stampa
invia
Riflettori puntati su Bali, dove martedì si è tenuto il meeting
regionale sull’antiterrorismo. Voluto dalle autorità indonesiane e
australiane, vi hanno preso parte ministri degli Stati Uniti e dei
principali Paesi asiatici ed europei. Si è parlato, in particolare,
della Jemaah Islamiah, il gruppo terroristico islamico legato alla rete
di Al Qaeda e con basi in diversi Paesi del sud-est asiatico. “Per
combattere la minaccia del terrorismo apriremo a Jakarta (capitale
dell’Indonesia) un centro anti-crimine gestito congiuntamente da
Indonesia e Australia”, ha annunciato il ministro degli esteri
australiano Alexander Downer. Nello stesso giorno, però, non è la
minaccia terroristica a catalizzare l’attenzione dei media locali, ma
ci sono piuttosto le misure del governo per risolvere la crisi in Aceh,
estrema provincia a nord dell’arcipelago. Qui dal ’76 si consuma la
guerra dimenticata tra le forze armate indonesiane (Tni) e i
separatisti del Movimento Aceh Libero (Gam).
“La legge marziale imposta il 19 maggio 2003, rimarrà in vigore anche
durante le elezioni legislative di aprile e presidenziali di luglio
2004”, si leggeva ieri sul quotidiano Jakarta Post . E il ministro per
la Sicurezza e gli Affari politici, Yudhoyono, dichiarava: “In questi
nove mesi, la situazione in Aceh è stata relativamente sicura. Solo 169
villaggi su 1093 sono ancora controllati dai ribelli, molti
guerriglieri sono stati uccisi o arrestati. Altri sono difficili da
catturare perché sono fuggiti nella giungla. Siamo comunque fiduciosi”.
Un ottimismo non condiviso dalla popolazione che ribadisce: “Non si
possono tenere elezioni democratiche in queste condizioni”. Alcuni
partiti hanno chiesto di scortare i votanti ai seggi. E il Gam continua
a reclutare nuovi combattenti.
Il conflitto, dunque, continua in Aceh con esecuzioni ed arresti
sommari, stupri e sparizioni. Il mese scorso due attivisti per i
diritti umani, Husni Abdullah e Mahyeddin, sono stati incarcerati con
l’accusa di collaborare con il Gam. I due uomini, in realtà, lavoravano
per il People Crisis Centre (Pcc), l’organizzazione che dal ’99 assiste
i civili colpiti dalla guerra in Aceh. Era la mattina del 15 dicembre:
i militari fecero irruzione nell’ufficio di Husni e lo portarono via.
Poco più tardi prelevarono anche Mahyeddin che si era allontanato per
un caffè. Da allora le famiglie non hanno avuto più notizie dei propri
cari. I due uomini non hanno diritto all’assistenza di un avvocato e
Mahyeddin avrebbe avuto modo di incontrare il suo legale solo di rado.
“Non ci sono dubbi - riporta Amnesty International – che i due detenuti
siano stati torturati. La polizia li ha colpiti con calci di fucile.
Husni ha perso anche alcuni denti”.
Secondo l’ultimo rapporto di Amnesty la situazione in Aceh è
allarmante: “Durante i nove mesi di legge marziale, imposta dopo la
rottura del cessate il fuoco lo scorso maggio, l’esercito indonesiano
ha ucciso almeno 1300 persone, tra cui adulti e bambini. I membri del
Pcc, critici verso le operazioni militari, sono stati più volte
minacciati. In agosto quattro impiegati furono arrestati e interrogati
per cinque ore prima di essere rilasciati”. I media locali riportano
che in questo periodo un migliaio di persone sono state processate. Il
documento di Amnesty insiste: “probabilmente senza alcun rispetto delle
regole internazionali”. I media locali, controllati dal governo, non
danno notizia dei desaparecidos indonesiani, ma riportano le ragioni
dell’amministratore della legge marziale, Endang Suwarya che dice: “68
civili sarebbero ancora in ostaggio dei guerriglieri indigeni, e altri
380 sono dati per dispersi. Tra questi il cameraman della televisione
di stato Fery Santoro”.
Dopo 26 anni di guerra, non sembrano esserci schiarite. Finora sono
morte oltre 10mila persone e si contano dagli 8 ai 25mila sfollati.
Alla base della massiccia offensiva del governo (impiego di 45mila
soldati) vi è l’importanza economica dell’Aceh. L’accordo di pace
firmato a Ginevra nel dicembre 2002 è fallito. Il protocollo d’intesa
prevedeva infatti la formazione di un governo autonomo nella provincia
e il trasferimento a quest’ultimo del 70 per cento delle risorse di gas
naturale. La regione a nord dell’arcipelago ha anche un ruolo
strategico: attraverso i suoi porti passano i traffici che vanno
dall’Oceano Indiano a Singapore. Un'analisi approfondita della
situazione è comunque impossibile, perché il governo impedisce alla
stampa e alle organizzazioni per i diritti umani internazionali di
visitare la zona degli scontri.