scritto per noi da
Vincenzo Bruno
Il 7 aprile scorso é passato alla storia come il quattordicesimo anniversario
del genocidio in Ruanda. E' tempo per la comunità internazionale di porsi serie
domande sul futuro dei processi a carico dei suoi perpetratori e, in senso piú
lato, sulla giustizia condivisa in Africa.

Una volta che L’International Criminal Tribunal for Rwanda (ICTR), con sede ad
Arusha, in Tanzania chiuderá i battenti alla fine di quest’anno, in forse appare
infatti l’eredità degli archivi processuali, e sempre più urgente il completamento
dei processi e loro eventuale trasferimento nella sede di Kigali in ottemperanza
al dovere di render giustizia alle vittime dell’eccidio.
“Alcuni individui devono essere giudicati in sede internazionale” ha affermato
all’agenzia di stampa Hirondelle Clint Williamson, ambasciatore generale USA per
i Crimini di Guerra, in visita in questi giorni in Africa orientale. Chiaro riferimento
per Felician Kabuga, il presunto finanziatore del genocidio del ’94. Williamson,
che qualche giorno fa ha fatto visita al Presidente dell’ICTR Dennis Byron e al
suo procuratore generale Hassan Jallow, ha inoltre ricordato che é ancora attivo
il programma americano “Premio di giustizia” (5 milioni di dollari) creato a favore
di qualsiasi informazione utile a portare i colpevoli del genocidio nei banchi
del giudizio. E quando interrogato sulla volontá espressa dal procuratore generale
Jallow di trasferire in Rwanda il processo a cinque presunti indiziati - tra cui
l’ex ministro ruandese dei Trasporti e Comunicazioni Andre Ntangerura, e quello
dell’Educazione, Andre Rwamakuba – l’ambasciatore ha aggiunto: “L’obiettivo finale
é che quelli accusati di crimine vengano condotti di fronte alla giustizia”. La
prima mozione d’appello è prevista per il prossimo 24 aprile.

Dopo il suo intervento nel quartier generale dell’ICTR di Arusha il 7 aprile
in occasione della commemorazione del genocidio, in cui aveva rimarcato il ruolo
del Tribunale nell’accertamento,finora, di 31 colpevoli, 27 in attesa di giudizio
e 5 assoluzioni , nonché la costruzione di una clinica in Kigali per le vittime
dell’eccidio, il procuratore generale Jallow ha chiamato all’appello l’implementazione
di una giustizia preventiva e restauratrice: “La nostra esperienza del genocidio
in Ruanda dovrebbe spronare noi tutti ad una più spiccata risposta alle attuali,
e potenziali, tragedie” (agenzia di stampa Hirondelle).
Ma il procuratore non ferma qui la sua corsa, e annuncia di voler far luce sulle
presunte atrocità commesse dalle RPF (Rwanda Patriotic Front) all’epoca dello
sterminio Tutsi. Si dice pronto a riaprire alcuni casi per sottoporli ad un’ulteriore
disamina. La dichiarazione avviene in concomitanza con altri due recenti investigazioni
trasversali, quella del giudice spagnolo Fernando Andreu contro 40 ex ufficiali
delle RPF ritenuti colpevoli di complicità durante il genocidio del 1994, e quella
del francese Jean-Loius Bruguiere contro 9 membri dell’RPF presumibilmente implicati
nell’abbattimento del volo del presidente Habyarimana il 6 aprile di quell’anno,
evento-scatenante della serie di uccisioni quotidiane che hanno fatto di quello
ruandese uno dei piú brutali e sanguinosi genocidi che la Storia ricordi. Dal
canto suo, l’attuale presidente del Ruanda Kagame, quando invitato dai giornalisti
dell’agenzia Hirondelle a dire la sua su questa nuova ondata inquisitoria, non
ha aspettato tempo, giurando si tratti della trappola del sistema di giustizia
dei governi Occidentali buoni solo a discreditare. “Ma non ci lasceremo buttare
a terra ed essere calpestati!” ha detto alla stampa il presidente, durante lo
svolgimento del 7 aprile scorso della commemorazione del genocidio nella chiesa
di Nyamata, nel distretto di Bugesera, in cui sono stati sepolti circa 40 mila
ruandesi dal ’94.

Intanto dalla Corte Africana dei Diritti Umani – nata in seno all’Organizzazione
dell’Unione Africana nel ’98 ma attiva solo dal novembre del 2006 - si fa avanti
la richiesta di acquisire, prima della fine dell’anno, gli archivi processuali
dal ICTR. La direzione dei processi in corso è stata difatti condotta sotto l’egida
del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ma qualcosa di nuovo dovrá essere
fatto viste le scadenze ormai prossime dell’ICTR di stanza ad Arusha. Come stabilito
dalla Risoluzione 955/ 94, infatti, il Tribunale completerá i lavori per i processi
in primo grado nel dicembre di quest’anno, mentre per gli appelli definitivi ci
sará tempo fino al 2010. Augurandosi l’avvio di un pronto dialogo tra le Nazioni
Unite e la Corte, William Kapaya, ex giudice tanzanese convenuto l’8 aprile assieme
ad altri all’Impala Hotel di Arusha in occasione della commemorazione del genocidio,
ha evidenziato come la Corte diventerá finalmente la “base risolutiva delle violazioni
dei diritti umani emanate dai sistemi politici africani” e – in relazione alle
recenti mattanze in Darfur, nord e ovest Uganda, in Kenya, Repubblica Democratica
del Congo e Somalia – l’adozione di un serio protocollo sostenuta dai suoi rappresentanti
sia “ l’evoluzione nell’impegno dei governi africani di raggiungere effettiva
e completa protezione dei diritti umani”.