Come dimenticare chi e perché, nella storia, ha visto dèmoni nei libri, fino agli indici e ai roghi?
Testo di Mustafa Barghouthi
e Fancesca Borri
Come dimenticare Amos Oz, quando da piccolo, racconta, voleva diventare non uno
scrittore ma un libro?, perché uno scrittore diceva, può essere ucciso, ma un
libro no, un libro non può mai essere ucciso e qualsiasi futuro ci travolga, fino
all’Olocausto - ma un l
ibro non può mai sparire, una copia sopravviverà su uno scaffale sperduto. Come
dimenticare chi e perché, nella storia, ha visto dèmoni nei libri, fino agli indici
e ai roghi?
Certo, per noi palestinesi la domanda è anche un’altra - come dimenticare il
nostro etnocidio? Si muore, qui, in questo momento e si muore male, nella vostra
indiff
erenza, si muore di niente in ospedali senza elettricità, si muore di cancro
fermi a un checkpoint, si muore di malnutrizione, e di proiettili, e elicotteri
e missili - giorno dopo giorno, consumati tra muri e trincee e filo spinato, senza
più libertà senza più lavoro, umiliati da diciottenni che pattugliano le nostre
vite come fossero alla playstation, definiti nei documenti ufficiali, senza più
alcun argine etico, una ‘minaccia demografi
ca’. Una minaccia demografica. Riflettete su queste parole, voi italiani come
Primo Levi.
L’istinto dice - qualsiasi cosa, qualsiasi cosa che riesca per un minuto a sradicarvi
dall’insensibilità. Ma poi - boicottare libri, voi europei che commerciate con
Israele, armi incluse, e che l’unico embargo lo avete deciso con
tro di noi, contro il nostro governo liberamente eletto, mentre vi raccontavate
di esportare democrazia in
Medio Oriente? Voi che tacciate di antisemitismo chiunque critichi il sio
nismo, e riducete così al silenzio chi si unisce ai tantissimi ebrei che a partire
da Martin Buber, padre spirituale di Israele, hanno cercato di convivere con noi
- voi che boicottate da sempre, e ma senza clamore, i libri di cui questa gue
rra ha più bisogno, i libri di diritto interna
zionale: quelli che impongono l’abbattimento del Muro, quelli che classificano
tutto questo apartheid, i libri, e scomodi, che ai crimini contro l’umanità associano
per tutti, anche per voi, una responsabilità chiamata giurisdizione universale.
nciano nella mente degli uomini, avverte il preambolo della costituzione dell’Unesco,
ed è nella mente degli uomini che bisogna costruire le difese
della pace. Non è un caso che ai tanti giovani europei che sono qui con noi a
combattere non Israele, ma un’occupazione assassina, siano spesso sequestrati
all’aeroporto di Tel Aviv proprio i libri. Libri non palestinesi, ma israeliani
- Ilan Pappe su tutti - libri che demolis
cono le narrazioni dominanti. Libri coraggiosi e
amici. Ma d’altra parte, sono allo stesso tempo le scuole e le università israeliane,
filtrando le idee ammissibili, accusa (l’israeliana)
Virginia Tilley, a produrre e riprodurre la nostra oppressione,
a scolpire quello zionist consensus che oggi assedia gli israeliani stessi, rovesciandoli da vittime a carnefici.
Sono le scuole e le università a sagomare i giuristi che fortificano le ingiustizie,
gli ingegneri che violentano le colline saturandol
e di improbabili insediamenti, gli economisti che crean
o ricchezza con lo sfruttamento del nostro lavoro, i medici che non vedono le
ferite dei torturati, gli storici c
he custodiscono il presente all’ombra di mitici passati biblici, i geologi che
ci assetano goccia a goccia.

Sono le scuole e le università - sono i libri israeliani - a produrre e riprodurre
questo gigantesco Truman Show in onda dall’altra parte del Muro, in una società
in frantumi che dedica le sue risors
e alla guerra invece che ai suoi cittadini una società cementata insieme solo
da odio e paura, e in cui nonostante il doping degli incentivi, gli emigrati sono
ormai più degli immigrati. E allora forse n
on tanto un generico boicottaggio, che colpisca indistintamente gli Ilan Pappe
e gli Alan Dershowitz, chi contribuisce alla guerra
e chi contribuisce alla pace, ma nomi e cognomi: e con il vostro Italo Calvino,
imparare invece a riconosc
ere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli
spazio.
Volessimo davvero boicottare Israele, dovremmo boicottare anche le penne con
cui scriviamo, tanto le nostre economie sono intrecciate, e inseparabili le nostre
vite e culture, così come le nostre paure e sofferenze e gli incubi dei nostri
figli. Abitiamo insieme al ‘nemico’, senza la minima distanza in questa terra
piccola e densa. Il nemico non è
qui una figura astratta, i suoi tratti sono sempre stati umani e come in tutte
le guerre, abbiamo molto in comune. Per questo, quando sarà un giorno la Palestina
il vostro ospite d’onore, troverete tr
a i nostri libri anche i libri israeliani, e non isolati in uno stand, come
è stato proposto a noi, l’ennesimo ghetto, ma liberi, liberi e
uguali perché davanti a tutto questo la sola immunità, insegna Mahmud Darwish,
sta nella diversità, nel mantenimento della nostra umanità.
sraele nel sessantesimo anno dalla sua fondazione significa inevitabilmente celebrare
quella che gli israeliani chiamano indipendenza, e noi palestinesi convertiamo
in nakbah, catastrofe. Ma le nakbah in realtà qui sono state due, la nostra ma anche quella degli ebrei non sionisti,
che non avrebbero mai voluto uno stato razzista costretto a scegliere tra democrazia
e demografia. Se per noi oggi l’urgenza è l’habeas corpus, per gli israeliani è l’habeas mentem. Che i vostri ospiti siano i benvenuti nella Torino di Norberto Bobbio: perché
le rivoluzioni si istituzionalizzano diceva, le idee si condensano in ortodossia,
i poteri in forma gerarchica: e contro tutto questo, ‘l’antidoto è l’anelito della
libertà, quella irrequietezza dello spirito, quell’insofferenza dell’ordine stabilito,
quell’aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed
energia di carattere’.
Non meno, ma più libri. E più onesti.