La giunta sapeva ma non ha allertato la popolazione. E i soccorsi non si vedono

Venerdì sera i venti hanno iniziato ad alzarsi verso le 22. Alle 3 del mattino
siamo stati svegliati dallo sbattere delle lamiere dei tetti delle case, ormai
staccate quasi del tutto. La pioggia ancora non era iniziata a cadere. Le antenne
paraboliche sembravano giganteschi freesbee impazziti lanciati contro case, palazzi
e infine sulle auto parcheggiate in strada. Verso le 5 ha iniziato a precipitare
una pioggia torrenziale riempiendo d’acqua le abitazioni ormai prive di tetti.
In poco più di un’ora il livello dell’acqua nelle strade si é alzato fino all’altezza
delle maniglie degli sportelli delle auto. I venti, soffiando fino ai 220 chilometri
all’ora, accompagnati da un ininterrotto acquazzone, non hanno lasciato tregua
ai cittadini di Yangon e al resto della popolazione del sud del Myanmar fino alle
dieci del mattino quando, d’improvviso, una silenziosa calma ha pervaso il terreno
ormai distrutto.
La quiete dopo la tempesta. Due alberi su tre sono stati sradicati dal suolo, trascinando con loro anche
le lastre di cemento circostanti. Non un cartello è rimasto in piedi. Ci sono
volute quarantotto ore per raggiungere Dalah, il quartiere più povero della città,
sulla sponda sud del fiume Irrawady. Qui le case in mattone o cemento si contavano
sulle dita di una mano, il resto delle abitazioni non era altro che un ammasso
di baracche di legno e bamboo in cui le porte erano costituite da un telo di plastica.
Le zone più colpite e ancora inaccessibili sono le cittadine sul delta. Bogale
è il villaggio più colpito, con almeno 10mila morti. “Solo dieci case sono rimaste
in piedi” é la voce che é arrivata al nostro tassista. Poi Laputà con circa 2mila
morti, Pyapon circa 1.500 e Gheliá con almeno mille decessi circa. In questa
regione all’altezza del livello del mare, composta da campi e risaie, l’acqua
é salita fino a cinque metri, annegando e portando via ogni forma di vita.
La rabbia della gente, seppur contenuta nella loro solita paura, é diretta quasi
interamente al governo che “ha dato pochissimo preavviso e quel poco che ha dato
era sbagliato”. In effetti solo nei grandi alberghi e nei lussuosi palazzi di
uffici sono apparse circolari di avvertimento sulla base delle informazioni fornite
in anticipo dal governo indiano. A quella piccola parte di popolazione dotata
di radio o televisione era stato accennato che una forte tempesta avrebbe colpito
l’ex capitale sabato pomeriggio. Ma l’uragano è arrivato dodici ore prima.
Soccorsi inefficaci. La corrente elettrica, qui in città, è tornata solo questa sera
(mercoledì, ndr). L'acuq manca ancora: la gente la prende dalle pozze per strada. Il prezzo della
benzina è raddoppiato e le prospettive sono di un continuo rincaro. I supermercati
sono quasi vuoti e le risorse di acqua potabile pressoché esaurite.
Gli sfollati in gran parte sono radunati nelle pagode (i monasteri buddisti),
spesso le uniche strutture di cemento. Le famiglie più ricche offrono quel che
possono: riso, acqua potabile, qualche soldo. L'aiuto dell'esercito non e' ancora
visibile. Appaiono foto ed immagini sui giornali e le Tv governative di soldati
sorridenti che offrono ai civili scatoloni di viveri. Ma in strada, qui a Yangon
e nei villaggi circostanti, non si vede una divisa. Ieri pomeriggio (martedì, ndr) abbiamo cercato di visitare un centro d'accoglienza messo su in un liceo statale.
Una ventina di uomini armati di radioline ci hanno circondato e dopo un breve
interrogatorio ci hanno riaccompagnati al taxi. “Questi sono centri d'aiuto solo
in apparenza ma pochissimo cibo ed acqua vengono in realtà distribuiti”, si lamentava
il tassista una volta ripartiti. Certo è che la nostra presenza e quella dei nostri
obbiettivi fotografici non e' stata affatto gradita. La Croce Rossa Internazionale,
dal suo piccolo ufficio sulla Strand Road a Yangon, riporta sulla situazione disastrata
del delta. Hanno inviato ieri delle squadre di soccorso ( composte solo da operatori
locali, gli occidentali non sono ancora ammessi) e coordineranno gli aiuti e il
lavoro di tutte altre organizzazioni che arriveranno nei prossimi giorni.
La Croce Rossa afferma che la situazione qui a Yangon andrà migliorando di giorno
in giorno, ma che basta uscire di dieci chilometri e la gente inizierà presto
a morire di tifo e altre malattie trasmesse dall'acqua e dalla malnutrizione.
Gianrigo Marletta