03/06/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Il ricordo di un ebreo austriaco in fuga dall'Anschluss che rinasce israeliano
Mentre le sirene suonano in occasione del giorno commemorativo dell’Olocausto, Ari Roth riflette sulla fondazione di Israele.
L’11 marzo 1938 le truppe tedesche attraversarono il confine austriaco.
Il giorno successivo, Adolf Hitler annunciò l’inizio dell’ operazione di Anschluss (inclusione), o Unione, tra i due stati; l’Austria fu ingoiata dal Terzo Reich.

Una vita spezzata. Ari Rath, un ebreo austriaco, all’epoca aveva 13 anni, e fino a quel momento aveva vissuto una vita agiata a Vienna, anche se ciò stava per cambiare per sempre.
E infatti la sua vita cambiò la notte che le truppe tedesche invasero l’Austria.
“Non c’è dubbio che Hitler fece di me un Sionista. Ero un bambino e fino a quel momento non avevo mai pensato a emigrare in Palestina o in qualsiasi altro posto, per quel motivo, in più''. dice
''Ma quando scesi in strada la notte successiva all’Anschluss e vidi l’intero corpo di polizia viennese portare al braccio la fascia con la svastica nazista, capii che la mia vita non avrebbe potuto continuare lì''.
Otto mesi dopo, Rath si imbarca su una nave di rifugiati ebrei alla ricerca di una nuova vita in quella che ancora era un protettorato Britannico, la Palestina.
Ari si era lasciato alle spalle la maggior parte della sua famiglia, inclusi i genitori, e si stava lanciando verso un futuro incerto.
Rath ricorda: ''Quando sbarcammo sul molo, provai prima una sensazione di sollievo e di gioia, e immediatamente dopo di tristezza. La nuova realtà ci aveva come schiaffeggiati. La mia infanzia era ufficialmente finita, ero da solo e dovevo prendermi cura di me in una nuova, strana terra''.
Ma il giovane Rath non si rese conto che la Palestina era scossa da un conflitto interno tra gli Arabi, che vi avevano vissuto per generazioni, e gli immigrati Ebrei che vi volevano costruire la sospirata madre patria.
Inizialmente Rath venne mandato a lavorare la terra e pulire i campi – che erano stati acquistati dagli ebrei da proprietari terrieri arabi locali – dalle rocce e dalle pietre.
Il lavoro era duro, da spezzarsi la schiena, e spesso i pionieri dovevano vedersela con i vicini arabi per ottenere una delle risorse più preziose: l’acqua.
L’Onu decise infine di appianare le conflittuali richieste da ambo le parti e disegnò un piano di divisione della Palestina in uno stato arabo ed uno ebraico.
Il 14 maggio 1948 finiva il protettorato Britannico della Palestina.
Qualche ora prima della fine del mandato, David Ben Gurion – leader sionista che sarebbe poi diventato il primo capo del governo del nuovo Stato – proclamò la nascita del nuovo Stato di Israele.

Indipendenza. ''Ben Gurion mi disse che dichiarare la nascita dello stato fu una delle decisioni più sofferte della sua vita'', ricorda Rath.
''La pesante pressione statunitense per posporre la dichiarazione, uno staff già diviso al suo interno, l’esercito che avvertiva che non sarebbe stato in grado di fronteggiare cinque armate arabe in caso d’invasione, avrebbero fermato chiunque e lui invece tirò dritto e fece nascere lo stato''.
Gli avvertimenti militari furono accorti: i confinanti stati arabi rifiutarono di accettare il nuovo stato ebraico, visto come una vera e propria invasione geografica, e così scoppiò la guerra.
Quando ormai i combattimenti si spensero, Israele aveva già conquistato molti territori, e i Palestinesi erano stati spesso cacciati dalle loro stesse case. I Palestinesi chiamano il periodo “al-Nakba”, ovvero “la catastrofe”.
Ari sostiene che oggi Israele sia una delusione per la generazione dei fondatori.
Ma aggiunge anche ''Quella palestinese è stata una catastrofe auto-inflitta, sfortunatamente. Perché se gli Arabi e i Palestinesi avessero accettato subito il piano di divisione dell’Onu, ora avrebbero uno stato che sarebbe il doppio di quella che è Gerusalemme est, Gaza e il West Bank oggi''.
Dalla sua prima vittoria nel 1948, Israele ha combattuto altre guerre e annesso altri territori, nonché costruito insediamenti abusivi, e costruito un muro che li divide dalla terra palestinese.
Per Rath è un’eredità macchiata dalla vergogna.
''Israele oggi è molto deludente per noi fondatori. Finchè noi israeliani non saremo pronti a tornare ai confini del ’67, quelli della Linea dell’Armistizio per intenderci, non potremo avere o chiedere pace''.
Mentre le sirene suonano nel giorno commemorativo dell’Olocausto, Rath riflette con noi su di un viaggio lungo 70 anni e su tutti quei giovani ebrei di Vienna che non ce l’hanno fatta.
 
Jacky Rowland*

Christian Elia

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