Israele celebra i 60 anni dalla fondazione, mentre i palestinesi commemorano la Nakba, la catastrofe
Scritto per noi
da
Irene Ghidinelli Panighetti
Lo stato di
Israele sta festeggiando in pompa magna i Sessant’anni della sua
fondazione: le comunità ebraiche, i rabbini e le istituzioni
israeliane in tutto il mondo hanno organizzato eventi di diverso
genere per celebrare l’anniversario di questo stato che, a che a
Sessant’anni dalla sua fondazione non ha una Costituzione e si
fonda sulla religione, due elementi che stridono con il concetto di
democrazia derivante della tradizione occidentale.

Gli eventi
hanno avuto il loro apice “folclorico-culturale” l’8 maggio, il
giorno della festa nazionale in Israele, quando a Gerusalemme ovest
si sono dati appuntamento per una festa di piazza gruppi di ragazze e
ragazzi portati da autobus gran turismo con la bandiera di Israele
sulle spalle, qualcuno con il fucile a tracolla, fatto normale per i
coloni che hanno il permesso di girare armati. Il cielo terso di quel
giorno poi è stato inquinato da 4 jet militari che hanno
emesso nell’aria strisce gassose bianche e azzurre, i colori dello
stato. L’evento clou dal punto di vista politico è invece
organizzato il 13, 14 e 15 maggio, con un vertice internazionale dal
titolo Facing Tomorrow, al quale sono attesi 13 capi di stato, 3500
ospiti tra cui Gorbaciov, Murduch e l’immancabile amico americano,
George W. Bush, per la modica cifra di 21 milioni di dollari,
provenienti da donazioni di ebrei di tutto il mondo.

Come di
consueto quando Israele festeggia i Territori Occupati soffrono
ancora di più, e non solo sul piano simbolico. La chiusura
implica infatti, tra l’altro, l’impossibilità di andare al
lavoro per molti palestinesi e, di conseguenza, un aumento dei prezzi
dei beni di prima necessità. Oltre alla difficoltà di
ricevere cure mediche e comunicare. Ma al governo israeliano non
interessa e, ancora una volta, il ministro della Difesa Ehud Barak ha
ordinato la chiusura totale dei Territori Occupati a partire dalla
sera di martedì 13. Per Gaza ovviamente le restrizioni non
valgono, poiché già da mesi la Striscia è sotto
embargo. La ragione addotta per queste misure è sempre la
stessa: sicurezza. Ma è statisticamente provato che durante i
festeggiamenti israeliani non c’è affatto una crescita delle
azioni della resistenza palestinese. Durante questi giorni i
palestinesi non solo non possono uscire dalla Cisgiordania, ma hanno
serie difficoltà anche negli spostamenti interni, a causa dei
check point che hanno frammentato il territorio dell’Anp in tante
enclave più o meno estese, circondate da colonie. Divieto di
passaggio anche per i mezzi medici, e per chi si vuole recare alla
moschea di Al-Aqsa, a Gerusalemme.

Va in scena
insomma la storia scritta dai vincitori, che dimentica l’altro
versante: 60 anni di morte, distruzione ed esilio per milioni di
palestinesi, per i quali quel maggio 1948 ha significato la Nakba, la
catastrofe. Sessant’anni di negazione della giustizia e della
dignità per il popolo palestinese, che ancora oggi soffre ogni
giorno dell’occupazione e dell’oppressione israeliana, con le
difficoltà e umiliazioni negli spostamenti, per andare a
scuola o al lavoro. Con le quotidiane azioni dell’esercito e gli
arresti arbitrari, fino alla vera e propria guerra aperta contro i
Palestinesi della Striscia di Gaza. Senza dimenticare le sofferenze
dei milioni di profughi interni ed esterni: almeno la metà
della popolazione che abitava la Palestina storica vive oggi in un
forzato esilio all’estero, nei campi profughi dei paesi arabi
vicini, ma un altro 23% è profugo nella propria terra,
cacciato dai villaggi originari occupati dagli israeliani e dai
sempre più numerosi coloni. La questione dei profughi è
al centro delle manifestazioni in Palestina, grazie all’impegno di
diverse associazioni, in particolare di Badil, il Center for
Palestinian Residency and Refugee Rights e del dipartimento per i
rifugiati dell’Anp. Questi hanno riempito di cartelli le principali
città della Cisgiordania, per ricordare a tutti il dramma dei
profughi e invitare alla mobilitazione.

Il culmine
delle azioni sarà giovedì 15 maggio, il giorno della
Nakba, con un minuto di silenzio dopo la preghiera di Mezzogiorno.
Poi il canto di tutti i Muezzin e, si spera, le scampanate di molte
chiese, che daranno il via alle azioni principali: ai check point di
Qalandya, presso Ramallah (dove vi è anche uno dei più
miseri campi profughi) e Betlemme (dove i campi profughi sono ben tre
a pochi chilometri di distanza, circondati dalle sempre più
fiorenti colonie). Nello specifico un nutrito gruppo di attivisti che
si è nominato: Justice is the key to tomorrow, sta
organizzando il lancio di 21.915 palloncini neri, (numero risultante
dalla moltiplicazione dei giorni di un anno per 60 anni) con
l’intento di tingere di nero il cielo delle celebrazioni
israeliane. A ciascuno di questi palloncini sarà legata una
lettera di una bambina o bambini palestinese, nella quale si potranno
leggere i loro sogni e speranze. Inoltre il gruppo chiede a tutte le
persone del mondo di vestirsi di nero, un gesto semplice e simbolico
per sostenere la lotta per la giustizia del popolo palestinese. Il 15
maggio dunque vestiamoci di nero, e, se possibile, liberiamo in aria
un palloncino nero, con appesa un nostro messaggio da lanciare al
mondo in solidarietà con la Palestina.