10/05/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Un viaggio nella psiche israeliana. L'autore racconta il libro e sé stesso
Scritto per noi da
Francesca Borri 
 
“I librai ti studiano diffidenti e ti dicono di non comprarlo, ma io sono solo un giornalista, il mio unico pregiudizio è la curiosità, lavoravo a Londra per la BBC, poi Al Jazeera e niente, nessuna ragione particolare, vivo a Ramallah oggi ma certo non è la mia aliyah, semplicemente sei ebreo, ed è difficile sottrarti a un rapporto con Israele, e perché è un po’ come l’ultima guerra in Libano - perché tutto questo, sostengono, è anche in mio nome”.

“E per cui semplicemente ti ritrovi qui un giorno, è inevitabile, ed è un viaggio attraverso l’identità israeliana e il modo in cui viene costruita, e parallelamente dunque, l’identità ebraica demolita, travolta da un ritratto nazionale che non è solo colonialista nel negare i palestinesi, ma anche autoritario nel con-fondere senza rimedio ebrei e israeliani, e che considera una minaccia il tuo peculiare modo di viverti ebreo, perché essere israeliano significa in primo luogo recidere ogni continuità con le tue origini vere, la tua famiglia la tua cultura per reinventarti discendente di storie di duemila anni fa - e allora cominci a incontrare persone, così, a intervistarle, e nessuna bussola, solo attratto dalle contraddizioni, dalle idiosincrasie i margini, quelli che abitano la risacca delle rappresentazioni dominanti, perché Israele è questa ambizione del kir hitukh, il melting pot, per tradurla statunitense, e poi però incontri Dimitri che neppure sapeva Israele dove fosse, ma quando l’Unione Sovietica si è dissolta si sono catapultati a promettergli casa e lavoro, e parla russo e legge russo e non conosce mezzo israeliano, incontri Ezra che era il rabbino di Baghdad, e che in realtà si chiamava Ezat, in arabo, un iracheno ebreo, non un ebreo iracheno precisa, e adesso è qui in un ospizio che non capisce che senso ha avuto, e poi lo smisurato sottosuolo sefardita, naturalmente, numeri importati per avere quantità, non qualità, feriti di lavori malpagati, periferie degradate e come Shlomo, uno che in Yemen era marchiato ebreo e allora ha scelto Israele, ma per scoprire che qui è uno Yemenita, e insomma - aliyah, ma come nessun ritorno, e solo sradicamenti, partenze e mai nessun arrivo e una specie di genocidio culturale, perché capisci che in realtà le nakbah qui sono state due, ed è come Rafi allora, ma perché non è l’occupazione, è il sionismo stesso dice, a corrompere Israele”.

“Perché l’idea di fondo era scolpire dalle ceneri dell’Olocausto questo nuovo ebreo forte, che non sarebbe mai più stato trascinato inerte verso le camere a gas, e al contrario, avrebbe fondato Israele contro tutto e tutti, la parola che in yiddish raccoglieva l’identità ebraica era b’tochen e significava fede, oggi viene pronunciata bitachon, sicurezza - ma quando la tua sicurezza è esercizio del potere, ruggito preventivo di forza, non puoi ricavarne che uno stato la cui sopravvivenza dipende dallo stesso antisemitismo, come ammetteva Golda Meir, solo epidemie di azioni e reazioni, e perché a uno che esercita il potere non può che corrispondere uno che subisce questo potere, e il problema è che i palestinesi sono andati via ma non sono scomparsi, anche se l’unica soluzione sembra ancora oggi ignorarli, come Shmuel quando ti spiega che sono liberi di rimanere, certo, ma come ospiti non cittadini, perché Dio ha dato questa terra agli ebrei - e allora ogni cosa ruota intorno all’esperienza del potere, qui, ma anche al sentimento di colpa, il fronte visibile di una guerra ma poi anche il fronte interno, ed è il più drammatico, gli israeliani insieme carnefici e vittime e soprattutto i soldati, quando raccontano e minimizzano, ma poi gli si inchiodano dentro gli sguardi dei palestinesi, umiliati e terrorizzati, e come gli ebrei dell’Olocausto, e le famiglie di chi muore, quando capiscono che il loro dolore è sequestrato dal copione sionista, sfigurato in retorica nazionalista, Arnold che al funerale della figlia improvvisamente riesce a parlare solo in inglese, e anche quelli naturalmente che la vita è quella di sempre, ma come Nativa, una trasmissione radio di canzoni popolari e poi scopri che ha ucciso ventuno civili, nel 1948, e se domandi ti risponde in terza persona e riflette che sì, l’autrice del crimine deve essere una donna molto triste - e capisci che la difficoltà a vivere, qui, non è solo quella degli esclusi ma anche degli stessi inclusi, di quelli che partecipano alle narrazioni dominanti”.

Arthur Nieslen“Fino all’estremo, naturalmente, fino ai coloni quando attraversi la Linea Verde e Menachem ti ringhia che i palestinesi devono stare in gabbia come le tigri allo zoo, e certo, le critiche esistono, se non altro perché un israeliano su cinque è sotto la soglia di povertà, l’occupazione si converte nella catastrofe economica dall’altro lato del Muro, e però attraversi anche l’evoluzione delle generazioni, vedi Udi, diciassette anni di carcere, organizzava la lotta armata con i palestinesi e la sua priorità era coinvolgere, allargare il fronte dei dissidenti e poi vedi Matan, il giovane anarchico di adesso, contro i suoi genitori progressisti convinti di convivere con i palestinesi solo perché cenano a felafel, e poi però salta a parlare di Chiapas e Cuba e capisci che è tutto soltanto un’esperienza individuale, nessuno più a costruire, articolare alternative, nessuno più a fare il lavoro da mediano”.

“E alla fine ti riscopri qui, ebreo della diaspora, davanti a cocci di Israele incollati malamente insieme solo dal nemico arabo - e anche se non è rappresentativa di niente, forse l’ultima intervista un po’ è rappresentativa di me, con Yaron in un angolo di Sinai dove si sovrappongono musiche di ogni Medio Oriente, lontano da Sion, verso tutto quello che di più vero la tua ebraicità ti ha tramandato, perché ‘when you don’t find the people, you should become one, when you don’t feel humanity, you should be a human”.