06/05/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



La sentenza è della Cassazione: non ci sarà - almeno per ora - alcun processo ai vertici del Ministero della Difesa in relazione alla morte, a seguito di tumori, di militari italiani impegnati in missioni di pace all'estero, durante le quali sarebbero entrati in contatto con l'uranio impoverito.
 
la cassazioneI giudici hanno deciso che va confermata l'archiviazione della denuncia dei familiari di Salvatore Vacca, caporalmaggiore del 151/mo Reggimento della Brigata Sassari morto nel settembre 1999, a ventitré anni, per leucemia acuta, a centocinquanta giorni dal suo rientro dalla Bosnia. Il terzo grado di giudizio ha ratificato la validità di quell'archiviazione e lo ha fatto in base a un criterio, già evidenziato dal giudice per le indagini preliminari al momento dell'archiviazione: “ le incertezze emerse sia sul piano fattuale che sotto il profilo epidemiologico, in ordine alla possibilità di individuare un nesso causale prevalente ed esclusivo tra la contaminazione da uranio impoverito e il decesso di Salvatore Vacca, impediscono di sostenere che la condotta colposa omissiva impropria dei rappresentanti di vertice dell'Amministrazione militare e del Ministero della Difesa abbia potuto avere una efficacia condizionante nella produzione della morte del militare”. La Suprema Corte, però, lascia aperta una via quando scrive che le indagini per la morte dei militari si possono riaprire “in qualsiasi momento su richiesta del Pubblico Ministero, sollecitato anche dai familiari delle vittime”.
 
C'è un dato, ancora una volta numerico, sulla questione: centosessantatré morti, oltre duemilacinquecento malati. E siamo solo all'inizio, secondo le stime di Domenico Leggiero dell'Osservatorio militare. Dobbiamo ancora aspettare di vedere quali siano state le conseguenze nei vari teatri di guerra che vedono coinvolti gli italiani insieme a eserciti che fanno uso di armi all'uranio impoverito. Dall'esperienza di questi anni i numeri non possono che moltiplicarsi. Ma, al di là delle giustificazioni della Cassazione – che lo ricordiamo decide non sul merito quanto sul diritto – c'è un dato incontrovertibile. La Difesa italiana, lo Stato maggiore era a conoscenza degli effetti delle armi all'uranio impoverito, oltre che delle precauzioni da adottare per evitare le malattie gravi e le patologie tumorali che negli Usa vennero chiamati 'la sindrome del Golfo'. Rappresentanti degli Stati Uniti misero a conoscenza del pericolo gli alleati atlantici già diversi anni fa. Le informazioni furono fatte girare, mentre le testimonianze di diversi militari, ammalati, raccontano di come l'equipaggiamento patrio fosse di scarsa qualità, non vi fossero mascherine, guanti, tute, sovrascarpe, giacconi o mimetiche in numero sufficiente per permettere un'adeguata prevenzione.
 
Le parole della Cassazione riguardano un procedimento formale di un giudice per le indagini preliminari: questioni di diritto si diceva, ma il merito, la sostanza è ormai un dato chiaro e consolidato. C'è solo da attendere la prima sentenza che dovesse riconoscere la causa di servizio, il risarcimento per chi si è ammalato e chiede il risarcimento allo Stato. Per ora in finanziaria c'è uno stanziamento, ma non ci sono i regolamenti di attuazione, quindi i soldi se ne stanno in una cassa chiusa. Inutilizzabili. Come dire che il riconoscimento anche politico inizia a esserci, ma che poi il Parlamento non fa in modo che alla volontà politica corrispondano i fatti.
Resta da vedere ora con il prossimo ministro della Difesa, che tutti indicano in Ignazio La Russa, e che viene da un partito che definisce l'esercito – l'esercito! – come il cuore delle istituzioni, se le dichiarazioni di amore verso le truppe riguardano i giovanotti in divisa, ma solo da sani. Perché da malati, o da morti senza eroismi per colpa di chi non li ha protetti come promesso, non piacciono nemmeno ai guerrafondai.
 

Angelo Miotto

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