La creazione dello stato di Israele vista dai palestinesi si chiama Nakba, la catastrofe
Scritto per noi
da
Irene Ghidinelli Panighetti
“E’ la catastrofe, il disastro, l’apocalisse. E’ la creazione dello stato di
Israele in Palestina, è la dispersione del nostro popolo, la nostra diaspora.
E’ difficile da spiegare, ma è qualcosa che ogni palestinese sente dentro come
una ferita insanabile, come un cortocircuito nella nostra storia. Quello che stiamo
vivendo è un terribile paradosso storico” (La strada dei fiori di Miral, della
scrittrice Rula Jebreal).

Per ricordare e denunciare questo “terribile paradosso storico” in tutto il mondo
si sono tenuti e sono ancora in corso eventi, mostre, incontri, dimostrazioni
e festival letterari, dalla Scozia al Canada, dagli Stati Uniti all’Australia,
dall’Indonesia all’Austria, dalla Spagna all’Italia. Attivo anche il mondo arabo:
importanti le mobilitazioni in Egitto, dove al Cairo dal 4 al 8 Maggio sono state
organizzate giornate di riflessione dedicate alla Palestina, così come le azioni
nei campi profughi in Libano, che hanno preso il via il 6 maggio per culminare
il 14, e a Damasco, in Siria, dove il 15 maggio viene innalzata la bandiera palestinese
più grossa del mondo, di superficie 27.000 mq, che è la superficie della Palestina
in scala 1:1000.

Ma è soprattutto in Palestina che hanno grande rilievo eventi culturali e politici,
conferenze, incontri e manifestazioni, organizzate da tantissime associazioni e gruppi di resistenza
all’occupazione. A queste si aggiungono le manifestazioni dei partiti politici,
in primis Hamas e Fatah. Il presidente dell’ANP Abu Mazen ha espresso l’intenzione
di boicottare “temporaneamente” i leader che partecipano alle celebrazioni israeliane,
anche se non ha precisato in che modo, limitandosi a dichiarare che “Chi prenderà
parte ai festeggiamenti verrà dichiarata persona non grata in Cisgiordania”. Tuttavia
questi leader non saranno banditi a vita, bensì solo per un certo periodo di
tempo.

Ben più chiare le idee e i programmi di attivisti palestinesi, sostenuti da diverse
associazioni internazionali che hanno preparato manifestazioni di protesta per
mandare un forte messaggio al mondo e allo stato di Israele: milioni di palestinesi
non dimenticano i Sessant’anni di sofferenza e le continue violenze da parte dell’occupante
israeliano, il quale, invece di ricercare la pace, si impegna a costruire divisioni
e muri. Ma l’intenzione è anche quella di inviare un messaggio di incoraggiamento
ai palestinesi stessi, per incitarli alla resistenza quotidiana e alla speranza
di un futuro di giustizia e di pace, al di là delle divisioni interne e ai conflitti
tra i partiti.

Piccole e grandi azioni: simbolica, quella del 10 maggio a Shufa, un villaggio
nel nord del Paese vicino alla città di Tulkarem, dove sabato 10 maggio il gruppo
di attivisti israeliani e palestinesi Combattants for Peace, assieme agli Anarchists
Against the Wall, ad alcune decine di internazionali e altri palestinesi, hanno
organizzato una azione di sostegno concreto alla gente del villaggio. Il gruppo
di un centinaio di manifestanti infatti ha liberato una strada usata dai contadini
palestinesi per andare a lavorare i loro campi, ma che gli integralisti ebrei
della colonia adiacente avevano ostruito con pietre e rifiuti. Un trattore ha
spazzato via la barriera, e tra gli applausi, è partito un corteo che voleva attraversare
il villaggio ma che è stato fermato dalle pallottole di gomma dell’esercito israeliano,
sparate ad altezza di persona, o, più precisamente, di testa di bambini. 10 le
persone ferite.

Molto significativa l’azione di domenica 11, a Gerusalemme ovest, dove almeno
duecento di attivisti palestinesi e israeliani, con un folto gruppo di internazionali,
ha organizzato una marcia silenziosa davanti ad alcune case confiscate ai palestinesi
nel 1948: una vera e propria “via dolorosa”, in primis per gli abitanti originari
di quelle case, che in genere non sono più nemmeno riusciti ad entrare nelle case
dove sono nati e che ora sono di proprietà di ricchi ebrei, soprattutto immigrati.
Toccante la testimonianza di Nahala Assali, una donna di 70 anni dai profondi
occhi celesti che, con un sorriso triste sulle labbra, racconta della casa dove
è nata, in quella che oggi è Hamages street, che lei a lasciato a 11 anni, nell’aprile
del 1948 a causa della guerra, pensando di tornarci dopo due settimane; non vi
ha mai più rimesso piede, anche perché i nuovi proprietari l’hanno accolta malamente
quando lei, dopo tanti anni ha avuto la forza di tornare a guardare la sua casa
e il suo giardino. Mentre Nahala racconta 4 estremisti ebrei arrivano urlando:
Israele è nostro, Dio ci ha dato questa terra, vi stermineremo tutti”: la polizia
li allontana, con una gentilezza inedita quando invece si tratta di allontanare
palestinesi o attivisti internazionali che ricordano la Nakba.

Ma le azioni più spettacolari sono in programma il 15 maggio, lanciate principalmente
dal World Social Forum e da Zochrot’s Nakba 60 Project; Palestinesi e internazionali
sono invitati a vestirsi di nero, ad osservare un minuto di silenzio dopo la preghiera
di mezzogiorno e a prendere parte alle numerose iniziative in tutti i Territori
Occupati. Nel campo profughi di Aidah, uno dei tre campi nei pressi di Betlemme,
viene esposta la chiave più grossa del mondo, realizzata dagli artigiani palestinesi,
dal peso di due tonnellate con sopra scritto: “non è in vendita”, che significa
che il diritto al ritorno dei profughi è assolutamente prioritario nell’agenda
di qualsivoglia accordo con Israele. A Ramallah, nei pressi della Muqata, il parlamento
palestinese, è stato allestito un campo sul modello dei campi profughi del 1948
e sulle tende sono scritti i nomi dei villaggi cancellati dalla conquista israeliana.
Sotto i tendoni mostre, filmati e video, e da qui il 15 parte un corteo verso
il centro di Ramallah. Corteo anche a Qualqilya, città interamente circondata
dal muro della vergogna, aperto solo due volte al giorno per mezzora. L’azione
più creativa è forse quella organizzata da un gruppo che si è nominato Justice
is the Key for Tomorrow, che invita a raggiungere i check point di Qalandya e
Betlemme, da dove vengono lanciati in aria 21.915 palloncini neri, (numero risultante
dalla moltiplicazione dei giorni di un anno per 60 anni), con appese lettere scritte
da bambine e bambini palestinesi che raccontano e liberano in cielo i loro sogni.