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Chiusura delle frontiere e rottura dei rapporti diplomatici, economici e culturali. Da ieri, in Ciad è vietato anche ascoltare la musica proveniente dal vicino Sudan. Con questa mossa il governo di N'Djamena ha reagito alla decisione, presa dal Khartoum, di interrompere i rapporti diplomatici a séguito dell'attacco dei ribelli darfurini a Omdurman, alle porte della capitale, lo scorso sabato. I due Paesi africani non sono mai stati così vicini alla guerra.
Quella scoppiata sabato scorso poteva essere l'ennesima grana diplomatica tra
Ciad e Sudan, che da anni si accusano a vicenda di sostenere i rispettivi gruppi
armati. Finora, le crisi si concludevano puntualmente con la firma di un trattato
di pace (ne sono stati siglati sei finora, tutti disattesi), in cui i due stati
si impegnavano a garantire la sovranità reciproca. Stavolta, però, l'attacco che
i ribelli del Justice and Equality Movement hanno portato al cuore del potere sudanese, traversando 600 km di deserto per
sferrare l'offensiva alla capitale, ha cambiato le carte in tavola. In cinque
anni di guerra, mai i ribelli si erano spinti così in avanti rispetto al loro
raggio di azione, limitato al Darfur e alle regioni limitrofe. E le dichiarazioni
del leader del Jem, Khalil Ibrahim, che ieri aveva annunciato l'inizio di una lunga offensiva contro
Khartoum, hanno ulteriormente innervosito il governo sudanese, che non ha tardato
a rispondere.
Difficile fare previsioni sulle operazioni belliche: se l'offensiva del Jem ha lasciato di stucco tutti, molti analisti dubitano che il gruppo abbia le
capacità per sostenere un'operazione di lunga durata in territorio ostile, e ritengono
che Ibrahim abbia fatto il passo più lungo della gamba. Fonti locali hanno riferito
di una gran quantità di armamenti giunti dal vicino Ciad nelle ultime settimane,
cosa che avrebbe permesso ai ribelli di organizzare l'attacco. Una visione condivisa
a Khartoum, il cui governo ritiene che mai il Jem avrebbe potuto spingersi così in avanti senza l'aiuto di N'Djamena. Il presidente
ciadiano Idriss Deby si sarebbe così voluto vendicare dell'attacco, portato lo
scorso febbraio dai ribelli ciadiani al palazzo presidenziale di N'Djamena, e
che si ritiene sia stato sponsorizzato da Khartoum. La retorica infiammata che
ha sempre caratterizzato i rapporti diplomatici tra i due Paesi potrebbe far pensare
all'ennesima “crisi controllata”. Ma stavolta, forse, il quadro è un po' più fosco.Matteo Fagotto