12/05/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Numero 23. Dal 1° aprile al 30 aprile 2008
Li hanno fatti sparire per cancellare le prove. Li hanno deportati in una terra di nessuno, senza acqua né viveri, lungo la frontiera algerina, perché non potessero parlare. Fortress Europe però è riuscita a scovarli lo stesso. Sono i 42 superstiti del naufragio di Hoceima del 28 aprile 2008.
 
Sono i 42 testimoni della strage compiuta dagli uomini della Marina Reale Marocchina. In queste ore si trovano in un accampamento di fortuna in una zona boscosa lungo la frontiera tra Algeria e Marocco. Un militante di una associazione marocchina - di cui non possiamo citare il nome per ragioni di sicurezza - ci ha permesso di parlare al telefono con due uomini e una donna sopravvissuti al naufragio. Un naufragio di cui non si doveva sapere niente. Perché ad uccidere non è stato il mare ma gli agenti marocchini. Le versioni dei tre testimoni coincidono. Sono le due di notte del 28 aprile quando un gommone di tipo Zodiac di nove metri, con un’ottantina di passeggeri nigeriani, ghanesi, camerunesi e maliani, salpa dalle coste di Hoceima alla volta della Spagna. Cinque ore più tardi viene intercettato in alto mare da una motovedetta della marina marocchina. È già giorno.
 
“Si sono avvicinati – grida Fred al telefono -, hanno tagliato le camere d’aria del gommone con dei coltelli e se ne sono andati”. Nel giro di pochi minuti il gommone si sgonfia e si rovescia in mare. A bordo scoppia il panico. Molti non sanno nuotare e annegano. Una donna finisce tra la schiuma del mare con il bambino di pochi mesi stretto al petto. Poco lontano scompaiono tra le onde un’altra donna e tre bambini piccoli. Nel giro di un’ora arrivano i soccorsi. Tre motovedette marocchine prendono a bordo i superstiti e recuperano una decina di cadaveri. Portano tutti quanti a Hoceima, 150 km a est di Melilla. Vengono rinchiusi nel commissariato. All’appello mancano 36 persone, tra uomini, donne e bambini, tutti morti annegati. “Siamo stati trattenuti per 48 ore in isolamento, senza acqua né cibo, né bagni – ci dice una delle quattro donne nigeriane sopravvissute -. Poi ci hanno caricato su un autobus e abbandonati alla frontiera algerina, in una terra di nessuno, era lontano da Oujda”. Dopo una lunga marcia raggiungono un accampamento dove vivono circa duecento deportati, in mezzo ai boschi. “Abbiamo costruito dei ripari per la notte con dei teli di plastica – ci spiega uno di loro -, viviamo di elemosina, molti sono malati”. Le condizioni sono pessime e tornare a Rabat, con il clima che si respira dopo le ultime retate in città, è inimmaginabile. Intanto, altre sette persone del gruppo dei 42 superstiti, hanno perso la vita. Non ce l’hanno fatta a resistere al naufragio, alla fame, alla sete e alla lunga marcia a piedi per raggiungere il rifugio.

Così il mese di aprile consegna alla morte 101 persone tra uomini, donne e bambini, caduti tentando di venire in Europa. Cinque uomini sono morti nascosti nella stiva di un cargo approdato alle Canarie, in quattro hanno perso la vita lungo la frontiera tra Turchia e Iraq, annegati dopo essere stati buttati in un fiume dalla polizia turca durante un’espulsione, e rifugiato eritreo è caduto sotto il fuoco egiziano lungo la frontiera del Sinai con Israele. In mare, oltre ai 43 di Hoceima, ci sono state almeno 24 vittime tra Algeria e Spagna e 24 tra la Tunisia e l’Italia, al largo delle coste siciliane, che nelle ultime settimane hanno visto un forte incremento degli sbarchi, complice il bel tempo e i ritardi del pattugliamento congiunto di Frontex.
Nell’ultima settimana di aprile sono giunti a Lampedusa oltre 1.000 migranti, soprattutto nord africani e in parte somali. Il 24 aprile un naufragio al largo di Chebba, il punto della costa tunisina più vicino a Lampedusa, ha fatto 23 morti. Il giorno dopo un’altra tragedia 80 miglia a sud dell’isola. É notte inoltrata quando navi della Marina militare e della Guardia costiera italiana raggiungono in acque maltesi, una nave con a bordo 241 passeggeri. Iniziano a trasbordarli, ma durante le operazioni due uomini cadono in acqua. I sottufficiali Federico Nicoletti ed Oronzo Oliva non esitano e si tuffano in acqua a proprio rischio e pericolo, nonostante il mare forza cinque, per trarli in salvo. Riescono a recuperarli, ma purtroppo uno dei due morirà poco dopo. Un gesto di coraggio, che fa onore ai due ufficiali, che presto saranno premiati dalla Guardia costiera e dall’Acnur. Un gesto che ribadisce la priorità della vita in mare. E che fa onore alla Guardia costiera italiana negli anni in cui i migranti in mare si respingono o si ammazzano, come poche settimane fa in Marocco o più a oriente, in Turchia.

A chiedere spiegazioni al governo turco è niente meno che l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. È il 23 aprile 2008 quando quattro uomini, compreso un rifugiato iraniano, muoiono annegati dopo essere stati gettati in un fiume in piena dalla polizia di frontiera turca durante un’espulsione al confine con l’Iraq, vicino al posto di blocco di Habur (Silopi) nella provincia di Sirnak. Secondo testimonianze raccolte dall’Acnur, le autorità turche hanno prima tentato di deportare 60 persone di varie nazionalità in Iraq attraverso il posto di blocco di Habur. Ma le autorità irachene hanno concesso l’ingresso soltanto ai 42 cittadini iracheni, rifiutando di farsi carico degli altri: 17 iraniani e un siriano. A quel punto la polizia turca ha preso i 18, tra cui cinque rifugiati iraniani riconosciuti dall’Unhcr, e li ha portati nel punto dove il corso di un fiume divide i due Paesi. Quindi li ha costretti a gettarsi in acqua. In quattro, compreso uno dei rifugiati iraniani, sono morti annegati trascinati dalla forte corrente. Prima dell’espulsione, l’Acnur aveva informato il governo turco della presenza di rifugiati tra i migranti arrestati al confine greco. Non è servito a niente. L’Ue, come al solito, non ha commentato. 
 
Gabriele Del Grande 
Categoria: Migranti