Con una reazione a catena non nuova in Sudan, dopo gli scontri di sabato scorso
nei pressi della capitale Khartoum, ieri si è infiammato anche l'Abyei, la regione
ricca di petrolio contesa tra il nord e il sud del Paese. Gli scontri tra l'esercito
e gli uomini del Sudan People's Liberation Army, l'ex-gruppo ribelle protagonista
di una ventennale guerra contro Khartoum, hanno provocato almeno quattro morti
e costretto alla fuga migliaia di civili. La tensione rischia di mettere in pericolo
un processo di pace vecchio ormai di tre anni, ma mai decollato.

Gli incidenti, scoppiati mercoledì per un diverbio tra soldati ed ex-ribelli,
sono proseguiti anche il giorno successivo, costringendo alla fuga almeno 25.000
persone. La regione è contesa tra le amministrazioni nord e sud (che, secondo
gli accordi di pace, nel 2011 deciderà tramite referendum se diventare indipendente
dal Sudan o meno), che dopo la firma della pace non sono ancora riuscite a garantire
uno status certo alla regione.
Più di cento arresti a Khartoum, e una nuova offensiva dell'esercito nel nord
del Darfur. Il governo sudanese ha risposto così all'attacco lanciato contro la
capitale dai ribelli del Justice and Equality Movement, lo scorso fine settimana. Il bilancio degli scontri, tra i più sanguinosi di
tutta la guerra, parla di più di duecento vittime (93 delle quali soldati). Oltre
a inasprire il conflitto nella regione occidentale, l'attacco ha affossato le
già deboli prospettive di pace.
Nonostante l'offensiva su Omdurman e Khartoum si sia conclusa con una sconfitta,
i ribelli del Jem hanno promesso di riprovarci a breve. Il loro leader, Khalil Ibrahim, avrebbe
trovato rifugio nei pressi del confine con il Ciad. Le autorità sudanesi affermano
di aver anche intercettato una comunicazione di Ibrahim, il quale avrebbe chiamato
le autorità di N'Djamena per ottenere un elicottero che avrebbe dovuto trasportarlo
lontano dal teatro degli scontri. Ennesima prova, secondo Khartoum, del sostegno
che i ribelli otterrebbero dal Ciad. Proprio ieri, il governo sudanese ha chiesto
ai rappresentanti ciadiani, con cui sono state rotte le relazioni diplomatiche,
di lasciare il Paese entro sei giorni.

Ma la risposta del governo di Khartoum non si è fermata qui: almeno cento darfurini
residenti nella capitale sarebbero stati arrestati e interrogati all'indomani
degli scontri, mentre nel nord Darfur una colonna dell'esercito si sarebbe scontrata
con gli uomini del
Sudan Liberation Army, l'altro gruppo ribelle attivo nella zona, che peraltro non avrebbe preso parte
all'offensiva di sabato. In un discorso pronunciato davanti a migliaia di sostenitori,
al termine di una marcia a favore del governo, il presidente Hassan Omar al-Bashir
ha accusato Ibrahim di essere un agente del sionismo, alludendo indirettamente
a un non provato sostegno israeliano al gruppo ribelle. Inoltre, il presidente
ha escluso qualsiasi ripresa dei colloqui di pace con il
Jem.
Grande assente degli scontri del fine settimana, la forza di pace ibrida Onu
– Unione Africana non è stata in grado di prevedere né di limitare in qualche
modo gli scontri. Lo ha ammesso lo stesso Jean-Marie Guehenno, capo delle operazioni
di peacekeeping delle Nazioni Unite, il quale ha messo di nuovo l'accento sulle mancanze della
missione. Voluta fortemente dai Paesi occidentali che siedono al Consiglio di
Sicurezza nonostante l'aperta ostilità di Khartoum, la missione, che al suo massimo
dovrebbe contare 26.000 uomini, è in sostanza impossibilitata a operare. Solo
10.000 unità sono schierate sul campo, senza i mezzi di trasporto adeguati per
adempiere ai loro compiti. Sul pronto spiegamento degli effettivi rimasti è tornato
anche il Ciad, che lo auspica come sola misura di protezione nei confronti dei
civili.