
“E per cui semplicemente ti
ritrovi qui un giorno, è inevitabile, ed è un viaggio
attraverso l’identità israeliana e il modo in cui viene
costruita, e parallelamente dunque, l’identità ebraica
demolita, travolta da un ritratto nazionale che non è solo
colonialista nel negare i palestinesi, ma anche autoritario nel
con-fondere senza rimedio ebrei e israeliani, e che considera una
minaccia il tuo peculiare modo di viverti ebreo, perché essere
israeliano significa in primo luogo recidere ogni continuità
con le tue origini vere, la tua famiglia la tua cultura per
reinventarti discendente di storie di duemila anni fa - e allora
cominci a incontrare persone, così, a intervistarle, e nessuna
bussola, solo attratto dalle contraddizioni, dalle idiosincrasie i
margini, quelli che abitano la risacca delle rappresentazioni
dominanti, perché Israele è questa ambizione del
kir
hitukh, il melting pot, per tradurla statunitense, e poi però
incontri Dimitri che neppure sapeva Israele dove fosse, ma quando
l’Unione Sovietica si è dissolta si sono catapultati a
promettergli casa e lavoro, e parla russo e legge russo e non conosce
mezzo israeliano, incontri Ezra che era il rabbino di Baghdad, e che
in realtà si chiamava Ezat, in arabo, un iracheno ebreo, non
un ebreo iracheno precisa, e adesso è qui in un ospizio che
non capisce che senso ha avuto, e poi lo smisurato sottosuolo
sefardita, naturalmente, numeri importati per avere quantità,
non qualità, feriti di lavori malpagati, periferie degradate e
come Shlomo, uno che in Yemen era marchiato ebreo e allora ha scelto
Israele, ma per scoprire che qui è uno Yemenita, e insomma -
aliyah, ma come nessun ritorno, e solo sradicamenti, partenze
e mai nessun arrivo e una specie di genocidio culturale, perché
capisci che in realtà le
nakbah qui sono state due, ed
è come Rafi allora, ma perché non è
l’occupazione, è il sionismo stesso dice, a corrompere
Israele”.
“Perché l’idea di fondo
era scolpire dalle ceneri dell’Olocausto questo nuovo ebreo forte,
che non sarebbe mai più stato trascinato inerte verso le
camere a gas, e al contrario, avrebbe fondato Israele contro tutto e
tutti, la parola che in yiddish raccoglieva l’identità
ebraica era
b’tochen e significava fede, oggi viene
pronunciata
bitachon, sicurezza - ma quando la tua sicurezza è
esercizio del potere, ruggito preventivo di forza, non puoi ricavarne
che uno stato la cui sopravvivenza dipende dallo stesso
antisemitismo, come ammetteva Golda Meir, solo epidemie di azioni e
reazioni, e perché a uno che esercita il potere non può
che corrispondere uno che subisce questo potere, e il problema è
che i palestinesi sono andati via ma non sono scomparsi, anche se
l’unica soluzione sembra ancora oggi ignorarli, come Shmuel quando
ti spiega che sono liberi di rimanere, certo, ma come ospiti non
cittadini, perché Dio ha dato questa terra agli ebrei - e
allora ogni cosa ruota intorno all’esperienza del potere, qui, ma
anche al sentimento di colpa, il fronte visibile di una guerra ma poi
anche il fronte interno, ed è il più drammatico, gli
israeliani insieme carnefici e vittime e soprattutto i soldati,
quando raccontano e minimizzano, ma poi gli si inchiodano dentro gli
sguardi dei palestinesi, umiliati e terrorizzati, e come gli ebrei
dell’Olocausto, e le famiglie di chi muore, quando capiscono che il
loro dolore è sequestrato dal copione sionista, sfigurato in
retorica nazionalista, Arnold che al funerale della figlia
improvvisamente riesce a parlare solo in inglese, e anche quelli
naturalmente che la vita è quella di sempre, ma come Nativa,
una trasmissione radio di canzoni popolari e poi scopri che ha ucciso
ventuno civili, nel 1948, e se domandi ti risponde in terza persona e
riflette che sì, l’autrice del crimine deve essere una donna
molto triste - e capisci che la difficoltà a vivere, qui, non
è solo quella degli esclusi ma anche degli stessi inclusi, di
quelli che partecipano alle narrazioni dominanti”.

“Fino all’estremo, naturalmente,
fino ai coloni quando attraversi la Linea Verde e Menachem ti ringhia
che i palestinesi devono stare in gabbia come le tigri allo zoo, e
certo, le critiche esistono, se non altro perché un israeliano
su cinque è sotto la soglia di povertà, l’occupazione
si converte nella catastrofe economica dall’altro lato del Muro, e
però attraversi anche l’evoluzione delle generazioni, vedi
Udi, diciassette anni di carcere, organizzava la lotta armata con i
palestinesi e la sua priorità era coinvolgere, allargare il
fronte dei dissidenti e poi vedi Matan, il giovane anarchico di
adesso, contro i suoi genitori progressisti convinti di convivere con
i palestinesi solo perché cenano a felafel, e poi però
salta a parlare di Chiapas e Cuba e capisci che è tutto
soltanto un’esperienza individuale, nessuno più a costruire,
articolare alternative, nessuno più a fare il lavoro da
mediano”.
“E alla fine ti riscopri qui,
ebreo della diaspora, davanti a cocci di Israele incollati malamente
insieme solo dal nemico arabo - e anche se non è
rappresentativa di niente, forse l’ultima intervista un po’ è
rappresentativa di me, con Yaron in un angolo di Sinai dove si
sovrappongono musiche di ogni Medio Oriente, lontano da Sion, verso
tutto quello che di più vero la tua ebraicità ti ha
tramandato, perché ‘when you don’t find the people, you
should become one, when you don’t feel humanity, you should be a
human”.