da gennaio ad oggi la tregua sarebbe stata violata un centinaio di volte, e almeno 75.000 persone sarebbero fuggite a causa degli scontri.
Firmato lo scorso 23 gennaio a Goma, l'accordo di pace era stato presentato come
la definitiva soluzione dei problemi per il Kivu. Principali attori coinvolti,
l'esercito e i ribelli Tutsi del generale ribelle Laurent Nkunda, protagonisti
di una guerra che dura dal 2004. Gli accordi prevedevano il disarmo dei ribelli
(e della decina di altre milizie operanti nella zona) e la loro parziale integrazione
nell'esercito, oltre al reinserimento nella vita civile per il resto dei combattenti.
Ma se finora le commissioni previste dagli accordi sono state create e hanno cominciato
i propri lavori, dall'altra parte i combattimenti continuano. Anche se non ai
ritmi di prima, quando provocarono la fuga di mezzo milione di persone solo nel
2007.
In un clima così volatile, la popolazione civile è quella che soffre di più.
L'assistenza umanitaria non è costante, a causa degli scontri che costringono
le agenzie dell'Onu e le Ong a sospendere o ridurre le proprie attività. L'unica
soluzione sarebbe quella di includere gli uomini di Nkunda e le Fdlr in un unico trattato di pace, più facile a dirsi che a farsi. A riprova di ciò,
giovedì l'esercito ugandese ha comunicato di aver ucciso due uomini di Nkunda,
che avevano sconfinato attaccando un posto di frontiera. Negli anni scorsi, tutti
gli accordi siglati con i ribelli si sono puntualmente rivelati carta straccia.
Da questo punto di vista, almeno quelli di gennaio qualche progresso l'hanno fatto
registrare.Matteo Fagotto