10/05/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Dagli sbarchi a una vita “normale”: a Roma una mostra sui rifugiati. Un viaggio attraverso i passi dei rifugiati in Italia raccontato in 67 fotografie.
tratto da Redattore sociale


103, 31 luglio 2006, terzo sbarco. È quanto riporta un bigliettino stretto tra le mani di un rifugiato, un pezzo di carta che dà un "nome” ad un uomo scappato dalla morte nel proprio paese, scampato a quella del mare e in attesa che torni la forza per sorridere ancora. Dietro di lui volti in attesa, scavati dal sole o dal freddo della notte d'oltremare. Volti su cui è scolpita la speranza sulla pietra della paura di non farcela, nonostante la sua durezza. Sullo sfondo le carrette del mare divelte sul molo. Intorno, vestiti laceri e scarpe isolate e solitarie. È l"immagine di uno sbarco di profughi a Lampedusa vista dall’obiettivo di Elena Marioni, che ha raccolto in una mostra le fotografie dei rifugiati in Italia. Realizzata per la Caritas Diocesana di Roma, la mostra è visitabile fino al 28 maggio presso l’Auditorium Parco della Musica ed è parte del progetto Meta Integrarsi, finanziato dal Fondo Sociale Europeo all'interno del programma comunitario Equal e promosso dall'Anci in collaborazione con il Ministero del lavoro e delle politiche sociali.

“Rifugiati:”, questo il titolo della mostra, raccoglie 67 fotografie in bianco e nero sulla vita quotidiana dei rifugiati. Un lavoro realizzato dal 2003 al 2006 in 11 località della Penisola, da Milano a Lampedusa, con lo scopo di far vedere cosa significa e quali sofferenze comporti l’essere rifugiato. “Pensiamo che vedere le persone che arrivano in Italia - spiega Ngô Ðinh Lệ Quyên, responsabile Area Immigrati Caritas -, la loro fatica, anche nella loro spossatezza la loro speranza, sia un’esperienza importante. Noi abbiamo avuto la possibilità di farlo perché siamo degli operatori sociali, non tutti, però, hanno l’occasione di andare a Lampedusa o nei centri di accoglienza e vedere i rifugiati nella loro vita e nei loro percorsi. Abbiamo pensato che l’immagine fosse un mezzo efficace per toccare tutti”.

La mostra propone un percorso articolato in 5 fasi che rispecchiano quelle che si trova ad attraversare un rifugiato giunto in Italia, dallo sbarco all’integrazione in una quotidiana e agognata normalità. “Abbiamo voluto far vedere - continua Ngô Ðinh Lệ Quyên - come in tempi molto rapidi i rifugiati siano chiamati a rifarsi una vita. Ovviamente una persona che sbarca, dopo poco viene portata nei centri di accoglienza e lì deve trovare una maniera per emanciparsi, quindi cerca un lavoro, impara una lingua, cerca casa. Abbiamo voluto illustrare queste tappe, perché non ci si rende conto, spesso, che il panettiere o il pittore che incontriamo nelle nostre città magari sei mesi prima è sbarcato a Lampedusa”.

La scelta del percorso fotografico non è casuale e lo sbarco resta per l’autrice delle foto uno dei momenti più difficili. “Ho scelto di fotografare l’arrivo – racconta Elena Marioni - perché era l’unico modo per far capire la storia che queste persone si lasciano alle spalle. L’arrivo è molto duro e molto drammatico. Per questo sono andata a Lampedusa a fotografare gli sbarchi e i Cpa. Poi però volevo si capisse che queste persone cercano la normalità. Quindi ho suddiviso il lavoro in altre sezioni. Una dentro le case, una il lavoro delle persone e l’ultima il teatro sociale per riuscire a vedere queste persone come se fossero i nostri vicini”. Al centro della sala espositiva, infatti, campeggiano scene di vita quotidiana, di arte e mestieri, ma anche di mura domestiche che raccolgono i ricordi della terra natia e che spesso riaprono ferite ancora non del tutto rimarginate. “Nel caso dei rifugiati – spiega Ngô Ðinh Lệ Quyên - quello che è più complicato è che, al di là dell’inserimento sociolavorativo, devono cercare di superare le ferite invisibili, i lutti, e a volte le ferite sono anche visibili perché magari hanno perso qualche arto durante un bombardamento o cose del genere. Molti arrivano con delle sofferenze mentali molto forti, di cui non riescono a liberarsi.

Diversamente dai migranti economici, nel caso dei rifugiati c’è una sofferenza profonda e questa situazione d’esilio, questo non poter tornare nella propria terra è una sofferenza indicibile”. In fondo alla sala, nell’ultima tappa del percorso, i volti dei rifugiati ripresi di soppiatto sul loro posto di lavoro cambiano espressione, tornano luminosi. I chiaroscuri delle foto monocromatiche disegnano sorrisi e, come s’augurava Ngô Ðinh Lệ Quyên, viene difficile dire che quelle persone ritratte dal panettiere sotto casa siano le stesse di alcuni mesi prima a Lampedusa, piccoli e a volte nascosti successi di una difficile ma non impossibile integrazione.
 
Giovanni Augello
 
Categoria: Costume
Luogo: Italia