14/05/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Israele celebra i 60 anni dalla fondazione, mentre i palestinesi commemorano la Nakba, la catastrofe
Scritto per noi da
Irene Ghidinelli Panighetti

Lo stato di Israele sta festeggiando in pompa magna i Sessant’anni della sua fondazione: le comunità ebraiche, i rabbini e le istituzioni israeliane in tutto il mondo hanno organizzato eventi di diverso genere per celebrare l’anniversario di questo stato che, a che a Sessant’anni dalla sua fondazione non ha una Costituzione e si fonda sulla religione, due elementi che stridono con il concetto di democrazia derivante della tradizione occidentale.

Gli eventi hanno avuto il loro apice “folclorico-culturale” l’8 maggio, il giorno della festa nazionale in Israele, quando a Gerusalemme ovest si sono dati appuntamento per una festa di piazza gruppi di ragazze e ragazzi portati da autobus gran turismo con la bandiera di Israele sulle spalle, qualcuno con il fucile a tracolla, fatto normale per i coloni che hanno il permesso di girare armati. Il cielo terso di quel giorno poi è stato inquinato da 4 jet militari che hanno emesso nell’aria strisce gassose bianche e azzurre, i colori dello stato. L’evento clou dal punto di vista politico è invece organizzato il 13, 14 e 15 maggio, con un vertice internazionale dal titolo Facing Tomorrow, al quale sono attesi 13 capi di stato, 3500 ospiti tra cui Gorbaciov, Murduch e l’immancabile amico americano, George W. Bush, per la modica cifra di 21 milioni di dollari, provenienti da donazioni di ebrei di tutto il mondo.

Come di consueto quando Israele festeggia i Territori Occupati soffrono ancora di più, e non solo sul piano simbolico. La chiusura implica infatti, tra l’altro, l’impossibilità di andare al lavoro per molti palestinesi e, di conseguenza, un aumento dei prezzi dei beni di prima necessità. Oltre alla difficoltà di ricevere cure mediche e comunicare. Ma al governo israeliano non interessa e, ancora una volta, il ministro della Difesa Ehud Barak ha ordinato la chiusura totale dei Territori Occupati a partire dalla sera di martedì 13. Per Gaza ovviamente le restrizioni non valgono, poiché già da mesi la Striscia è sotto embargo. La ragione addotta per queste misure è sempre la stessa: sicurezza. Ma è statisticamente provato che durante i festeggiamenti israeliani non c’è affatto una crescita delle azioni della resistenza palestinese. Durante questi giorni i palestinesi non solo non possono uscire dalla Cisgiordania, ma hanno serie difficoltà anche negli spostamenti interni, a causa dei check point che hanno frammentato il territorio dell’Anp in tante enclave più o meno estese, circondate da colonie. Divieto di passaggio anche per i mezzi medici, e per chi si vuole recare alla moschea di Al-Aqsa, a Gerusalemme.

Va in scena insomma la storia scritta dai vincitori, che dimentica l’altro versante: 60 anni di morte, distruzione ed esilio per milioni di palestinesi, per i quali quel maggio 1948 ha significato la Nakba, la catastrofe. Sessant’anni di negazione della giustizia e della dignità per il popolo palestinese, che ancora oggi soffre ogni giorno dell’occupazione e dell’oppressione israeliana, con le difficoltà e umiliazioni negli spostamenti, per andare a scuola o al lavoro. Con le quotidiane azioni dell’esercito e gli arresti arbitrari, fino alla vera e propria guerra aperta contro i Palestinesi della Striscia di Gaza. Senza dimenticare le sofferenze dei milioni di profughi interni ed esterni: almeno la metà della popolazione che abitava la Palestina storica vive oggi in un forzato esilio all’estero, nei campi profughi dei paesi arabi vicini, ma un altro 23% è profugo nella propria terra, cacciato dai villaggi originari occupati dagli israeliani e dai sempre più numerosi coloni. La questione dei profughi è al centro delle manifestazioni in Palestina, grazie all’impegno di diverse associazioni, in particolare di Badil, il Center for Palestinian Residency and Refugee Rights e del dipartimento per i rifugiati dell’Anp. Questi hanno riempito di cartelli le principali città della Cisgiordania, per ricordare a tutti il dramma dei profughi e invitare alla mobilitazione.

Il culmine delle azioni sarà giovedì 15 maggio, il giorno della Nakba, con un minuto di silenzio dopo la preghiera di Mezzogiorno. Poi il canto di tutti i Muezzin e, si spera, le scampanate di molte chiese, che daranno il via alle azioni principali: ai check point di Qalandya, presso Ramallah (dove vi è anche uno dei più miseri campi profughi) e Betlemme (dove i campi profughi sono ben tre a pochi chilometri di distanza, circondati dalle sempre più fiorenti colonie). Nello specifico un nutrito gruppo di attivisti che si è nominato: Justice is the key to tomorrow, sta organizzando il lancio di 21.915 palloncini neri, (numero risultante dalla moltiplicazione dei giorni di un anno per 60 anni) con l’intento di tingere di nero il cielo delle celebrazioni israeliane. A ciascuno di questi palloncini sarà legata una lettera di una bambina o bambini palestinese, nella quale si potranno leggere i loro sogni e speranze. Inoltre il gruppo chiede a tutte le persone del mondo di vestirsi di nero, un gesto semplice e simbolico per sostenere la lotta per la giustizia del popolo palestinese. Il 15 maggio dunque vestiamoci di nero, e, se possibile, liberiamo in aria un palloncino nero, con appesa un nostro messaggio da lanciare al mondo in solidarietà con la Palestina.
 
Categoria: Politica, Storia
Luogo: Israele - Palestina
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