Scritto per noi da
Barbara Carcone
Ricorre oggi il terzo anniversario del massacro di Andijan. Human Rights Watch
pubblica un rapporto sul perpetrarsi della repressione governativa contro i presunti
responsabili della strage. “Proteggendo i loro segreti. Il governo e la repressione
ad Andijan” è il titolo del fascicolo di 45 pagine, reso noto ieri dall'organizzazione
per i diritti umani, a ricordare che questo capitolo nero della storia uzbeca
non si è chiuso, e ad auspicare, di fronte all'ostinazione delle autorità di Tashkent,
una maggiore pressione internazionale per far luce sui fatti.
Andijan, 13 maggio 2005. "Interrogatori, sorveglianza costante, ostracismo e minacce continuano a spingere
la popolazione a fuggire da Andijan - si legge nel rapporto - per la seconda volta
dal 13 maggio 2005". In quella data, si consumò la strage di piazza più efferata
dopo Tienanmen: la mattina presto alcuni uomini avevano attaccato edifici governativi,
uccidendo alcuni ufficiali di sicurezza. Avevano fatto irruzione nel carcere della
città, prendendo alcuni ostaggi. Motivo dell'attacco: l’arresto di 23 uomini d'affari
locali, accusati di essere estremisti islamici. Accusa considerata ingiusta dalla
popolazione, che si era radunata per protesta contro il governo nelle strade di
Andijan. Le vie e le piazze principali, gremite di uomini, donne e bambini, vennero
circondate dall'esercito, con mezzi, anche blindati, cordoni di soldati e trincee
di sacchi di sabbia. Una trappola dalla quale in pochi riuscirono a scappare quando
il fuoco venne aperto senza alcun preavviso su una folla perlopiù inerme. Il governo
ha sempre negato ogni responsabilità in merito all'accaduto, ammettendo la morte
di 187 persone, la maggior parte delle quali "banditi" e "terroristi". I supposti
60 civili uccisi, sarebbero caduti invece sotto il fuoco degli insorti. Il tutto
era stato frettolosamente liquidato con un processo farsa nel novembre 2005.
Dopo il massacro, la persecuzione. In verità, non si sa quante persone siano realmente morte quel giorno ad Andijan,
e probabilmente non si saprà mai. Si parla di alcune centinaia, o migliaia. Seppelliti
in fosse comuni, in luoghi segreti, secondo alcuni testimoni. Tante le bocche
da cucire, le verità da soffocare, i colpevoli da inventare: nei giorni successivi
alla carneficina la dittatura di Karimov ha iniziato i rastrellamenti di massa
tra gli ipotetici responsabili della protesta. Centinaia di persone sono fuggite
nelle repubbliche limitrofe, molte in Kyrgyzstan, per le quali Tashkent tenta
di ottenere il rimpatrio forzato. La dittatura ci prova anche con le buone a far
tornare a casa i rifugiati, promettendo che saranno "perdonati". Ma Hrw avverte:
"Hanno tutte le ragioni di temere per la loro sicurezza". Grazie anche al deprecabile
comportamento dei Paesi vicini che li ospitano: "Kyrgyzstan, Kazakhstan, Ucraina
e Russia hanno disatteso gli obblighi internazionali - accusa Hrw - procedendo
con il rimpatrio forzato in Uzbekistan dei richiedenti asilo". Chi è rimasto
nel Paese, non se la passa meglio: ondate di arresti, minacce, torture e violenze
hanno costretto i "sospetti" a firmare confessioni e versioni dei fatti fornite
dalle autorità. Testimoni e giornalisti che hanno tentato di fornire versioni
diverse da quella ufficiale sono stati messi sotto silenzio. L'attività di Ong
locali e nazionali è stata sospesa, e almeno 12 attivisti per i diritti umani
arrestati all'epoca sono ancora in carcere. Ritorsioni di vario genere sono state
applicate anche alle donne di Andijan, cui sono stati negati servizi assistenziali,
e persino ai bambini, sottoposti a umiliazioni e misure disciplinari dalle amministrazioni
scolastiche.
Il silenzio dell’Occidente. Con le rilevanti eccezioni di Cina e Russia, la comunità internazionale aveva
condannato all'unanimità il comportamento del governo uzbeco. Tuttavia, sia Unione
europea che Stati Uniti hanno tenuto una condotta ambigua a riguardo. La prima,
dopo essersi vista rifiutare ripetutamente da Karimov la richiesta di una commissione
d'indagine, aveva imposto una serie di sanzioni e bloccato i visti per alcuni
funzionari governativi giudicati responsabili; decisione, questa, revocata e confermata
periodicamente, ma comunque progressivamente attenuata. A Washington la condanna
era costata il ritiro delle truppe Usa dalla base di Karshi-Khanabad. Ma dal marzo
scorso i soldati a stelle strisce sono tornati in quello che è il loro principale
avamposto in Asia centrale, e le relazioni della repubblica ex-sovietica sia con
l'Europa che con gli Usa sono riprese. Al di là delle vane esortazioni alla trasparenza
e all'autocritica dirette al governo uzbeco, l'appello che Hrw rivolge oggi alla
comunità internazionale è quello di mantenere sempre presenti i fatti di Andijan
nelle relazioni con Tashkent.