Trent'anni fa. Il 9 maggio del 1978 il corpo senza vita di Aldo Moro veniva ritrovato in via Caetani
Trent'anni fa. Il 9 maggio del 1978 il
corpo senza vita di Aldo Moro veniva ritrovato in via Caetani, a metà
strada fra Piazza del Gesù, dov'era la sede della Democrazia
cristiana, e Botteghe Oscure, sede del Partito comunista italiano.

Ci sono momenti della storia
repubblicana che restano impressi nella memoria. Il rapimento,
prigionia e omicidio di Aldo Moro è senza dubbio uno di
questi. Ma troppo spesso si tratta di una memoria stanca, rigida,
legata a frasi ormai stereotipate. Lo 'statista' democristiano, si
dice. Ed era vero. Ma quell'espressione si è lentamente
consumata, logorata da un utilizzo spesso di comodo per descrivere
chi era Aldo Moro. Nei racconti dei famigliari, nelle parole di chi
conosceva e racconta ancora oggi l'uomo e il politico che convivevano
e si fondevano in Aldo Moro, emerge una fisionomia ricca, una
personalità, delle abitudini, come quelle che caratterizzano
ogni persona. E che, inevitabilmente, vengono nascoste dietro le
etichette, che sono per definizione riduttive.
Il memoriale, ma soprattutto le lettere
di Aldo Moro dal 'carcere del popolo', dalla prigionia, disegnano
cronologicamente una parabola umana impressionante. Nella sua
umanità, nel descrivere gli affetti e la fede, la
disperazione, nelle parole utilizzate, nel linguaggio forbito e caldo
usato da Moro.

Una storia che sa ancora di cronaca.
Trent'anni dopo duole scriverlo. Eppure i particolari che si uniscono
come tessere di un mosaico, restano insufficienti per completare
storicamente il quadro delle responsabilità, delle
manchevolezze, dei depistaggi, degli intrecci che si giocarono sul
caso Moro. Ne è convinta anche la famiglia della vittima:
manca un lavoro storiografico che della storiografia, appunto,
recuperi il senso di oggettiva serenità o di soggettivo
distacco. E non manca per caso. I protagonisti di quei dolorosi
giorni, quelli della politica, sono ancora presenti sulla scena,
anche se appartati dai ruoli di prestigio e potere che ricoprivano e
hanno ricoperto per lunghissimo tempo. E il dato che più
preoccupa, rispetto alla stagione sociale, politica e anche
giudiziaria di quegli anni sanguinosi, è il tentativo riuscito
di di averne parlato per così tanto tempo senza, in realtà,
che si arrivasse a una consapevolezza delle generazioni che sono
seguite. Quel periodo – Moro quando viene sequestrato andava a
votare il governo del compromesso storico – è stato come
rimosso, non è stato consegnato alla riflessione comune di una
società sicuramente stanca, divisa, scioccata anche dalla
lotta armata, i movimenti, la repressione, la strategia della
tensione.

Eppure sono passati trent'anni. E oggi si celebra un
ricordo che viene arricchito da prodotti editoriali, di studio,
saggistica, libri testimonianza, forme di espressione artistica che
tornano a fare i conti con quegli anni, come se lo spunto di un
anniversario tondo potesse offrire il destro per cercare di
riprendere il filo della matassa. C'è molto, in questo, di
interessi speculativi. Trent'anni sono un ottimo argomento di
marketing. Ma la percezione è che forse, l'auspicio pare confermarsi,
non si fermi tutto a un ingranaggio di mercato. Ma che questa storia
di cronaca possa finalmente prendere l'abbrivio per approdare alla
più fedele e documentata fotografia di quello che fu, per
cinquantacinque giorni, stupore, ossessione, angoscia e calcolo
politico. Domenica, nel suo settimanale culturale,
PeaceReporter
pubblicherà l'ultima lettera di Moro destinata alla famiglia.
Angelo Miotto