06/02/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Un arcipelago in bilico tra guerra civile e terrorismo

Donna con fucileRiflettori puntati su Bali, dove martedì si è tenuto il meeting regionale sull’antiterrorismo. Voluto dalle autorità indonesiane e australiane, vi hanno preso parte ministri degli Stati Uniti e dei principali Paesi asiatici ed europei. Si è parlato, in particolare, della Jemaah Islamiah, il gruppo terroristico islamico legato alla rete di Al Qaeda e con basi in diversi Paesi del sud-est asiatico. “Per combattere la minaccia del terrorismo apriremo a Jakarta (capitale dell’Indonesia) un centro anti-crimine gestito congiuntamente da Indonesia e Australia”, ha annunciato il ministro degli esteri australiano Alexander Downer. Nello stesso giorno, però, non è la minaccia terroristica a catalizzare l’attenzione dei media locali, ma ci sono piuttosto le misure del governo per risolvere la crisi in Aceh, estrema provincia a nord dell’arcipelago. Qui dal ’76 si consuma la guerra dimenticata tra le forze armate indonesiane (Tni) e i separatisti del Movimento Aceh Libero (Gam).

“La legge marziale imposta il 19 maggio 2003, rimarrà in vigore anche durante le elezioni legislative di aprile e presidenziali di luglio 2004”, si leggeva ieri sul quotidiano Jakarta Post . E il ministro per la Sicurezza e gli Affari politici, Yudhoyono, dichiarava: “In questi nove mesi, la situazione in Aceh è stata relativamente sicura. Solo 169 villaggi su 1093 sono ancora controllati dai ribelli, molti guerriglieri sono stati uccisi o arrestati. Altri sono difficili da catturare perché sono fuggiti nella giungla. Siamo comunque fiduciosi”. Un ottimismo non condiviso dalla popolazione che ribadisce: “Non si possono tenere elezioni democratiche in queste condizioni”. Alcuni partiti hanno chiesto di scortare i votanti ai seggi. E il Gam continua a reclutare nuovi combattenti.

Militare Aceh Il conflitto, dunque, continua in Aceh con esecuzioni ed arresti sommari, stupri e sparizioni. Il mese scorso due attivisti per i diritti umani, Husni Abdullah e Mahyeddin, sono stati incarcerati con l’accusa di collaborare con il Gam. I due uomini, in realtà, lavoravano per il People Crisis Centre (Pcc), l’organizzazione che dal ’99 assiste i civili colpiti dalla guerra in Aceh. Era la mattina del 15 dicembre: i militari fecero irruzione nell’ufficio di Husni e lo portarono via. Poco più tardi prelevarono anche Mahyeddin che si era allontanato per un caffè. Da allora le famiglie non hanno avuto più notizie dei propri cari. I due uomini non hanno diritto all’assistenza di un avvocato e Mahyeddin avrebbe avuto modo di incontrare il suo legale solo di rado. “Non ci sono dubbi - riporta Amnesty International – che i due detenuti siano stati torturati. La polizia li ha colpiti con calci di fucile. Husni ha perso anche alcuni denti”.

Cartina Secondo l’ultimo rapporto di Amnesty la situazione in Aceh è allarmante: “Durante i nove mesi di legge marziale, imposta dopo la rottura del cessate il fuoco lo scorso maggio, l’esercito indonesiano ha ucciso almeno 1300 persone, tra cui adulti e bambini. I membri del Pcc, critici verso le operazioni militari, sono stati più volte minacciati. In agosto quattro impiegati furono arrestati e interrogati per cinque ore prima di essere rilasciati”. I media locali riportano che in questo periodo un migliaio di persone sono state processate. Il documento di Amnesty insiste: “probabilmente senza alcun rispetto delle regole internazionali”. I media locali, controllati dal governo, non danno notizia dei desaparecidos indonesiani, ma riportano le ragioni dell’amministratore della legge marziale, Endang Suwarya che dice: “68 civili sarebbero ancora in ostaggio dei guerriglieri indigeni, e altri 380 sono dati per dispersi. Tra questi il cameraman della televisione di stato Fery Santoro”.

Dopo 26 anni di guerra, non sembrano esserci schiarite. Finora sono morte oltre 10mila persone e si contano dagli 8 ai 25mila sfollati. Alla base della massiccia offensiva del governo (impiego di 45mila soldati) vi è l’importanza economica dell’Aceh. L’accordo di pace firmato a Ginevra nel dicembre 2002 è fallito. Il protocollo d’intesa prevedeva infatti la formazione di un governo autonomo nella provincia e il trasferimento a quest’ultimo del 70 per cento delle risorse di gas naturale. La regione a nord dell’arcipelago ha anche un ruolo strategico: attraverso i suoi porti passano i traffici che vanno dall’Oceano Indiano a Singapore. Un'analisi approfondita della situazione è comunque impossibile, perché il governo impedisce alla stampa e alle organizzazioni per i diritti umani internazionali di visitare la zona degli scontri.

 
 
Francesca Lancini
Categoria: Diritti, Guerra
Luogo: Indonesia