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Il
2004 si chiude con un aumento del 20 per cento delle
coltivazioni geneticamente modificate: oltre 13 milioni di ettari
in più rispetto al 2003. E il 90 per cento dei nuovi coltivatori è nel
Sud del mondo, con circa sette milioni di ettari contro i sei dei
Paesi industrializzati. La notizia viene dal rapporto
dell’International Service for the Acquisition of Agri-biotech
Applications (ISAAA), organizzazione che si propone di ridurre la
povertà grazie al trasferimento delle biotecnologie nei Paesi in via di
sviluppo, quindi agli agricoltori più svantaggiati in termini di
risorse, garantendo allo stesso tempo sicurezza e uno sviluppo
dell’agricoltura maggiormente sostenibile. Il fondatore e presidente
dell’ISAAA, Clive James, che ha lavorato e vissuto per un quarto di
secolo in Asia, Africa e America Latina, ha così commentato i risultati
del 2004: “La continua e rapida adozione delle agrobiotecnologie,
soprattutto da parte degli agricoltori con appezzamenti piccoli e
risorse limitate, è una dimostrazione dei benefici economici,
ambientali, sanitari e sociali che offrono sia nei Paesi
industrializzati sia in quelli in via di sviluppo”.
Dibattito aperto. Ma c’è chi è preoccupato dagli Ogm nel Sud del mondo.
In un’intervista a PeaceReporter lo scorso anno, Aldo Gonzales,
indigeno zapoteca dell’Unione di Organizzazioni della Sierra Juàrez e
membro del Congressso Nazionale Indigeno, aveva sottolineato il
rischio della perdita di biodiversità, poiché l’uniformità genetica
rende la natura più vulnerabile: “Ma le conseguenze più gravi sono
sociali, perché gli Ogm creano dipendenza. Il nuovo mais, nella maggior
parte dei casi, non si può rinseminare. Bisogna comperarlo ogni anno. A
venderne i semi e deciderne il prezzo sono le multinazionali, che
producono anche i pesticidi adatti alle nuove specie”. Dello stesso
parere Silva Ribeiro, messicana, giornalista e ricercatrice del Gruppo
di Azione su erosione, Tecnologia e Concentrazione, intervistata sui
rischi del transegnico: “Una sempre maggiore dipendenza degli
agricoltori dalle grandi aziende produttrici. Una dipendenza che nel
Sud del mondo sarà ancora più drammatica: i semi transgenici costano. E
i costi degli Ogm si ammortizzano solo in un’agricoltura intensiva e
meccanizzata. Non è escluso infine il rischio di una ‘guerra
biologica’: un virus lanciato su piantagioni uniformi provocherebbe una
catastrofe”.
Nord, Sud, Est, Ovest. Le nazioni con coltivazioni di piante
geneticamente modificate sono 17 e nel 2004 quelle con una superficie
pari o superiore a 50.000 ettari sono passate da 10 a 14, con
l’ingressso di Paraguay, Messico, Spagna e Filippine. In cima svettano
gli Stati Uniti, con oltre la metà della superficie totale mondiale,
seguiti a grande distanza da Argentina (20 per cento), Canada e Brasile
(6 per cento), Cina (5 per cento), Paraguay (2 per cento), India e Sud
Africa (1 per cento). Chiudono la lista Messico, Spagna, Filippine,
Uruguay, Australia e Romania. Nel comunicato dell’ISAAA si legge che
per Edwin Paraluman, delle Filippine, l’aumento della resa dei campi
(raddoppiata) ha aiutato molto la sua famiglia: “Risultati simili a
quelli ottenuti da Edwin Paraluman aiutano a spiegare l’aumento del 35
per cento delle superfici coltivate con Ogm nei Paesi in via di
sviluppo rispetto al 13 per cento nei Paesi industrializzati. Per la
prima volta, oltre un terzo della superficie globale coltivata con
piante geneticamente modificate si trova nei Paesi in via di sviluppo”.
Valeria Confalonieri