Morte, disperazione e distruzione. Siamo a Bogale, un centinaio di chilometri
a sudovest di Yangon, nel cuore della regione del delta dell’Irrawaddy. E la zona
più colpita dalle inondazioni provocate dall’uragano Nargis.
Morte e vita difficile. Decine di cadaveri gonfi abbandonati ovunque. La marea li ha lasciati li dove
è stata riassorbita dal terreno. Il corpo di un bambino, avrà avuto due anni,
ha ancora un laccio legato alla caviglia destra, probabilmente messo dalla madre
per evitare inutilmente che fosse trascinato via.
Due giorni fa, subito dopo il cataclisma, in una baracca una giovane madre di
ventidue anni ha dato alla luce un bambino. Per una disfunzione al seno non riesce
a produrre latte, quindi è costretta a ‘nutrire’ il piccolo con l’acqua putrida
e fangosa del canale che le scorre vicino. Non c'è acqua pulita, potabile. E non
c'è nemmeno riso. I contadini raccolgono quel che possono dai campi marci, frugano
tra le macerie in cerca di chiodi arrugginiti per inchiodare teli di plastica
su canne di bambù, per costruire rifugi di fortuna.
Piove sul bagnato. Nargis se ne è andato, ma i monsoni sono iniziati e quindi la pioggia continua
a cadere e lo farà per i prossimi cinque mesi.
Una delle caratteristiche del popolo birmano, apprezzata dai visitatori del mondo
intero, è la sua capacità di sorridere in ogni momento. Sorridono dopo esser stati
massacrati dai militari nelle manifestazioni di piazza; sorridono e chiedono scusa
quando al buio, per sbaglio, se ne calpesta uno mentre dorme sdraiato in mezzo
al marciapiede; sorridono i poveri; sorridono i malati. Ma oggi, qui a Bogale,
non sorride più nessuno. Lo sguardo di tutti è cupo, vuoto.
Qui, come in tutte le aree più colpite dal disastro, il referendum costituzionale
previsto per domani è stato rinviato al 24 maggio. D’altronde, tutti hanno ben
altro a cui pensare in questo momento.
Ritorno a Yangon. Torniamo nella ex capitale, Yangon. La corrente elettrica non c’è ancora. Le
luci che avevamo visto l’altra sera accendersi nelle pagode e in alcuni edifici
erano alimentate da generatori rimessi in moto dopo doversi giorni. L’acqua c’è,
ma è razionata con orari diversi di quartiere in quartiere. Ovviamente, l’acqua
che esce dai rubinetti non è, come non è mai stata, minimamente potabile: per
berla bisogna bollirla.
Nelle strade c’è ancora gente armata di accetta e macete: tutti assieme a tagliare
e spostare gli enormi tronchi caduti sulle carreggiate. Senza lamenti, sorridendo,
gli uomini si danno il cambio, tagliano e spostano rami. Un popolo autonomo che
sa bene di non poter contare sull’aiuto di nessuno, tantomeno del proprio governo.
Gianrigo Marletta