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La testimonianza. Secondo il padre, si è trattato di un’azione che non ha
tenuto conto dei diritti della comunità. È stato un operativo molto plateale a
scopo dimostrativo, e che porta con sé molti soprusi. Tanto per cominciare,
l’esercito ha imposto che il centro Telecom e il centro internet, unici
contatti di questo sperduto paese della selva con il resto del mondo, venissero
chiusi per ore, fino alla fine del blitz. Dalle 10.45 del mattino alle sei e
mezzo del pomeriggio: dieci ore di isolamento forzato, negando la possibilità
ai diciassette detenuti di poter comunicare con familiare e avvocati. “Un
sopruso”, incalza il padre, che ha deciso di denunciare il tutto, con tanto di
documenti e testimonianze, alla Fiscalia
251 di Bogotà.
Detenzioni arbitrarie. Ma a quanto pare, lo
smisurato uso della forza non è stata l’unica violazione. “Le colpe attribuite
alle persone arrestate sono di ribellione, coltivazione illecite, terrorismo e
per alcuni anche omicido – spiega don Angelo – tutte accuse davanti alle quali
restiamo perplessi. Si tratta di colpe che cozzano con le attitudini di queste
persone che da sempre ci dimostrano la loro preoccuapazione per il benessere
della comunità. Per questo abbiamo deciso di rivolgerci alla Procura di Bogotà, che dovrà gestire i
procedimenti: chiediamo che questi casi vengano studiati secondo giustizia,
tenendo in conto la realtà della popolazione civile di questa martoriata
regione, che ha vissuto momenti molto difficili a causa della guerra, delle
coltivazioni di coca e del totale abbandono dello Stato”. Remolino del Caguan
è
stato per decenni in mano alla guerriglia delle Farc e negli anni Ottanta era
un mercato di pasta di coca a cielo aperto. Lo Stato non ha mai fatto niente
per questa gente, abbandonata fra pallottole e narcotrafficanti. L’unico
sentore della presenza statale, questi colombiani segregati in un triangolo di
Amazzonia, ce l’hanno avuta attraverso i militari. Negli ultimi anni sono
riusciti a spingere la guerriglia un po’ più a sud e si sono stanziati
stabilmente a Remolino, dove controllano e schedano ogni movimento di ogni
singolo passante. Ma finora, era stato un convivere piuttosto tranquillo, un
sopportarsi a vicenda. Mentre domenica tutto è cambiato: è stato dato l’ordine
di intervenire e di ammanettare tutti i sospetti filo-Farc e i presunti
coltivatori di foglia di coca. Gente comune, contadini poverissimi, madri di
famiglia, che stanno tentando di cambiare vita coltivando piante lecite, come
il cacao e il caucho, grazie anche all’aiuto della Chiesa, ma che fanno fatica
a sbarcare il lunario e quindi cadono facilmente nella tentazione di piantare
un po’ di coca, che li aiuti a arrotondare uno stipendio miserrimo. E in tutto
questo, lo Stato non c’è, sennò, appunto, negli operativi militari alla ricerca
dell’illegalità. L’accusa di essere filo-guerriglieri, invece, è molto
difficile da provare come da smentire. In questo posto tutto è promiscuo, per
questa gente, che ha convissuto fino a poco fa con i ragazzi guerriglieri, è
difficile giudicare il bene e il male. Il cambiamento è duro e lungo. E non si
fa certo a colpi di blitz e di sorpusi.
Super partes. “Testimonio
personalmente che la comunità sta vivendo un processo di cambiamento
accogliendo i progetti alternativi lanciati dallo stato e dalla parrocchia,
cacao, caucho e bestiame – precisa il missionario della Consolata - Siamo
consapevoli che si tratta di un processo lento e proprio per questo dobbiamo
appoggiarlo, stimulando le persone che si stanno aprendo a una mentalità nuova
dopo tanti anni”. Ed è questo che vuole far presente alla Fiscalia. Prima di
arrestare, processare e condannare della povera gente occore aver coscienza del
dove e del come hanno vissuto in tutti questi anni. Remolino è un luogo
complesso dalla storia allucinante. È il sunto di quanto è accaduto negli
ultimi cinquant’anni in Colombia: la guerriglia, la coca, i paracos, il
narcotraffico, l’esercito e in mezzo la gente comune, i civili, uniche vere
vittime di questa dinamica di violenza.
Stella Spinelli