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Se vedi tuo marito morire in diretta, sepolto chissà dove tra le macerie delle
Torri Gemelle, puoi cercare di superare lo shock in diversi modi. Puoi lasciare
che lentamente, col passare del tempo, la tua vita riacquisti un senso. O puoi
lottare per capire com’è possibile che sia accaduto quell’orrore, per impedire
che succeda di nuovo, per chiarire cosa chi di dovere avrebbe potuto fare per
evitarlo. Quattro vedove dell’11 settembre, quattro donne che fino a quel giorno
erano cittadine qualunque, hanno scelto questa seconda strada. E sono diventate
il simbolo di quelli che cercano giustizia, un’icona a cui è stato dato pure un
soprannome: le Jersey Girls, come quelle di una canzone di Bruce Springsteen.
Sono tutte del New Jersey Kristen Breitweiser, 33 anni, Patty Casazza, 43, Lorie
Van Auken, 49, e Mindy Kleinberg, 42. I loro mariti facevano parte di quell’esercito
di pendolari che vive nel New Jersey ma lavora a New York. Non si conoscevano
prima dell’11 settembre. Ma negli ultimi tre anni hanno scandagliato Internet,
hanno letto migliaia di pagine di documenti, hanno messo sotto pressione i membri
del Congresso. “Volevamo semplicemente sapere perché i nostri mariti erano stati
uccisi”, ha spiegato Breitweiser. La loro costanza ha colpito e affascinato vari
esponenti dell’establishment di Washington: “Senza di loro – ha ammesso Thomas
Kean, che ha presieduto la Commissione indipendente sull’11 settembre – credo
proprio che la nostra inchiesta non sarebbe mai cominciata. Ci hanno controllato,
hanno seguito i nostri progressi, ci hanno suggerito alcune delle migliori domande
che abbiamo mai fatto”.
La più combattiva di tutte, la leader del gruppo, è stata fin dall’inizio Kristen
Breitweiser. Avendo studiato da avvocato, la più giovane delle Jersey Girls non
si fa intimidire dalla platea che la ascolta esporre la propria tesi. Al Congresso
si ricordano ancora di quella volta in cui la donna, intervenendo nel dibattito
parlamentare, mostrò l’anello di matrimo nio del marito trovato nella polvere di Ground Zero ancora attaccato al dito,
l’unica parte del corpo recuperata.
Le altre donne si sono calate nel ruolo di lobbiste senza avere mai avuto esperienze
simili. Van Auken è una grafica, Kleinberg è ragioniera. Ma il desiderio di fare
qualcosa, di trovare un perché a quella tragedia, è stato troppo forte. “Mi sentivo
responsabile – ammette Kleinberg –, mi sono chiesta ‘Ho fatto quello che avrei
dovuto fare da cittadina, ho protestato a favore dei parenti delle vittime di
Lockerbie (l’aereo esploso nei cieli della Scozia nel 1988, per il quale la Libia
ha ammesso la responsabilità, nda)? Se vogliamo vivere in una democrazia, dobbiamo partecipare. E non volevo che
i miei figli un giorno pensassero che il loro padre fosse morto invano”.
Le conclusioni della Commissione sull’11 settembre hanno confermato in qualche
modo la tesi delle quattro vedove: quegli attentati sono stati possibili anche
per le gravi mancanze dell’intelligence e dell’amministrazione, chi doveva proteggere
gli Stati Uniti ha commesso degli errori. Magra consolazione in questo caso, quella
di avere ragione. “Non ci sono vittorie, qui – afferma Casazza –. Una vittoria
implica che ci sia un gioco. E questo non è un gioco”.
Anzi: vedere che i presupposti sui quali si reggeva la guerra in Iraq – le armi
di distruzione di massa di Saddam, i suoi legami con Al Qaida – vengono demoliti
da una rappresentanza bipartisan del Congresso può solo far aumentare l’amarezza:
“La mattina dell’11 settembre ero ancora una persona innocente – dice Breitweiser
–. Credevo che il mio governo mi stesse proteggendo, pensavo di essere un’azionista
del Paese America, pensavo che le mie tasse venissero spese in maniera saggia.
Dopo aver visto crollare il grattacielo nel quale c’era mio marito, non ho più
la mia innocenza. Tre anni dopo, ho perso la speranza di non assistere a un altro
11 settembre”.
Durante la loro lotta per la verità, le Jersey Girls non hanno ricevuto solo
elogi. La stampa conservatrice, e in particolare il Wall Street Journal, le ha
criticate in maniera dura, definendole “rock star del lutto”. E questo è successo
quando le quattro donne stavano bene attente a non colorare la loro battaglia
di riflessi politici. Ora la situazione è cambiata: due settimane fa, le Jersey
Girls hanno deciso di fare un passo più in là, annunciando che d’ora in avanti
sosterranno attivamente John Kerry nella campagna elettorale per conquistare la
Casa Bianca, perché convinte che il senatore del Mass chussetts sia più in grado di proteggere gli Stati Uniti di quanto lo sia l’attuale
presidente. Non è per niente un appoggio scontato, perché due di esse – Breitweiser
e Casazza – nel 2000 hanno votato per Bush, e si sentono ancora repubblicane.
“Nei tre anni passati dall’11 settembre, non avrei mai pensato di essere qui
oggi, delusa dalla persona per la quale ho votato come presidente” – ha detto
Breitweiser durante la conferenza stampa indetta per annunciare la loro scelta.
“Non è stata una decisione facile – ha aggiunto Monica Gabrielle, un’altra vedova
di una delle vittime dell’attacco al World Trade Center recentemente aggregatasi
al gruppo –. Ci abbiamo riflettuto molto, siamo sempre state molto attente a non
essere viste come di parte. Abbiamo sempre tentato di scoprire la verità, e il
presidente Bush ha cercato di ostacolarci in mille modi. Se Bush fosse un democratico,
voterei per l’altro partito”.
La molla che ha fatto scattare questo cambiamento, ammette Breitweiser, è stata
la convention repubblicana di fine agosto, svoltasi a New York per ricordare agli
elettori la priorità della guerra al terrorismo, iniziata proprio con gli attacchi
dell’11 settembre. “Guardando la convention in tv non ero triste: avevo paura.
Ho visto discorsi arrabbiati e bellicosi, e ho capito che l’amministrazione Bush
è felice se c’è la guerra. Questa mentalità mi fa paura, non voglio che mia figlia
debba vivere in guerra per tutta la vita. Non voglio che mia figlia sia uccisa
tra vent’anni mentre vive o cammina in una grande città, in risposta alle nostre
azioni in Iraq”.
E’ questo sentimento che ha fatto schierare le Jersey Girls con Kerry, esponendo
ancor più il gruppo di vedove alle critiche dei media che parteggiano per Bush.
Le ragazze del New Jersey lo sanno. Ma ormai hanno scelto, e si sono buttate nella
mischia elettorale con la stessa tenacia con cui hanno tallonato i politici per
istituire la Commissione. Tengono conferenze, parlano con gli elettori, viaggiano
di Stato in Stato. Per Breitweiser è stato più difficile delle altre: da quando
è morto suo marito non era più salita su un aereo. Ora è la Jersey Girl più impegnata
nella campagna.
Alessandro Ursic