Sessant'anni!
Certo Israele può dirsi orgogliosa di molte cose, dopo essere
risorta dalla cenere ed aver affrontato sei decadi di battaglie e
guerre.

Non è solo una delle maggiori produttrici mondiali di
notizie ed interessi, ma considerate le sue dimensioni e i suoi
problemi reali è riuscita a emergere diventando un punto di
riferimento in tantissimi settori – in agricoltura, nelle
tecnologie idriche, nei trattamenti medicali ad alto contenuto
tecnologico, nelle comunicazioni, nell'informatica e così via.
Ultimamente anche l'industria cinematografica israeliana ha attirato
su di sé l'attenzione internazionale ed acquistato fama. Ogni
anno non vedo l'ora che arrivi la festa del Giorno dell'Indipendenza.
Ne sono orgoglioso e sono contento che ci sia questo giorno da
celebrare.
Molte
organizzazioni di estrema sinistra hanno iniziato ad associare le
celebrazioni del Giorno dell'Indipendenza con cerimonie relative alla
ricorrenza del “Nakba” palestinese – il loro giorno nazionale
della tragedia. Ci sono anche alcuni della sinistra radicale che
incitano al boicottaggio completo del Giorno dell'Indipendenza.
Sebbene io sia considerato da molti un veterano “di sinistra”, io
non sarò mai con coloro che sostengono che non dovremmo
celebrare il nostro Giorno dell'Indipendenza.

E'
normale per me scambiare gli auguri di buon compleanno con i miei
amici Palestinesi. Durante l'anno molte sono le date in cui ricorrono
festività comuni ad Ebrei, Cristiani e Mussulmani. E' normale
per me ricevere degli auguri da molti Palestinesi e ricambiarli. Una
delle occasioni più divertenti è quella degli auguri di
Pesah (la Pasqua ebraica) che
ricevo ogni anno da un leader di Fatah che mi estende i suoi auguri
nella forma tradizionale ebraica: “Ti auguro una felice e
casher
Pesah”.
Durante il Giorno dell'Indipendenza del 2001, al culmine della
seconda intifada ho ricevuto una telefonata da un mio amico
palestinese di Betlemme che mi chiamò per augurarmi farmi gli
auguri. Per me era la prima volta e ne rimasi letteralmente
sbalordito. Io non sono un tipo al quale di solito manchino le parole
– ma ero stato preso alla sprovvista e non seppi cosa dire. L'anno
successivo, preparato a questa telefonata, fui pronto a rispondere
“Spero che anche tu potrai presto celebrare la vostra
indipendenza!”.

Sarò felicissimo di vedere il giorno in cui i Palestinesi
avranno il loro Giorno dell'Indipendenza da celebrare. E quel giorno
sarà una festa anche per Israele e per il Sionismo. Oggi
essere pro-Israele implica necessariamente essere pro-Palestina. Il
destino e il futuro di questi due popoli è legato alla loro
abilità di trovare un modo di vivere fianco a fianco in pace –
in due stati separati. George W. Bush ha lanciato la sua sfida che si
possa raggiungere un accordo entro la fine del suo mandato il
prossimo gennaio 2009. Nello stesso periodo terminerà il suo
mandato anche il Presidente Palestinese Mahamoud Abbas mentre nessuno
sa per certo quando Ehud Olmert finirà il suo.
I negoziati proseguono, con notizie contraddittorie sui progressi. Se
non si raggiungerà alcun accordo entro il termine dei mandati
dei due presidenti è poco probabile che Abbas cercherà
di rinnovare il proprio. E anche se cercasse di rinnovarlo senza aver
guadagnato un accordo è difficile che riuscirebbe a vincere
un'elezione. Lo scenario più probabile per la Palestina senza
un accordo è ciò che i Palestinesi chiamano “fitna”,
il caos. Fitna vorrà dire più intifada, più
violenza, più sofferenza e molto probabilmente l'ascesa di
Hamas anche nel West Bank.

L'unico leader che può rappresentare un'alternativa agli occhi
dell'opinione pubblica dopo Abbas è Marwan Barghouti, che sta
scontando cinque ergastoli nelle prigioni israeliane. Se nei
territori palestinesi scoppieranno nuovi scontri e violenze è
estremamente improbabile che qualunque leader israeliano pensasse di
liberare Barghouti. Naturalmente nulla è impossibile e
sfortunatamente la storia ci insegna che i leader israeliani spesso
prendono decisioni in condizioni di violenza che si rifiutano di
prendere in condizioni migliori (come ad esempio il disimpegno
unilaterale da Gaza invece che come parte di un accordo negoziale).
Secondo gli umori odierni della gente in Israele e dai sondaggi nella
pubblica opinione appare chiaro che in assenza di un accordo ci
saranno poche possibilità per Olmert, se non nessuna, di
vincere le elezioni. Binyamin Netanyahu sarebbe in questo caso il
primo ministro più probabile in Israele. E ci sarebbero poche
possibilità per Netanyahu di riuscire in un negoziato fallito
per Olmert. Se il moderato Abbas non sarà più in carica
e ci dovesse essere il caos o una presa di potere da parte di Hamas,
le possibilità di una soluzione a due stati diminuirebbero al
di là di ogni speranza e Israele di troverebbe nella tragica
situazione di continuare a comandare su un territorio e un popolo che
non ha alcun desiderio di occupare.

In queste circostanze Israele potrebbe rifugiarsi in qualche forma di
unilateralismo – ritirandosi da posizioni che sono difendibili –
magari lasciando l'esercito ma ritirando i cittadini. Ma gli
strascichi dell'unilateralismo nel Libano del sud e a Gaza dovrebbero
averci insegnato qualcosa. Israele potrebbe cercare un supporto dalla
comunità internazionale per creare un regime internazionale al
posto del caos – ma con il protrarsi delle violenze sarebbe molto
improbabile trovare soldati stranieri per venire volontariamente e
magari morire così lontani da casa, in quella che continua ad
essere una situazione intrattabile.
Netanyahu ha le sue teorie che è possibile rendere docili i
Palestinesi migliorando la loro situazione economica. Ma bisogna
ricordare che entrambe le intifada scoppiarono quando l'economia
Palestinese era in crescita e pareva esserci molta speranza (dal
punto di vista economico) fra i Palestinesi. Nondimeno la speranza di
una prosperità economica non fu sufficiente a domare la
mancanza di speranza di indipendenza e libertà politica. Noi
avremmo fatto esattamente lo stesso – non ci fermeremmo mai se ci
venisse negata l'indipendenza e la libertà politica anche se
le nostre tasche fossero piene di soldi. Ci sono delle cose che il
denaro non può comprare.

Quest'anno nel Giorno dell'Indipendenza i giornali abbondano di
articoli sui prossimi sessant'anni. Io sono più preoccupato
per l'anno prossimo o, al massimo, per i prossimi due. Se non
troviamo un modo per abbandonare il controllo sui Palestinesi nel
prossimo anno o due, fra dieci o vent'anni celebreremo l'indipendenza
dello stato che nascerà da spargimenti di sangue e
combattimenti – uno stato molto differente. Non sarà uno
stato Ebraico, non sarà uno stato Sionista. Non sarà
uno stato in cui gli Ebrei saranno la maggioranza.
Per questo motivo oggi, in questa Giornata dell'Indipendenza, con
tutto il mio cuore voglio augurare a tutti i miei amici Palestinesi: ''Spero che
anche voi potrete presto celebrare la vostra
indipendenza!''.
Gershon Baskin*