14/05/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Il 60° anniversario dello Stato d'Israele
Sessant'anni! Certo Israele può dirsi orgogliosa di molte cose, dopo essere risorta dalla cenere ed aver affrontato sei decadi di battaglie e guerre.
 
Non è solo una delle maggiori produttrici mondiali di notizie ed interessi, ma considerate le sue dimensioni e i suoi problemi reali è riuscita a emergere diventando un punto di riferimento in tantissimi settori – in agricoltura, nelle tecnologie idriche, nei trattamenti medicali ad alto contenuto tecnologico, nelle comunicazioni, nell'informatica e così via.
Ultimamente anche l'industria cinematografica israeliana ha attirato su di sé l'attenzione internazionale ed acquistato fama. Ogni anno non vedo l'ora che arrivi la festa del Giorno dell'Indipendenza. Ne sono orgoglioso e sono contento che ci sia questo giorno da celebrare.

Molte organizzazioni di estrema sinistra hanno iniziato ad associare le celebrazioni del Giorno dell'Indipendenza con cerimonie relative alla ricorrenza del “Nakba” palestinese – il loro giorno nazionale della tragedia. Ci sono anche alcuni della sinistra radicale che incitano al boicottaggio completo del Giorno dell'Indipendenza. Sebbene io sia considerato da molti un veterano “di sinistra”, io non sarò mai con coloro che sostengono che non dovremmo celebrare il nostro Giorno dell'Indipendenza.

E' normale per me scambiare gli auguri di buon compleanno con i miei amici Palestinesi. Durante l'anno molte sono le date in cui ricorrono festività comuni ad Ebrei, Cristiani e Mussulmani. E' normale per me ricevere degli auguri da molti Palestinesi e ricambiarli. Una delle occasioni più divertenti è quella degli auguri di Pesah (la Pasqua ebraica) che ricevo ogni anno da un leader di Fatah che mi estende i suoi auguri nella forma tradizionale ebraica: “Ti auguro una felice e casher Pesah”.

Durante il Giorno dell'Indipendenza del 2001, al culmine della seconda intifada ho ricevuto una telefonata da un mio amico palestinese di Betlemme che mi chiamò per augurarmi farmi gli auguri. Per me era la prima volta e ne rimasi letteralmente sbalordito. Io non sono un tipo al quale di solito manchino le parole – ma ero stato preso alla sprovvista e non seppi cosa dire. L'anno successivo, preparato a questa telefonata, fui pronto a rispondere “Spero che anche tu potrai presto celebrare la vostra indipendenza!”.

Sarò felicissimo di vedere il giorno in cui i Palestinesi avranno il loro Giorno dell'Indipendenza da celebrare. E quel giorno sarà una festa anche per Israele e per il Sionismo. Oggi essere pro-Israele implica necessariamente essere pro-Palestina. Il destino e il futuro di questi due popoli è legato alla loro abilità di trovare un modo di vivere fianco a fianco in pace – in due stati separati. George W. Bush ha lanciato la sua sfida che si possa raggiungere un accordo entro la fine del suo mandato il prossimo gennaio 2009. Nello stesso periodo terminerà il suo mandato anche il Presidente Palestinese Mahamoud Abbas mentre nessuno sa per certo quando Ehud Olmert finirà il suo.

I negoziati proseguono, con notizie contraddittorie sui progressi. Se non si raggiungerà alcun accordo entro il termine dei mandati dei due presidenti è poco probabile che Abbas cercherà di rinnovare il proprio. E anche se cercasse di rinnovarlo senza aver guadagnato un accordo è difficile che riuscirebbe a vincere un'elezione. Lo scenario più probabile per la Palestina senza un accordo è ciò che i Palestinesi chiamano “fitna”, il caos. Fitna vorrà dire più intifada, più violenza, più sofferenza e molto probabilmente l'ascesa di Hamas anche nel West Bank.

L'unico leader che può rappresentare un'alternativa agli occhi dell'opinione pubblica dopo Abbas è Marwan Barghouti, che sta scontando cinque ergastoli nelle prigioni israeliane. Se nei territori palestinesi scoppieranno nuovi scontri e violenze è estremamente improbabile che qualunque leader israeliano pensasse di liberare Barghouti. Naturalmente nulla è impossibile e sfortunatamente la storia ci insegna che i leader israeliani spesso prendono decisioni in condizioni di violenza che si rifiutano di prendere in condizioni migliori (come ad esempio il disimpegno unilaterale da Gaza invece che come parte di un accordo negoziale).

Secondo gli umori odierni della gente in Israele e dai sondaggi nella pubblica opinione appare chiaro che in assenza di un accordo ci saranno poche possibilità per Olmert, se non nessuna, di vincere le elezioni. Binyamin Netanyahu sarebbe in questo caso il primo ministro più probabile in Israele. E ci sarebbero poche possibilità per Netanyahu di riuscire in un negoziato fallito per Olmert. Se il moderato Abbas non sarà più in carica e ci dovesse essere il caos o una presa di potere da parte di Hamas, le possibilità di una soluzione a due stati diminuirebbero al di là di ogni speranza e Israele di troverebbe nella tragica situazione di continuare a comandare su un territorio e un popolo che non ha alcun desiderio di occupare.

In queste circostanze Israele potrebbe rifugiarsi in qualche forma di unilateralismo – ritirandosi da posizioni che sono difendibili – magari lasciando l'esercito ma ritirando i cittadini. Ma gli strascichi dell'unilateralismo nel Libano del sud e a Gaza dovrebbero averci insegnato qualcosa. Israele potrebbe cercare un supporto dalla comunità internazionale per creare un regime internazionale al posto del caos – ma con il protrarsi delle violenze sarebbe molto improbabile trovare soldati stranieri per venire volontariamente e magari morire così lontani da casa, in quella che continua ad essere una situazione intrattabile.

Netanyahu ha le sue teorie che è possibile rendere docili i Palestinesi migliorando la loro situazione economica. Ma bisogna ricordare che entrambe le intifada scoppiarono quando l'economia Palestinese era in crescita e pareva esserci molta speranza (dal punto di vista economico) fra i Palestinesi. Nondimeno la speranza di una prosperità economica non fu sufficiente a domare la mancanza di speranza di indipendenza e libertà politica. Noi avremmo fatto esattamente lo stesso – non ci fermeremmo mai se ci venisse negata l'indipendenza e la libertà politica anche se le nostre tasche fossero piene di soldi. Ci sono delle cose che il denaro non può comprare.

Quest'anno nel Giorno dell'Indipendenza i giornali abbondano di articoli sui prossimi sessant'anni. Io sono più preoccupato per l'anno prossimo o, al massimo, per i prossimi due. Se non troviamo un modo per abbandonare il controllo sui Palestinesi nel prossimo anno o due, fra dieci o vent'anni celebreremo l'indipendenza dello stato che nascerà da spargimenti di sangue e combattimenti – uno stato molto differente. Non sarà uno stato Ebraico, non sarà uno stato Sionista. Non sarà uno stato in cui gli Ebrei saranno la maggioranza.
Per questo motivo oggi, in questa Giornata dell'Indipendenza, con tutto il mio cuore voglio augurare a tutti i miei amici Palestinesi: ''Spero che anche voi potrete presto celebrare la vostra indipendenza!''.
 
Gershon Baskin* 
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