103, 31 luglio 2006, terzo sbarco. È quanto riporta un
bigliettino stretto tra le mani di un rifugiato, un pezzo di carta
che dà un "nome” ad un uomo scappato dalla morte nel
proprio paese, scampato a quella del mare e in attesa che torni la
forza per sorridere ancora. Dietro di lui volti in attesa, scavati
dal sole o dal freddo della notte d'oltremare. Volti su cui è
scolpita la speranza sulla pietra della paura di non farcela,
nonostante la sua durezza. Sullo sfondo le carrette del mare divelte
sul molo. Intorno, vestiti laceri e scarpe isolate e solitarie. È
l"immagine di uno sbarco di profughi a Lampedusa vista
dall’obiettivo di Elena Marioni, che ha raccolto in una mostra le
fotografie dei rifugiati in Italia. Realizzata per la Caritas
Diocesana di Roma, la mostra è visitabile fino al 28 maggio
presso l’Auditorium Parco della Musica ed è parte del
progetto Meta Integrarsi, finanziato dal Fondo Sociale Europeo
all'interno del programma comunitario Equal e promosso dall'Anci in
collaborazione con il Ministero del lavoro e delle politiche
sociali.

“Rifugiati:”, questo il titolo della mostra,
raccoglie 67 fotografie in bianco e nero sulla vita quotidiana dei
rifugiati. Un lavoro realizzato dal 2003 al 2006 in 11 località
della Penisola, da Milano a Lampedusa, con lo scopo di far vedere
cosa significa e quali sofferenze comporti l’essere rifugiato.
“Pensiamo che vedere le persone che arrivano in Italia - spiega Ngô
Ðinh Lệ Quyên, responsabile Area Immigrati Caritas -, la
loro fatica, anche nella loro spossatezza la loro speranza, sia
un’esperienza importante. Noi abbiamo avuto la possibilità
di farlo perché siamo degli operatori sociali, non tutti,
però, hanno l’occasione di andare a Lampedusa o nei centri
di accoglienza e vedere i rifugiati nella loro vita e nei loro
percorsi. Abbiamo pensato che l’immagine fosse un mezzo efficace
per toccare tutti”.
La mostra propone un percorso articolato
in 5 fasi che rispecchiano quelle che si trova ad attraversare un
rifugiato giunto in Italia, dallo sbarco all’integrazione in una
quotidiana e agognata normalità. “Abbiamo voluto far vedere
- continua Ngô Ðinh Lệ Quyên - come in tempi molto
rapidi i rifugiati siano chiamati a rifarsi una vita. Ovviamente una
persona che sbarca, dopo poco viene portata nei centri di accoglienza
e lì deve trovare una maniera per emanciparsi, quindi cerca un
lavoro, impara una lingua, cerca casa. Abbiamo voluto illustrare
queste tappe, perché non ci si rende conto, spesso, che il
panettiere o il pittore che incontriamo nelle nostre città
magari sei mesi prima è sbarcato a Lampedusa”.
La
scelta del percorso fotografico non è casuale e lo sbarco
resta per l’autrice delle foto uno dei momenti più
difficili. “Ho scelto di fotografare l’arrivo – racconta Elena
Marioni - perché era l’unico modo per far capire la storia
che queste persone si lasciano alle spalle. L’arrivo è molto
duro e molto drammatico. Per questo sono andata a Lampedusa a
fotografare gli sbarchi e i Cpa. Poi però volevo si capisse
che queste persone cercano la normalità. Quindi ho suddiviso
il lavoro in altre sezioni. Una dentro le case, una il lavoro delle
persone e l’ultima il teatro sociale per riuscire a vedere queste
persone come se fossero i nostri vicini”. Al centro della sala
espositiva, infatti, campeggiano scene di vita quotidiana, di arte e
mestieri, ma anche di mura domestiche che raccolgono i ricordi della
terra natia e che spesso riaprono ferite ancora non del tutto
rimarginate. “Nel caso dei rifugiati – spiega Ngô Ðinh
Lệ Quyên - quello che è più complicato è
che, al di là dell’inserimento sociolavorativo, devono
cercare di superare le ferite invisibili, i lutti, e a volte le
ferite sono anche visibili perché magari hanno perso qualche
arto durante un bombardamento o cose del genere. Molti arrivano con
delle sofferenze mentali molto forti, di cui non riescono a
liberarsi.
Diversamente dai migranti economici, nel caso dei
rifugiati c’è una sofferenza profonda e questa situazione
d’esilio, questo non poter tornare nella propria terra è una
sofferenza indicibile”. In fondo alla sala, nell’ultima tappa del
percorso, i volti dei rifugiati ripresi di soppiatto sul loro posto
di lavoro cambiano espressione, tornano luminosi. I chiaroscuri delle
foto monocromatiche disegnano sorrisi e, come s’augurava Ngô
Ðinh Lệ Quyên, viene difficile dire che quelle persone
ritratte dal panettiere sotto casa siano le stesse di alcuni mesi
prima a Lampedusa, piccoli e a volte nascosti successi di una
difficile ma non impossibile integrazione.