La giunta militare rivende gli aiuti stranieri destinati alle vittime del ciclone
La tragedia è tutt’altro che finita. Una tragedia inutile, voluta, cercata.
Commercio di aiuti. Oggi abbiamo riempito un furgoncino di cibo da portare nei campi profughi accampati
nelle zone del delta. Chili di riso, verdure, aglio e legumi. L’autista del veicolo
tira fuori dal cruscotto una bottiglia d’acqua minerale e dopo averne bevuto un
sorso, in perfetto inglese dice di averla acquistata al mercato. La cosa non avrebbe
sconvolto nessuno se la marca di quell’acqua non fosse stata Singha: un’acqua
imbottigliata in Thailandia, mai approdata sul mercato birmano. Quella bottiglia
faceva parte di un carico di viveri appena donato dal governo thailandese. “Gli
agenti dell’Usda (Union Solidarity Development Association), i servizi segreti
del regime, vendono gran parte delle risorse donate ai profughi ai mercati, le
parti migliori le tengono per loro e una fetta minima la passano ai bisognosi”,
ci confessa l’autista.
Una simile testimonianza l’avevamo raccolta appena tre giorni prima a Sittwe,
capoluogo dello stato di Arakan, nel nord del Paese. “Qui ogni anno arrivano due
o tre cicloni che uccidono centinaia di persone, ma nessuno ne parla perché qui
non ci sono gli occidentali”, ci aveva detto il preside di una scuola privata.
“L’anno scorso la Croce Rossa aveva donato migliaia di ottime coperte, ma il governo
se le era tenute rimpiazzandole con degli stracci di bassissima qualità comprati
in Cina, e poi le ha rivendute sul mercato a duemila Kyats (due dollari) l’una”.
Omissione di soccorso. Il nostro furgone viene fermato a un posto di blocco dell’esercito non lontano
dalla ex capitale Yangon. Nonostante le nostre preghiere e spiegazioni, “vogliamo
solo portare viveri a chi ne ha bisogno”, i soldati ci rimandano indietro. Non
c’è modo, per nessun occidentale, di attraversare quei blocchi, di portare aiuto.
Né per volontari indipendenti, né per operatori di Ong. La fame, la sete, le malattie
stanno dilagando di minuto in minuto. Le organizzazioni sono impotenti. I magazzini
dell’aeroporto di Yangon sono pieni di scatoloni, ma nulla arriva a chi ha un
disperato bisogno del loro contenuto. “Hanno paura dei giornalisti”, continua
a spiegarci l’autista. Paura che i giornalisti scrivano sull’omissione di soccorso
e che denuncino il crimine di vendere ciò che è stato donato dalla comunità internazionale.
Esiste un personaggio molto apprezzato dal popolo birmano, una figura scomoda
per i generali della giunta: Kyaw Thu, attore famoso, fondatore della Ffss (Free
Funeral State Service), una fondazione che offre funerali completamente gratuiti
a chi non può permettersene uno.
Decidiamo di andare al quartier generale della Ffss, dove troviamo, in un capannone,
un centinaio di volontari che piegano vestiti e li impacchettano in sacchi e scatoloni.
“Vi ringraziamo di cuore per questa donazione”, ci dice un anziano seduto a una
scrivania, “purtroppo però non possiamo scrivere sul registro dei donatori che
questo materiale proviene da occidentali, il governo ci darebbe molti problemi”.
Gianrigo Marletta