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Roberto Lara e Roderick Licayan, due filippini detenuti dal 1999 per
rapimento, rimarranno nel braccio della morte per almeno trenta giorni
ancora. La Corte Suprema ha deciso di riaprire il caso a 24 ore dalle
esecuzioni, previste per venerdì pomeriggio. Si sono fatti avanti,
infatti, nuovi testimoni che potrebbero scagionarli. La pena di morte è
tornata nelle Filippine dopo che un mese fa il presidente Gloria Arroyo
aveva deciso di riformare il sistema giudiziario reintroducendo la pena
capitale, sospesa da quattro anni. Posizione che l’Arroyo ha ribadito
in questi giorni: “Contro il crimine è necessario procedere con il
pugno di ferro”, ha detto alla stampa. “Anche l’opinione pubblica – ha
dichiarato il Direttore del quotidiano Philippines Daily Inquirer – è
in gran parte favorevole al ripristino della pena di morte”.
L’ interesse dei mezzi di comunicazione è alle stelle. Tanto che
l'amministrazione penitenziaria era stata costretta a sorteggiare,
tra un gruppo troppo numeroso di giornalisti, chi avrebbe potuto
assistere alle esecuzioni. “I posti a sedere – aveva spiegato - sono
pochi rispetto alle richieste pervenute”. Fonti del penitenziario
nazionale di Mantinlupa, alla periferia meridionale di Manila, hanno
comunicato che la camera per l’iniezione letale era stata allestita e
che gli spettatori avrebbero guardato attraverso un vetro. Fino al 1999
le sedie spettavano alla stampa, agli esponenti del governo e alle
famiglie dei condannati e delle vittime. Non è chiaro chi potrebbe
assistere questa volta oltre ai giornalisti.
Abolita nel 1987, la pena di morte è stata reintrodotta nel Paese
asiatico negli ultimi mesi del ’93 e poi sospesa di nuovo con una
moratoria durante la presidenza dell’Arroyo, dal 2000 a oggi. Tra il
’99 e il 2000 sette persone sono state uccise con un’iniezione letale,
mentre i detenuti inviati nel braccio della morte dopo il ’94 sono
stati circa millenovecento e per almeno 168 di questi la Corte
Suprema ha emesso una condanna definitiva. Tra i crimini puniti con
l’esecuzione capitale ci sono rapimento, pirateria, corruzione e
narcotraffico.
Con queste parole il presidente Arroyo dice di voler lottare contro la
nuova ondata di sequestri che ha colpito il Paese negli ultimi dieci
anni: “L’ordine è necessario per sostenere lo sviluppo economico e la
neutralizzazione delle bande di rapitori resta una priorità del
governo. Gli investimenti arriveranno se gli uomini d'affari non
avranno paura di essere rapiti”. E’ evidente il riferimento alla triste
vicenda di Betty Sy, 32 anni, dirigente della Coca Cola: a novembre è
stata rapita e abbandonata senza vita in un’auto. Nel corso del 2003
sono state sequestrate più di 100 persone, la maggior parte nel
distretto periferico di MetroManila, con la frequenza di un rapimento
ogni tre giorni.
La ricca comunità cinese, a cui apparteneva la Sy e principale
obiettivo dei rapitori, ha ben accolto la determinazione dell’Arroyo,
osteggiata invece dall’Unione Europea e da Amnesty International che
sottolineano: “La pena di morte non funziona come deterrente dei
crimini”.
Per tutta la giornata di martedì gli attivisti dell’ organizzazione
filippina Mamamayang Tutol sa Bitay hanno manifestato fuori dal
penitenziario affinché la Corte Suprema riaprisse il caso di Lara e
Lycaian. “Stop alle esecuzioni. Cambiate il sistema”, si leggeva su
cartelli dipinti di rosso e nero.
La causa è controversa. Le due vittime del sequestro, un uomo d’affari
cino-filippino e la sua assistente, avrebbero identificato, una volta
rilasciate, Lara e Lycaian come le guardie del nascondiglio in cui
erano tenuti. In tutt’altra direzione vanno le testimonianze degli
ideatori del rapimento, catturati di recente: “Lara non ha nulla a che
fare con questa faccenda”. E poi ci sono i dubbi del capo della Procura
Generale (Pao): “Forse il rapimento è stato solo una messinscena. Non è
stato condotto un processo equo, gli avvocati assegnati ai due
condannati potrebbero aver fatto degli errori.” La vita di Lara e
Lycaian è appesa a un filo lungo trenta giorni.